
    Alfred E. van Vogt.
    CREATURE.
    ARNOLDO MONDADORI EDITORE.

    URANIA: a cura di Giuseppe Lippi.
    Periodico quattordicinale numero 1134 - 26 agosto 1990.
    Titolo originale: "Monsters".
    Traduzione di Riccardo Valla.
    Copyright 1965 A. E. van Vogt e Forrest J. Ackerman.
    Copyright  1990 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.












    INDICE.

    1. Genere: Mostro spaziale.
    NON SOLO I MORTI: pagina 3.
    2. Genere: Mostro robotico.
    COMANDO FINALE: pagina 42.
    3. Genere: Mostro telepatico.
    GUERRA DI NERVI: pagina 82.
    4. Genere: Mostro marziano.
    VILLAGGIO INCANTATO: pagina 124.
    5. Genere: Mostro con mistero.
    NASCONDIGLIO: pagina 153.
    6. Genere: Mostro degli abissi.
    LA CREATURA DEL MARE: pagina 182.
    7. Genere: Mostro ricostruito.
    RESURREZIONE: pagina 225.
    8. Genere: Mostro proteiforme.
    LA TORRE DI KALORN: pagina 258.

    NOTA SULL'AUTORE: pagina 305.


    1. Genere: Mostro spaziale.
    NON SOLO I MORTI.

    "DRAMMA NEL NORD ALASKA.
    RITROVATO IL RELITTO IN AVARIA.
    19 i dispersi sulla baleniera della morte."

    29  giugno  1942.  Ridotta  a  un  relitto,  e  senza  alcuna  traccia
    dell'equipaggio,  la  baleniera  "Albatross"   stata avvistata questa
    mattina nello Stretto di Bering da una nave della guardia costiera. Le
    autorit navali non sanno spiegare i gravi danni ricevuti dal ponte  e
    dalle  fiancate  del  battello,  il  cui  fasciame risulta spezzato da
    violentissimi colpi,  che non sono da  attribuire  a  bombe,  siluri,
    proiettili d'artiglieria o altra attivit del nemico a quanto afferma
    il  comunicato  ufficiale.  Le  stesse  fonti riportano che i fornelli
    della cucina di bordo erano ancora caldi e,  nel rifiutarsi di  fare
    ipotesi  sulle  cause  della  sciagura,  si  limitano  a osservare che
    l'ultima tempesta che ha colpito la zona di mare interessata risale  a
    tre settimane fa.
    L'"Albatross"  era partita agli inizi di marzo da un porto della costa
    occidentale americana. Il comandante Frank Wardell e i diciotto membri
    dell'equipaggio sono dati per dispersi.

    Dopo tre mesi passati in mare senza avvistare neppure una  balena,  il
    comandante  Wardell  della  baleniera  "Albatross" era ai limiti della
    sopportazione.  Stava gi riportando la nave nello Stretto quando vide
    il  sommergibile  alla  fonda presso la riva,  nelle acque protette di
    quella lontana baia del Nord Alaska.
    Per un attimo non riusc a pensare a  niente.  Poi  pass  all'azione,
    portando sull'INDIETRO TUTTA l'indicatore della sala macchine.  Il suo
    piano era semplice e immediato: nascondersi.
    Lanci un grido di avvertimento al timoniere, afferr la barra e,  non
    appena  la  nave  cominci  a invertire la rotta,  la pilot dietro un
    piccolo promontorio coperto di alberi.  L'ancora  cal  con  un  lungo
    tintinnio  e con un tonfo che echeggiarono stranamente nell'aria senza
    vento.
    Poi quel suono artificiale si spense,  e torn a regnare il  silenzio;
    rimase  solo  lo sciacquio del remoto mare settentrionale: l'acqua che
    urtava dolcemente l'"Albatross",  che colpiva con  maggiore  forza  la
    riva  dietro  cui si era nascosta la nave,  e che di tanto in tanto si
    lasciava sfuggire un ruggito quando un'onda pi grande si lanciava con
    furia contro qualche scoglio isolato.
    Wardell,  fermo sul ponte posteriore,  tratteneva  il  fiato:  per  il
    momento si limitava a raccogliere impressioni e a tendere l'orecchio.
    Ma  non gli giunse nessun rumore estraneo,  nessun diesel che entrasse
    improvvisamente in funzione,  nessun ronzio di  motori  elettrici.  Il
    comandante  torn  a respirare.  Vide che il suo ufficiale in seconda,
    Preedy, si era avvicinato senza fare rumore.
    L'uomo disse a bassa voce:
    - Non penso che  ci  abbiano  visti,  signore.  Sul  ponte  non  c'era
    un'anima. E poi, non sono certamente in grado di prendere il mare.
    - No?
    - Non ha notato,  signore, che sono privi di torretta? Deve avergliela
    tranciata via un colpo netto.
    Wardell non fece commenti.  Era sorpreso  di  non  avere  notato  quel
    particolare.  La  vaga  ammirazione  che  cominciava  a provare per se
    stesso grazie al modo brillante in cui aveva condotto l'azione fino  a
    quel momento cominci a sgonfiarsi.
    Poi  gli venne in mente un ulteriore particolare;  aggrott la fronte,
    perch equivaleva ad ammettere un'altra  sua  lacuna.  Ma  osserv:  -
    Curioso, come l'occhio tenda a vedere anche le cose che non ci sono. -
    Esit  per  un istante,  e poi aggiunse: - Non ho neppure notato se il
    cannoncino di bordo era fuori uso.
    Adesso fu la volta dell'ufficiale in seconda di rimanere in  silenzio.
    Wardell diede in fretta un'occhiata alla faccia lunga dell'uomo,  vide
    la sua espressione sorpresa e preoccupata e disse:  -  Signor  Preedy,
    faccia venire gli uomini nel quadrato.

    Nuovamente  sicuro  della  propria  superiorit,  Wardell  scese sulla
    tolda.  Con  grande  attenzione  cominci  a  esaminare  l'arma  anti-
    sommergibili  posta  accanto  al cannoncino per la caccia alle balene.
    Sent che gli uomini si radunavano, ma, prima di voltarsi, aspett che
    cominciassero a muovere i piedi per l'impazienza.
    Poi scrut a lungo le loro facce rudi,  indurite dal sole e dal  mare.
    Quindici marinai e un mozzo,  oltre all'ufficiale di macchina e al suo
    assistente. Tutti parevano avere ripreso lo slancio, essersi scrollati
    di dosso l'espressione stanca e rassegnata che,  ormai  da  tre  mesi,
    sembrava la norma.
    Per un momento, Wardell ripens a tutto il tempo che aveva passato con
    alcuni di quegli uomini; poi fece un cenno d'assenso. Sul viso largo e
    abbronzato gli comparve un'espressione soddisfatta.
    -  A  quanto  pare  - disse - laggi c' un sommergibile giapponese in
    avaria. Il nostro dovere  chiaro. Prima che lasciassimo il porto,  la
    marina ci ha dato un cannone da 75 e quattro mitragliatrici, e noi...
    S'interruppe  per  fissare  uno degli uomini con maggiore anzianit di
    servizio. Chiese, aggrottando la fronte: - S, Kenniston?
    - Scusi, capitano,  ma quello non  un sommergibile.  Io ero arruolato
    nel  '18 e li riconosco subito,  torretta o non torretta.  Lo scafo di
    quella nave  fatto di scaglie metalliche scure,  l'ha notato?  Laggi
    c' davvero qualcosa, signore, ma non  un sottomarino.

    Dal punto dove aveva ordinato alla sua piccola spedizione di fermarsi,
    dietro un rilevo roccioso,  Wardell studi la strana nave. Il cammino,
    lungo e imprevedibilmente faticoso,  per raggiungere quella specie  di
    osservatorio naturale aveva richiesto loro pi di un'ora. E adesso che
    erano arrivati, che si poteva dire?
    Vista al binocolo,  la nave era una massa di metallo morto, affusolata
    e a forma di sigaro,  che galleggiava immobile sulle onde della  baia.
    Non c'era alcun segno di vita. Ma...
    Wardell   trasse   bruscamente   il  respiro  al  pensiero  delle  sue
    responsabilit verso i compagni: i sei che lo avevano accompagnato con
    due mitragliatrici, e gli altri sull'"Albatross".
    Poi si rese conto di quanto fosse  "estraneo",  lontano  da  ogni  sua
    esperienza,  quello  scafo  dalle  pareti  di metallo nero a scaglie e
    dall'enorme lunghezza,  e nel rendersene conto  si  sent  correre  un
    brivido lungo la schiena.  Dietro di lui,  qualcuno spezz il silenzio
    della   costa   rocciosa   per   dire:   -   Se   solo   avessimo   un
    radiotrasmettitore! Che bel bersaglio, per un bombardiere! Io...
    La  voce  dell'uomo  si  abbass fino a diventare incomprensibile,  ma
    Wardell non le prest  orecchio.  Pensava:  "Due  sole  mitragliatrici
    contro  'quello'".  Anzi  -  ma non gli parve che la forza complessiva
    aumentasse di molto  -  quattro  mitragliatrici  e  un  pezzo  da  75:
    bisognava includere le armi dell'"Albatross",  anche se la nave era un
    po' troppo lontana per i suoi gusti. Le...
    Abbandon  immediatamente  quel  filo  di  pensieri.   Sobbalz  nello
    scorgere un movimento sul ponte piatto e scuro della nave aliena: vide
    un largo disco metallico che ruotava e che poi si apriva come se fosse
    comandato  da  una  molla  robustissima.  Dal portello che cos si era
    venuto a formare, usc una figura.
    Una figura... "una bestia". La creatura si reggeva su gambe coperte di
    un materiale lucido, simile a corno,  e le sue scaglie brillavano alla
    luce del mattino inoltrato.  Aveva quattro braccia: in una mano teneva
    un oggetto piatto,  cristallino,  in  una  seconda  un  altro  piccolo
    oggetto,  ottuso,  che,  illuminato dai forti raggi del sole,  mandava
    riflessi rosso fuoco.  Le altre due  braccia  erano  in  posizione  di
    riposo.
    Fermo  in  posa  arrogante sotto il caldo sole della Terra,  stagliato
    sullo sfondo dell'acqua limpida,  azzurro-verde del  mare,  il  mostro
    sollevava  la  testa  e allungava il tozzo collo con un tale orgoglio,
    con una tale sicurezza di s,  che Wardell si sent rizzare i  capelli
    sulla nuca.
    - Per l'amor di Dio - mormor un uomo accanto a lui,  con la voce roca
    - mettiamogli in corpo una buona dose di piombo.
    Fu il tono della voce,  pi che le parole,  a fare breccia nella parte
    del cervello di Wardell che dava gli ordini.
    - Sparate! - esclam. Frost! Withers!
    "Rat-tat-tat!"  Le due-mitragliatrici entrarono bruscamente in azione,
    e infransero con mille echi l'immacolato silenzio della baia.
    Negli istanti precedenti, la figura si era avviata lungo il ponte,  in
    direzione del mare aperto;  a ogni passo si scorgevano distintamente i
    suoi piedi palmati.  Ora si ferm all'improvviso,  si  gir  e  guard
    verso di loro.
    Due occhi verdi, fiammeggianti come quelli di un gatto nella notte, si
    incrociarono con lo sguardo di Wardell.  Il comandante sent che tutti
    i muscoli gli si bloccavano;  voleva  fuggire,  nascondersi  sotto  le
    rocce,  mettersi  fuori  vista,  ma  non  sarebbe  riuscito a muoversi
    neppure per salvarsi la vita.
    L'emozione doveva essere condivisa anche dagli altri uomini, perch le
    mitragliatrici tacquero; torn a regnare un silenzio innaturale.
    Il primo a muoversi fu il rettile giallo-verde.  Ritorn di  corsa  al
    portello.  Giunto  all'apertura,  si  curv  come  se volesse tuffarsi
    all'interno, come se fosse ansioso di mettersi al riparo.
    Invece di rientrare,  per,  si limit a passare  a  qualche  compagno
    l'oggetto cristallino che teneva in mano; poi raddrizz la schiena.
    Con  un  forte clangore metallico,  il portello si chiuse.  Il rettile
    rimase solo sul ponte, senza via di scampo.
    Per un attimo,  la scena parve immobilizzarsi:  un  quadro  di  figure
    pietrificate,  sullo  sfondo del mare silenzioso e della terra scura e
    brulla. La bestia rimase perfettamente ferma,  con la testa sollevata,
    gli occhi brillanti fissi sugli uomini nascosti dietro le rocce.
    A  Wardell  non  era  parso  che  la  creatura fosse accovacciata,  ma
    all'improvviso essa si raddrizz e scatt verso l'alto, di lato,  come
    una rana o come un tuffatore artistico.  Nel toccare la superficie, la
    bestia sollev un debole schizzo.  Quando il velo luccicante di  acqua
    smossa torn finalmente fermo, la creatura era sparita.
    Gli osservatori rimasero in attesa.
    -  Quel  che va gi - osserv infine Wardell,  con la voce incrinata -
    poi deve tornare su.  Dio solo sa che cosa  sia,  ma  tenete  le  armi
    puntate.
    I  minuti  si  trascinarono  lentamente.  L'ombra  di brezza che aveva
    continuato ad accarezzare la superficie della baia fin per morire del
    tutto; la superficie prese una lucentezza oleosa,  che si interrompeva
    soltanto  verso  il mare aperto,  dove l'acqua della baia si mescolava
    con quella pi turbolenta dell'oceano.
    Dopo dieci minuti,  Wardell  cominci  a  cercare  una  posizione  pi
    comoda. Dopo venti minuti si alz.
    - Dobbiamo ritornare alla nostra nave - disse, preoccupato.
    - Questo scafo  un boccone troppo grosso per noi.
    Cinque  minuti  pi  tardi,  quando  inizi  il  clamore,  si  stavano
    allontanando lungo la spiaggia.  Si udirono alcune  grida,  un  lungo,
    secco crepitio di mitragliatrice, e poi... silenzio.
    I  rumori giungevano dalla posizione della loro nave,  nascosta dietro
    un filare di alberi, a ottocento metri di distanza.
    Wardell lanci un'imprecazione e si mise a correre.  Su quel  terreno,
    era gi stato difficile camminare...  all'andata. Ora la corsa divenne
    un tormento: continu a inciampare e a mettere il piede in fallo.  Per
    ben due volte, e solo nel primo tratto, fin pesantemente a terra.
    La  seconda  volta  si  alz  senza  fretta e attese che gli uomini lo
    raggiungessero perch - se ne rese conto con  folgorante  chiarezza  -
    quel che era successo sulla nave era gi finito.
    Con  cautela,  Wardell  guid  i compagni lungo la spiaggia rocciosa e
    piena di crepacci.  Continu a imprecare con se  stesso  perch  aveva
    lasciato  l'"Albatross",  e in particolare perch,  con la sua fragile
    nave di legno,  si era  messo  a  combattere  contro  un  sommergibile
    corazzato.
    A  parte  il  fatto  che,  come  si era poi visto,  non era affatto un
    sommergibile.
    Il suo cervello si rifiutava di pensare a che cosa potesse essere.
    Per un attimo cerc di raffigurarsi la propria immagine: lui,  intento
    a  correre  su  quelle  rocce  per  andare  a  vedere  quello  che una
    "lucertola"  aveva  fatto  alla  sua  nave.  E  non  ci  riusc.   Era
    un'immagine  assurda,   estremamente  lontana  da  un'intera  vita  di
    giornate tranquille e di sere spese sul ponte della nave,  a fumare la
    pipa e a contemplare il mare.
    Ed  era  ancor  pi  lontana  dalle partite a poker nei retrobottega e
    dalle donne volgari,  truccate in modo  vistoso,  che  incontrava  nei
    brevi periodi trascorsi in porto: una vita assurda e senza scopo,  che
    lui lasciava senza rimpianti non appena giungeva di nuovo  il  momento
    di mettersi in mare.
    Wardell cancell quei ricordi grigi e inutili e disse: - Frost, prenda
    Blakeman  e  McCann e porti a bordo un barile d'acqua.  Danny dovrebbe
    averli riempiti tutti,  a  quest'ora.  No,  tenga  la  mitragliatrice.
    Sorvegli  gli  altri  barili  finch  non  le  avr  mandato qualcuno.
    Porteremo a bordo l'acqua e poi ce ne andremo.
    Una volta presa la decisione, Wardell si sent meglio.  Intendeva fare
    rotta  a  sud  per  arrivare  alla base navale.  Laggi altre persone,
    meglio armate e  meglio  addestrate,  potevano  occuparsi  della  nave
    straniera.
    Si augurava soltanto una cosa: che la sua nave fosse laggi, intatta -
    neppure  lui  sarebbe  stato capace di dare voce ai propri timori - e,
    nel salire in cima all'ultima altura, sent un forte batticuore. Ma la
    nave era dove l'aveva lasciata.  Con il  binocolo,  riusc  perfino  a
    distinguere  gli  uomini sul ponte.  La sua ansia spar nel constatare
    che, nonostante possibili incidenti a qualcuno di loro, tutto sembrava
    a posto.
    Qualcosa era successo,  naturalmente.  Entro  pochi  minuti  l'avrebbe
    saputo...
    Per qualche tempo non riusc ad avere una relazione esatta. Gli uomini
    gli si affollarono intorno,  quando sal a bordo, e Wardell si accorse
    di essere pi stanco di quanto non  avesse  creduto.  Tutti  parlavano
    insieme,  con  voce  eccitata,  e  questo  non  favoriva certamente la
    comprensione.
    Sent parlare di una bestia che era salita a bordo: "una  rana  grossa
    come  un uomo".  E poi qualcosa a proposito della sala motori,  parole
    incomprensibili sull'ufficiale di macchina e sul suo assistente che si
    erano finalmente svegliati.
    A tutta quella pazzia pose fine Wardell, che grid seccamente:
    - Signor Preedy, qualche danno?
    - No - rispose l'ufficiale in seconda - anche se Rutherford  e  Cressy
    sono ancora agitati.
    Wardell  non  cap il riferimento ai due addetti alla sala motori,  ma
    non chiese ulteriori dettagli.  - Signor Preedy,  mandi  a  terra  sei
    uomini per portare a bordo l'acqua. Poi mi raggiunga sul ponte.
    Qualche  minuto  pi  tardi,  Preedy  forn  al comandante un completo
    resoconto dell'accaduto.  Nell'udire i colpi di  mitragliatrice  della
    squadra  di Wardell,  tutti gli uomini si erano portati sulla fiancata
    sinistra e non si erano pi mossi.
    Le  impronte  della  creatura  rivelavano   che   aveva   approfittato
    dell'occasione  per  salire  dalla  fiancata  destra  e  che era scesa
    sottocoperta.  Era stata poi vista accanto al boccaporto del  castello
    di prua, intenta a osservare i cannoni montati sul ponte.
    La  creatura  si  era  diretta a prua,  indifferente alle nove paia di
    occhi  che  la  guardavano,   e  si  era  diretta   verso   le   armi;
    all'improvviso,  per,  si era girata e si era gettata fuori bordo. Un
    istante pi tardi, gli uomini avevano cominciato a sparare.
    - Non credo che il mostro sia stato colpito - confess Preedy.
    Wardell riflett.  - Ho l'impressione  -  disse  alla  fine  -  che  i
    proiettili non gli diano fastidio.  La creatura...  - S'interruppe.  -
    Cosa dico?  Tutte le volte che  abbiamo  sparato,  quella  creatura  
    fuggita. Continui.
    - Siamo scesi a guardare e abbiamo trovato Rutherford e Cressy.  Erano
    a terra svenuti, e al risveglio non ricordavano niente di quel che era
    successo.  Comunque,  riferiscono che la sala  motori  non  ha  subito
    danni. Non c' altro.
    Era  sufficiente,  pens  Wardell,  ma  non lo disse al suo ufficiale.
    Pens per qualche istante alla lucertola verde e gialla che era salita
    sulla sua nave,  e rabbrivid.  Che cosa poteva avere cercato,  quella
    maledetta creatura?
    Il sole era giunto al suo punto pi alto,  nella parte meridionale del
    cielo,  allorch fu issato  a  bordo  l'ultimo  barile  d'acqua  e  la
    baleniera si mosse.
    Sul  ponte,  Wardell  trasse  un sospiro di sollievo nel vedere che la
    nave lasciava gli scogli coperti di spuma e si avviava verso  il  mare
    aperto.  Stava per portare la barra sull'AVANTI TUTTA, quando il suono
    regolare dei diesel fu interrotto da un colpo di tosse e si spense.
    L'"Albatross" avanz ancora per  qualche  istante,  spinta  dalla  sua
    velocit,  con  un  leggero  beccheggio.  Wardell scese nella penombra
    della sala motori e  la  prima  cosa  che  vide  fu  Rutherford,  che,
    inginocchiato  sul  pavimento e con un fiammifero in mano,  cercava di
    dare fuoco a una piccola quantit di nafta.
    Era un'azione talmente folle che il capitano s'immobilizz,  rimase  a
    bocca aperta e osserv con attenzione la scena, senza parlare.
    Perch  la  nafta non voleva prendere fuoco.  Altri quattro fiammiferi
    spenti finirono accanto alla macchia dorata,  a raggiungere quelli che
    li avevano preceduti. Poi: - Maledizione! - imprec Wardell. - Intende
    dirmi  che  quella  "creatura"  ha ficcato qualcosa nella nostra nafta
    che...
    Non riusc a proseguire,  e Rutherford,  per qualche istante,  non gli
    rispose.  Ma infine,  senza alzare gli occhi,  l'ufficiale di macchina
    disse con voce incrinata: - Capitano,  mi chiedo una cosa.  Perch  un
    gruppo di lucertole vuole farci rimanere bloccati in questa baia?
    Wardell  risal  sul  ponte senza rispondere.  Si era accorto di avere
    fame.  Ma non aveva illusioni sul vuoto che sentiva allo  stomaco.  Il
    semplice desiderio di cibo non l'aveva mai fatto sentire cos.

    Wardell  mangi senza badare a quel che metteva in bocca,  e quando si
    alz dal tavolo si sent stanco e insonnolito.  Occorse tutta  la  sua
    forza  di volont per salire sul ponte.  Per qualche minuto osserv il
    braccio di mare che portava nella baia.
    Not un  particolare.  Nei  pochi  minuti  in  cui  i  diesel  avevano
    consumato la nafta non contaminata rimasta nei tubi,  l'"Albatross" si
    era portato in un punto da cui si vedeva, a prua, la nave scura.
    Wardell studi per qualche istante,  distrattamente,  la nave  aliena,
    immobile  nella  sua  posizione,  poi sollev il binocolo e osserv la
    riva.  Alla fine rivolse la sua attenzione  al  ponte  che  gli  stava
    davanti. E per poco non fece un salto.
    La  creatura  era laggi,  intenta a esaminare con calma il cannoncino
    per la caccia alle balene.  Il corpo scaglioso  del  mostro  luccicava
    come  la  pelle  bagnata di una grossa lucertola.  Ai piedi gli si era
    formata una polla d'acqua che si allargava fino a raggiungere il punto
    dove il cannoniere Art Zote giaceva a terra,  con  la  faccia  premuta
    contro la tolda e senza dare segni di vita.
    Se l'intruso fosse stato un uomo,  Wardell sarebbe certamente riuscito
    a estrarre il revolver  che  portava  alla  cintura.  O  anche  se  la
    creatura  si  fosse trovata alla distanza a cui l'aveva vista la prima
    volta.
    Ma ora l'aveva a meno  di  dieci  metri,  e  vedeva  distintamente  il
    mostro,  luccicante  d'acqua,  simile  a  un  rettile,  con le quattro
    braccia e le gambe protette da grosse scaglie; e, chiss perch, aveva
    la sensazione che non  fossero  riusciti  a  ferirlo  neppure  con  le
    mitragliatrici.
    Con la massima indifferenza nei riguardi di possibili osservatori,  il
    rettile cominci a dare strattoni all'arpione che sporgeva dalla bocca
    da fuoco  del  cannoncino.  Rinunci  a  quei  tentativi  dopo  alcuni
    secondi,  e,  girando attorno all'arma, si accost all'otturatore. Era
    intento a rovistare, e in una mano teneva l'oggetto rosso e ottuso che
    Wardell aveva gi avuto occasione di  vedere,  e  che  adesso  mandava
    lampi  spasmodici,  rossicci,  quando il silenzio del pomeriggio venne
    bruscamente spezzato da un'onda di risate e di voci.
    Un istante pi tardi,  la porta della cambusa si spalanc e una decina
    di uomini usc sul ponte.  La spessa struttura di legno che costituiva
    l'ingresso del castello di prua nascondeva la bestia ai loro sguardi.
    Gli uomini si fermarono per  un  momento,  e  le  loro  risa  sguaiate
    salirono  fino al cielo,  al di sopra di quel mare eternamente gelido.
    Come da una grande distanza,  Wardell si trov ad ascoltare le battute
    pesanti, le bestemmie; e pens: "Sono come i bambini". Gi il pensiero
    che la pi assurda creatura dell'universo li aveva isolati laggi,  su
    una  nave  senza  carburante,   doveva  essergli  passato  di   mente.
    Altrimenti, non sarebbero rimasti l, come degli idioti, mentre...
    Wardell  interruppe  quel filo di pensieri: fu lui il primo a stupirsi
    di essersi lasciato distrarre,  anche solo per pochi istanti.  Traendo
    bruscamente  il  respiro,  afferr  il  revolver  e lo punt contro la
    schiena della  lucertola,  che  in  quel  momento  si  era  chinata  a
    esaminare  il cavo scuro e robusto che serviva ad assicurare l'arpione
    alla nave.

    Stranamente,  lo sparo port a un momento  di  completo  silenzio.  La
    lucertola  raddrizz  lentamente la schiena e si volt,  come se fosse
    leggermente infastidita. E un attimo pi tardi...
    Gli uomini gridarono. La mitragliatrice sulla coffa cominci a sparare
    brevi raffiche, che mancarono completamente il rettile e il ponte,  ma
    sollevarono schizzi d'acqua davanti alla prua.
    Wardell  prov  una  forte irritazione per l'idiota che aveva sparato.
    Nell'ira del momento,  si gir e grid all'uomo di imparare  almeno  a
    prendere  la mira.  Quando torn ad abbassare gli occhi sul ponte,  la
    bestia era sparita.
    Si ud un debole tonfo, in mezzo a una decina di altri rumori; e nello
    stesso tempo  gli  uomini  dell'equipaggio  corsero  alla  murata  per
    guardare  nell'acqua.  Guardando  da  dietro  di  loro,  Wardell  ebbe
    l'impressione di scorgere qualcosa di giallo e verde  che  si  muoveva
    sott'acqua,  ma  il  colore  si  confuse  troppo presto con i riflessi
    cangianti, azzurri, verdi, grigi, del mare settentrionale.
    Wardell non si mosse;  sentiva una sorta di freddo al cuore,  un senso
    di  vuoto,  aveva  la  convinzione di trovarsi di fronte a qualcosa di
    anormale. Lui aveva preso bene la mira. Il proiettile non poteva avere
    mancato il bersaglio. Eppure, non era successo niente.
    La stretta al cuore si allent leggermente quando vide che Art Zote si
    alzava:  si  muoveva  a  fatica,   ma  non   era   morto,   dopotutto.
    All'improvviso,  Wardell si accorse di tremare in ogni nervo.  Il buon
    vecchio Art.  Occorreva qualcosa di pi che una  maledetta  lucertola,
    per uccidere un uomo come lui.
    -  Art!  -  grid,  in  preda all'agitazione.  - Art,  punta il 75 sul
    sommergibile. Affonda quella maledetta cosa.  Insegneremo a quei figli
    di buona donna a...

    Il primo colpo fu troppo corto.  Sollev un alto schizzo di schiuma, a
    trenta metri dal nero scafo metallico.  Il secondo  fu  troppo  lungo;
    esplose  inutilmente,  e  fu  seguito  da un getto rabbioso di terreno
    grigiastro.
    Il terzo colp in pieno il bersaglio. E cos i dieci successivi. Fu un
    bello spiegamento di  forza,  ma  alla  fine  Wardell  disse  in  tono
    dubbioso:  -  Meglio  smettere.  Mi  sembra che i colpi non riescano a
    forare la corazza.  Non vedo buchi.  Meglio risparmiare i colpi per il
    combattimento ravvicinato, se si dovesse arrivare a quello. Inoltre...
    S'interruppe,  per  non  dire quel che gli era venuto in mente in quel
    momento: che finora le creature del misterioso  vascello  non  avevano
    fatto  loro alcun male,  e che era stata solo l'"Albatross" a sparare.
    C'era,  naturalmente,  la faccenda della nafta,  che  era  stata  resa
    inutilizzabile,  e  l'episodio  di  pochi  istanti prima,  la creatura
    salita a bordo al solo scopo di studiare il loro cannoncino. Ma...
    Lui e Preedy ne parlarono a bassa voce, con perplessit, nel corso del
    pomeriggio nebbioso e della sera  gelida,  e  alla  fine  decisero  di
    mettere  un  lucchetto a tutti i portelli,  dall'interno,  e di tenere
    sempre sulla coffa un uomo con il fucile.
    L'indomani mattina, Wardell fu svegliato da alcune grida eccitate.  Il
    sole  si  era  appena  affacciato  all'orizzonte  quando il comandante
    arriv sul ponte, semisvestito.  Nel passare accanto alla porta,  not
    che il lucchetto era stato tranciato con precisione.
    Con  la  fronte  aggrottata,  si un al gruppetto di uomini che si era
    raccolto attorno ai cannoni. Fu Art Zote, il cannoniere, a indicare il
    danno: - Guardi,  capitano,  quei maledetti ci hanno  rubato  il  cavo
    dell'arpione.  Al  suo  posto  ci  hanno lasciato dell'inutile filo di
    rame, o qualcosa del genere. Guardi che pasticcio.
    Wardell prese il filo che l'uomo gli porgeva.  L'intero  episodio  gli
    sembrava  assurdo.  Intanto,  il  cannoniere  continuava  a parlare: -
    Inoltre, questa roba  dappertutto. Ci sono altri due arpioni, e tutti
    sono stati fissati alla nave come se  fossero  degli  alberi  maestri.
    Hanno  fatto  dei buchi nella tolda e hanno legato i fili all'ossatura
    della nave.  Sarebbe una buona idea se fosse cavo regolare,  ma con un
    filo cos sottile... al diavolo!
    - Portami un paio di pinze - disse Wardell,  per calmarlo.  - Dobbiamo
    toglierlo di mezzo, e tanto vale iniziare subito...
    Stranamente, il filo non si lasci tagliare. Wardell strinse con tutta
    la sua forza,  ma il filo si limit a diventare pi lucente,  e  anche
    quello poteva essere solo un gioco di riflessi.
    Dietro di lui,  qualcuno comment, in tono pensieroso: - Forse abbiamo
    fatto un affare. Ma per che razza di balena ci vogliono preparare?
    Wardell fu colpito dalla stranezza di quelle parole: Ma per che razza
    di... ci vogliono preparare?.
    Rizz la schiena; ormai aveva deciso.
    - Fate colazione - disse.  -  Dobbiamo  arrivare  in  fondo  a  questa
    faccenda, anche se fosse l'ultima cosa della nostra vita.

    Gli scalmi cigolavano, l'acqua bisbigliava dolcemente contro i fianchi
    della barca.  A ogni istante che passava, Wardell amava sempre meno la
    sua posizione.
    Dopo un momento,  not che la barca non si dirigeva esattamente  verso
    la  nave  nera;  e  che  dal punto in cui si trovava adesso il piccolo
    battello si poteva scorgere di fianco l'oggetto che  aveva  gi  avuto
    occasione  di  vedere  di  fronte,  sulla  parte  anteriore  del ponte
    metallico.
    Sollev il binocolo;  e poi rimase senza parole per la  sorpresa.  Era
    un'arma, certo. "Un cannoncino per la caccia alle balene".
    La sagoma era inconfondibile. Non avevano neppure cambiato la forma, o
    la lunghezza dell'arpione o... Un attimo! E la sagola?
    Riusc  a  distinguere  una  piccola  matassa  accanto al cannone;  il
    riflesso color rame spiegava tutto.
    "Ci hanno dato" pens "un cavo robusto  come  il  loro;  un  cavo  che
    riuscirebbe a tenere ferma...  qualsiasi cosa." Ancora una volta sent
    un brivido,  e ripens alle parole del suo  marinaio:  Che  razza  di
    balena...?.
    - Pi vicino! - ordin, con la voce roca.
    Si rendeva a malapena conto di compiere un gesto avventato.  "Attento"
    si disse "l'inferno  gi pieno di sciocchi. Il rischio ..."
    - Pi vicino! - ripet.
    A quindici metri di distanza si vedeva ormai  distintamente  lo  scafo
    lungo  e  scuro della nave: si scorgeva anche una porzione della parte
    immersa.  E non c'era neppure un graffio a indicare  i  punti  colpiti
    dalle cannonate, non un solo segno di danni.
    Wardell  stava  per dare un nuovo ordine di accostarsi ed era deciso a
    salire a bordo,  sotto la protezione della mitragliatrice,  quando  si
    lev all'improvviso un suono fortissimo.
    Era  un cataclisma,  come un'intera serie di cannoni che sparavano uno
    dopo l'altro.  Il rombo echeggi a lungo  sulle  colline  spoglie  che
    chiudevano tre dei quattro lati della baia.
    La  lunga  nave  a forma di siluro cominci a muoversi.  Sempre pi in
    fretta: descrisse un grande semicerchio,  e nella sua parte posteriore
    si accese una serie di lampi che si scaricarono nell'acqua;  poi, dopo
    avere evitato di misura la barca a remi,  si diresse verso lo  stretto
    che portava all'"Albatross" e all'oceano.
    All'improvviso,  un  proiettile  esplose  a  poca distanza dallo scafo
    nero.  La cannonata fu immediatamente seguita da una seconda e da  una
    terza;  Wardell  riusc  a  vedere  perfino  la  fiammata,  sul  ponte
    dell'"Albatross".  Senza dubbio,  Art Zote  e  Preedy  dovevano  avere
    pensato che l'ora della crisi fosse giunta.
    Ma la nave aliena non si cur di loro. Si diresse verso l'uscita della
    baia,  sfior  i  banchi di sabbia ed entr nel mare libero.  Percorse
    ancora un chilometro,  dopo essersi lasciata alle spalle la baleniera,
    poi le esplosioni cessarono,  gli echi si spensero. La nave scura fece
    ancora qualche centinaio di metri,  spinta dalla sua stessa  velocit,
    poi si arrest.
    E  laggi  rimase,  muta  e  immobile  come prima: una forma scura che
    galleggiava sulle acque agitate. Prima che si fermasse, comunque,  Art
    Zote aveva avuto il buon senso di cessare l'inutile cannoneggiamento.
    Nel  silenzio,  Wardell  sent  il respiro pesante dei suoi uomini che
    spingevano sui remi.  A ogni  colpo  di  remo,  la  barca  tremava,  e
    beccheggiava a causa delle onde sollevate dalla nave aliena.

    Quando  fu  di nuovo a bordo,  Wardell chiam nella sua cabina Preedy.
    Vers due robuste dosi di liquore per s e per il compagno,  mand gi
    la  sua  in un solo,  enorme sorso,  e disse: - Il mio piano  questo.
    Caricheremo acqua e vettovaglie sulla barca e manderemo tre  uomini  a
    chiedere  aiuto.  E'  ovvio  che  non  possiamo continuare a giocare a
    questa specie di nascondino senza neppure sapere qual   la  posta  in
    palio. Tre bravi marinai non dovrebbero impiegare pi di una settimana
    per  arrivare alla stazione di polizia sulla Punta.  Forse anche meno.
    Che ne pensa?
    Quel che ne pensava Preedy si perse in mezzo a un rumore di  passi  in
    corsa. La porta si spalanc. L'uomo entrato nella stanza senza bussare
    mostr  due  oggetti  scuri  e  grid: - Guardi,  comandante,  cosa ha
    gettato sul ponte una di quelle bestie:  una  lastra  metallica  e  un
    sacchetto  di  chiss  cosa.  E' riuscita ad allontanarsi prima che la
    vedessimo.
    Fu soprattutto  la  lastra  metallica  a  richiamare  l'attenzione  di
    Wardell,  perch non cap a che cosa servisse. Era larga un po' pi di
    venti  centimetri  e  spessa  uno;   una  delle  facce  era  argentea,
    metallica, e l'altra era nera.
    Tutto qui.  Solo allora si accorse che Preedy aveva preso il sacchetto
    e l'aveva aperto.  L'ufficiale in  seconda  esclam,  al  colmo  della
    sorpresa:  -  Comandante,  guardi  qui!  C' una fotografia della sala
    macchine, con una freccia che indica il serbatoio del carburante...  e
    c'  una  polvere  scura.  "Probabilmente,   per rimettere a posto la
    nafta!"
    Wardell fece per afferrare il sacchetto e per posare la piastra, ma si
    ferm di scatto, colpito dall'anormalit del colore nero che si vedeva
    sulla superficie della piastra metallica.
    Era  tridimensionale.   Iniziava   a   una   profondit   incredibile,
    all'interno della lastra di metallo, e arrivava fino ai suoi occhi. In
    mezzo  all'oscurit,  buia  e  priva  di riflessi come il velluto,  si
    scorgevano minuscoli punti di luce, acutissimi e brillanti.
    Mentre Wardell lo osservava,  il nero cambi.  In prossimit del bordo
    pi alto, si scorse qualcosa che andava alla deriva, che si avvicinava
    sempre pi e che alla fine diventava visibile: un minuscolo animale.
    Wardell  pens: "Una fotografia,  santo cielo,  o una sorta di ripresa
    cinematografica".
    E, subito dopo: "Una ripresa 'di che cosa'?".
    L'animale era piccolo,  rispetto alla dimensione della lastra,  ma era
    il  pi  raccapricciante  orrore  su  cui  avesse  posato gli occhi il
    comandante: un'odiosa miniatura,  un mostro con tante  gambe,  con  il
    corpo  allungato e con un muso lungo e feroce;  sembrava la caricatura
    stessa della vita anormale,  il  folle  prodotto  di  un'immaginazione
    malata.
    Wardell trasal, perch la creatura diventava sempre pi grande. Ormai
    riempiva  met  di  quella  piastra  fantastica,  ma  si  aveva ancora
    l'impressione che la ripresa fosse stata eseguita da lontano.
    - Che cos'?  - chiese Preedy,  con un filo di voce,  da dietro le sue
    spalle.
    Wardell  non  rispose,  perch  la storia si stava raccontando sotto i
    loro occhi.

    La lotta nello spazio era iniziata nel solito modo in cui  si  entrava
    in  contatto  con  un  Blal:  imprevedibilmente.  Un lampo violento di
    energia;  la nave antigravitazionale della  polizia  che  ruotava  con
    disperazione  su  se stessa mentre dalle armi automatiche scaturiva un
    fuoco incandescente e distruttore... troppo tardi.
    Il mostro era perfettamente visibile nella parte  alta  della  piastra
    visiva  anteriore:  dalla sua testa massiccia scaturiva una radiazione
    di colore arancio.  Il comandante Ral Dorno emise un gemito nel vedere
    che  la radiazione riusciva a fermare il fuoco bianco della nave della
    polizia... quanto bastava a danneggiarla.
    - Per lo Spazio!  - grid.  - Non gli abbiamo neutralizzato in tempo i
    sensitivi. Non siamo...
    La  piccola nave rabbrivid da prua a poppa.  Le luci ammiccarono e si
    spensero; il comunicatore emise un ronzio alieno, poi tacque. I motori
    atomici,  che fino a quel momento avevano continuato  a  emettere  una
    vibrazione  bassa  e  potente,  si  ridussero  a  una  roca,  stridula
    dissonanza. E si spensero.
    L'astronave cominci a precipitare.
    Dietro Dorno,  una voce (quella di Senna) disse con sollievo: - I suoi
    sensitivi  si spengono.  L'abbiamo colpito,  dopotutto.  Anche lui sta
    cadendo.
    Dorno non rispose. Tendendo davanti a s le quattro braccia coperte di
    scaglie,  si allontan dalla piastra visiva,  ormai inutile,  e guard
    con irritazione dall'obl pi vicino.
    Era  difficile  vederlo,  nell'alone  di luce del sole di quel sistema
    planetario, ma alla fine lo avvist: un mostro lungo trenta metri, con
    il corpo di forma cilindrica.  Le pericolose mandibole della creatura,
    lunghe  tre  metri,  si  aprivano  e  si  chiudevano di scatto come le
    ganasce d'acciaio di una scavatrice.  Le gambe corazzate cercavano  di
    artigliare lo spazio; il corpo lungo e massiccio si contorceva con uno
    stupefacente gioco di muscoli.
    Dorno si accorse che qualcuno si avvicinava. Senza voltarsi, disse con
    la voce tesa: - Abbiamo colpito i suoi sensitivi,  certo.  Ma  ancora
    vivo. L'atmosfera del pianeta sotto di noi gli rallenter la caduta, e
    l'urto riuscir solo a stordirlo.  Dobbiamo cercare  di  servirci  dei
    razzi,  per  non  finire  a  meno di 500 "neg" da quel mostro.  Per le
    riparazioni ci occorrer almeno un periodo di cento "lan", e...
    - Che cos', comandante?
    La voce era poco pi  di  un  sospiro,  tanto  era  debole.  Dorno  la
    riconobbe: era quella della novizia, Carliss, sua moglie di bordo.
    Ancora adesso, gli pareva strano avere una moglie che non era Yarosan.
    E, nella crisi che aveva colpito la nave, gli occorse qualche istante,
    per ricordarsi che quella veterana di infiniti viaggi non era con lui.
    Ma  Yarosan  aveva  fatto valere il suo diritto di donna della guardia
    spaziale.
    Comincio ad arrivare a un'et in cui si desidera avere dei figli gli
    aveva detto e poich per legge posso  averne  uno  solo  con  te,  ti
    chiedo, Ral, di trovarti una bella allieva e di sposartela per un paio
    di viaggi...

    Dorno  si  volt  lentamente,  un po' irritato dal fatto che c'era una
    persona,  a bordo,  che non sapeva automaticamente  tutto  quello  che
    c'era da sapere.  Disse in fretta: - E' un Blal,  una bestia selvaggia
    con un Q.I. di dieci,  che abita in questi sistemi esterni scarsamente
    conosciuti,  dove non  stata ancora sterminata. E' straordinariamente
    feroce,   e  ha  nella   testa   un'area   sensitiva,   dove   produce
    biologicamente enormi energie.
    "Lo  scopo  naturale  di  queste  energie    di fornirgli un mezzo di
    trasporto. Purtroppo, quando quel mostro  in movimento, ogni macchina
    nelle sue vicinanze che  operi  su  forze  al  di  sotto  del  livello
    molecolare  viene saturata dalla sua forza organica.  Per eliminarla 
    necessario un lungo lavoro,  ma occorre farlo,  perch altrimenti  non
    pu pi funzionare alcuna macchina di tipo atomico o elettronico.
    "Le nostre batterie automatiche sono riuscite a distruggere gli organi
    sensitivi  del Blal nello stesso istante in cui ci ha colpito.  Adesso
    dovremmo distruggere il suo corpo,  ma per farlo occorre rimettere  in
    funzione le nostre armi a energia. Tutto chiaro?"
    Accanto a lui, Carliss annu, anche se con esitazione. Infine disse: -
    Supponiamo che viva sul pianeta sotto di noi. E che laggi ce ne siano
    altri. Che cosa facciamo?
    Dorno trasse un sospiro.  - Mia cara - disse - secondo il regolamento,
    tutti i membri dell'equipaggio devono subito farsi  dare  i  dati  dei
    sistemi attraversati dalla nave...
    - Ma abbiamo avvistato questo sole mezzo "lan" fa...
    -  Sono  gi  tre  "lan"  che  si sta registrando sul multiquadro,  ma
    lasciamo perdere.  Il pianeta sotto di noi  l'unico del  sistema  che
    sia  abitato.  E  siccome  le sue terre emerse sono un ventesimo o pi
    dell'area totale,   stato colonizzato dagli umani a sangue  caldo  di
    Wodesk.  I  suoi abitanti lo chiamano Terra e non  ancora arrivato al
    livello del viaggio spaziale.
    "Potrei fornirti dati tecnici astrogeografici,  compreso il fatto  che
    il  Blal non abiterebbe mai su un pianeta come questo,  perch non gli
    piacciono assolutamente la sua gravit di otto "der" e la presenza  di
    ossigeno nell'atmosfera.  Purtroppo, per,  perfettamente in grado di
    sopravvivere sulla sua superficie,  nonostante la  distanza  fisica  e
    chimica  dal  suo  ambiente naturale,  e questo lo rende estremamente,
    anzi, mortalmente pericoloso.
    "La sua mente conosce solo l'odio, e viaggia su un binario unico.  Noi
    abbiamo  distrutto la sua principale fonte di energia organica,  ma in
    realt  il  suo  intero  sistema  nervoso    un  serbatoio  di  forze
    sensitive.   Nella   sua   caccia,   si  deve  lanciare  nello  spazio
    all'inseguimento di meteore  che  viaggiano  a  molti  chilometri  per
    secondo. Per seguirle, milioni di anni fa ha sviluppato la capacit di
    sintonizzarsi su qualsiasi corpo materiale.
    "Per  il  dolore che gli abbiamo causato,  si  sintonizzato su di noi
    fin dal primo scambio di energia;  perci,  non appena sar sceso  sul
    pianeta,  si  metter  a  cercarci,  indipendentemente dalla distanza.
    Dobbiamo assicurarci che non ci raggiunga finch non avremo rimesso in
    efficienza un disintegratore. Altrimenti..."
    -  Oh,  non  sar  certo  in  grado  di  danneggiare  un'astronave  di
    metalite... - disse Carliss.
    - No,  ne  perfettamente in grado,  e cercher di farlo. I suoi denti
    proiettano sottili raggi di energia che dissolvono qualsiasi  metallo,
    indipendentemente dalla sua resistenza. Inoltre, quando avr finito di
    occuparsi  di noi,  pensa al danno che potr fare alla Terra prima che
    la guardia spaziale scopra  l'accaduto.  Oltre  a  tutto  questo,  gli
    psicologi  galattici  ritengono  catastrofico  che  un pianeta venga a
    scoprire  prima  del  tempo  l'esistenza  di  una  civilt   galattica
    superiore.
    -  Lo  so  -  disse  Carliss,  con  un vigoroso cenno d'assenso.  - Il
    regolamento impone di uccidere tutti gli abitanti di un simile pianeta
    che per caso ci vedano.
    Dorno fece un rapido cenno d'assenso  e  disse:  -  Perci  il  nostro
    problema    di  atterrare  lontano  dalla bestia per proteggerci,  di
    distruggerla  prima  che  possa  farci  dei  danni,  e  alla  fine  di
    controllare che nessun essere umano ci abbia visti.
    E  termin: - Ma ora ti suggerisco di osservare come Senna usa i razzi
    per farci atterrare senza pericolo in una situazione di emergenza come
    questa.
    Dal corridoio dietro la cabina  di  comando  giunse  la  luce  di  una
    lampada  a  gas.  Il  Sahfid  che  entr  era ancor pi alto di Dorno.
    Reggeva in mano un globo che pareva fatto di una nebbia luminosa e che
    diffondeva un'intensa luce bianca.
    - Brutte notizie - annunci Sehna.  - Come ricorderete,  abbiamo usato
    una notevole quantit di carburante per razzi quando abbiamo inseguito
    i fuorilegge Kjev e da allora non abbiamo fatto rifornimento.  Dovremo
    limitare al minimo le manovre, durante l'atterraggio.
    - Come?  - esclam Dorno.  Lui e la  donna,  stupiti,  si  scambiarono
    un'occhiata.
    Tuttavia,  anche  dopo  l'uscita  di  Senna,  Dorno non fece commenti.
    Infatti non c'era niente da dire: era un disastro.

    Dopo l'atterraggio, si misero tutti al lavoro - Dorno e Carliss, Senna
    e sua moglie Degel - in silenzio e con una  sorta  di  frenesia.  Dopo
    quattro  "lan",  tutti gli aspiratori erano in posizione,  e non c'era
    altro da fare che attendere con fastidio che le strutture elettroniche
    si stabilizzassero con la loro caratteristica,  esasperante  lentezza.
    Dorno osserv: - Alcuni dei motori pi piccoli, le armi personali, che
    per  sono  inutili contro il Blal,  e le macchine utensili della sala
    officina riprenderanno a funzionare prima che la bestia ci  raggiunga.
    Ma niente di importante.  Occorreranno quattro periodi di rotazione di
    questo pianeta prima  che  i  motori  e  i  disintegratori  tornino  a
    funzionare, e questo rende pressoch disperata la nostra impresa.
    "Suppongo  che  potremmo  fabbricare  qualche arma ad azione-reazione,
    impiegando come propellente i resti del nostro carburante  per  razzi.
    Ma una simile arma riuscirebbe soltanto a far infuriare la bestia."
    Alz le spalle. - Temo che sia tutto inutile. Secondo le nostre ultime
    osservazioni,  il  mostro  ha toccato terra a cento "neg" a nord della
    nostra posizione, e perci arriver qui domani. Noi...
    Si ud il ronzio dell'allarme molecolare.  Qualche istante pi  tardi,
    videro  il  battello  indigeno  imboccare  lentamente lo stretto e poi
    affrettarsi a fare marcia  indietro.  Dorno  riflett  su  quel  nuovo
    arrivo,  senza  staccare  dalla baleniera i suoi occhi senza palpebre,
    sempre aperti,  finch non la vide scomparire dietro le  rocce  e  gli
    alberi.
    Prima di parlare,  esamin con attenzione le riprese automatiche,  che
    avevano un supporto esclusivamente chimico  e  che  quindi  non  erano
    state  toccate dalla catastrofe che aveva colpito il resto della nave.
    Poi disse,  lentamente: - Non ne sono del tutto certo,  ma  penso  che
    alla fine abbiamo avuto un po' di fortuna.  L'ingrandimento mostra che
    quella nave ha due armi a bordo,  e da una di esse sporge  un  oggetto
    con in cima un uncino. Questo mi d un'idea. Se necessario, useremo il
    carburante per razzi che ci resta per mantenerci vicino a quella nave,
    finch non sar salito a bordo per controllare.
    - Fa' attenzione! - disse Carliss, con preoccupazione.
    -  L'armatura trasparente - le ricord Dorno - mi protegger dal fuoco
    di gran parte delle loro armi.

    Il sole che splendeva sulla baia era  piacevolmente  caldo,  e  questo
    rendeva  ancor  pi  sorprendente  il  fatto che le acque fossero cos
    gelide. La sensazione di freddo che attravers le branchie di Dorno fu
    un acuto tormento, ma al Sahfid bast una breve occhiata al cannoncino
    ad arpioni, dal boccaporto del castello di prua, per capire che era la
    risposta da lui cercata.
    - Un'arma molto interessante - rifer poi  ai  compagni,  quando  fece
    ritorno  alla  nave  scura.  -  Occorrer un esplosivo pi potente del
    loro,  per forare  la  pelle  del  Blal,  e,  naturalmente,  occorrer
    rafforzare  anche  il  metallo di cui  costruita l'arma.  Ritorner a
    prendere le misure,  e poi a installare la nuova attrezzatura,  ma non
    prevedo difficolt. Sono riuscito a passivare il loro carburante.
    E  termin:  -  Al  momento opportuno,  bisogner riattivarlo.  Devono
    essere in grado di manovrare, quando arriver il Blal.
    - Ma siamo certi che combatteranno contro la bestia? - chiese Carliss.
    Dorno le rivolse un sorriso obliquo.  - Mia cara - le  disse  -    un
    particolare  che  non  verr certamente lasciato al caso.  Grazie a un
    film videografico,  spiegheremo loro la nostra  curiosa  vicenda.  Per
    tutto il resto, sposteremo la nostra nave in modo da farli trovare tra
    noi  e il Blal;  la bestia percepir la presenza di una forza vitale a
    bordo della loro imbarcazione,  e,  stupidamente,  creder  di  averci
    trovato. S, ti assicuro che combatteranno.
    -  Il Blal - riflett Carliss - potrebbe perfino evitarci la fatica di
    doverli uccidere, quando tutto sar finito.
    Dorno la fiss, pensieroso.  - Ah,  gi,  i regolamenti - disse.  - Ti
    assicuro che li rispetteremo alla lettera.
    Sorrise.  -  Un giorno,  Carliss,  dovresti leggerli fino in fondo.  I
    saggi che li hanno preparati perch noi li applicassimo hanno previsto
    tutte le evenienze. Posso assicurartelo.

    Wardell serr le dita sul binocolo fino  a  farle  diventare  bianche,
    quando  scorse la schiena massiccia,  gobba e scura,  che luccicava in
    mezzo alle onde. Era un chilometro pi a nord,  e puntava direttamente
    verso la loro nave. Il mostro nuotava con forza incredibile e lasciava
    dietro di s una lunga scia bianca.
    A modo suo, la parte visibile non sembrava niente di pi di una grossa
    balena.  Per  un attimo,  Wardell si afferr a quell'assurda speranza,
    poi...
    Uno spruzzo d'acqua si allarg sul mare,  e l'illusione del comandante
    dell'"Albatross"  and  in  frantumi  come un giubbotto antiproiettili
    colpito da una cannonata.
    Perch non c'era mai stata balena, in tutti gli oceani di Dio,  capace
    di  spruzzare  acqua  in modo cos formidabile.  Per un attimo,  nella
    mente di Wardell si disegn la vivida immagine di mascelle lunghe  tre
    metri che si chiudevano convulsamente sotto le onde, e che schizzavano
    acqua come mantici.
    Per  un  momento,  Wardell  prov  una  violenta  collera  per essersi
    immaginato, anche per un solo secondo, che fosse una balena. Poi l'ira
    si  spense,   e  il  comandante  dell'"Albatross"  cap   che   quella
    considerazione,  in  realt,  non era affatto gratuita.  Infatti,  gli
    ricordava che per tutta la sua esistenza aveva giocato una partita  in
    cui la paura non aveva ragione di esistere.
    Lentamente,  con  grande  attenzione,  sollev  la schiena.  Disse con
    calma, a voce alta: - Ragazzi, che ci piaccia o no, ci siamo.  Perci,
    teniamo  presente  quello che siamo sempre stati: i migliori balenieri
    che esistano al mondo.

    Tutti i colpi che danneggiarono l'"Albatross" le vennero  inferti  nei
    primi due minuti da quando il cannoncino di Art Zote lanci l'arpione.
    A quel colpo selvaggio,  usc dall'acqua una testa da incubo, priva di
    occhi,  che soffiava tonnellate d'acqua;  poi l'attacco fu un caos  di
    zampe corazzate che colpivano follemente sia l'acqua, sia il vascello,
    il quale cercava di indietreggiare con tutta la forza dei suoi motori.
    Alla fine, l'"Albatross" riusc a staccarsi dal mostro, e Wardell, nel
    districarsi  a fatica dalle rovine del ponte,  not per la prima volta
    che si era levato l'assordante  rumore  dei  razzi  della  nave  delle
    lucertole,  e  vide il secondo arpione piantato nel fianco del mostro.
    Il sottile cavo color rame si  tendeva  fino  a  raggiungere  la  nave
    coperta di scaglie.
    Partirono  altri  quattro  arpioni: due da ciascuna nave.  La creatura
    venne immobilizzata fra i due vascelli.
    Per un'intera  ora,  Art  Zote  continu  a  bersagliare  con  i  suoi
    proiettili  calibro  75  un  corpo  che  si  contorceva,   ferito,  ma
    indistruttibile nella sua ferocia.
    E poi, per tre lunghi giorni e per tre notti,  cercarono di resistere,
    mentre  una  bestia  che  si  rifiutava  di  morire  lottava con furia
    indomabile e insensata.

    Si era alla mattina del quarto giorno.
    Dal ponte devastato della sua nave,  Wardell osservava la scena che si
    svolgeva  sull'altro  vascello.  Due lucertole erano intente a montare
    un'apparecchiatura luccicante, che cominci a emanare una luce grigia,
    nebulosa.  Una nebbia quasi tangibile colp la  bestia  che  affiorava
    sulla superficie del mare;  dove era colpito, il corpo della bestia si
    trasformava in... niente.
    Ora,  a bordo dell'"Albatross",  non si ud pi alcun rumore,  non  si
    vide  pi  un  movimento.  Immobili  alle loro postazioni,  gli uomini
    guardavano affascinati e semiparalizzati il mostro da cento tonnellate
    che rendeva i propri elementi,  non appena veniva colpito dalla  forza
    trascendentale che lo lacerava.
    Trascorse  una  lunghissima  mezz'ora,  prima  che  il corpo robusto e
    terribile fosse completamente dissolto.
    A quel punto,  il disintegratore scintillante venne  ritirato,  e  per
    qualche  tempo  regn  solo  un  silenzio  mortale.  Da  nord  si lev
    all'orizzonte una sottile nebbia, che soffi sulle due navi. Wardell e
    i suoi uomini attesero: erano tesi,  avevano freddo  e  ripensavano  a
    quanto avevano visto.
    -  Andiamocene  via  -  disse  qualcuno.  -  Non  mi  fido  di  quegli
    imbroglioni, neppure dopo che li abbiamo aiutati.
    Wardell alz le spalle in segno di  impotenza.  -  Che  cosa  possiamo
    fare?  Il  sacchetto di polverina che ci hanno gettato a bordo insieme
    con la macchina del cinematografo    servita  a  riattivare  solo  un
    serbatoio,  che  per di pi era mezzo vuoto.  Abbiamo usato gran parte
    della nafta per allontanarci dal mostro,  e adesso ce ne restano pochi
    litri.
    - Maledetti imbroglioni! gemette un altro uomo. - Quello che mi d pi
    fastidio,    la loro segretezza.  Maledizione,  se volevano il nostro
    aiuto, perch non sono venuti a chiedercelo?
    Wardell non si era ancora reso conto di quanto  fosse  grande  la  sua
    tensione. Alle parole del marinaio, si sent prendere dalla collera.
    - Oh,  certo - disse con irritazione.  - Me lo immagino benissimo. Gli
    avremmo dato immediatamente il benvenuto...  con un colpo  del  nostro
    75.
    "E se poi fossero riusciti a dirci che volevano prendere le misure del
    cannoncino,  per  costruirsene  uno  anche  loro,  e  che  intendevano
    aggiustare il nostro in modo che riuscisse a resistere agli  strattoni
    di  venti  balene alla volta,  e che non ci saremmo dovuti allontanare
    finch non fosse arrivato quel mostro infernale...  be',  cosa avremmo
    fatto? Saremmo scappati immediatamente!
    "Ma  le nostre amiche lucertole non sono state cos ingenue.  E' stato
    il pi maledetto,  deliberato imbroglio che abbia  mai  visto,  e  noi
    siamo  rimasti qui perch non potevamo evitarlo,  e non certo per fare
    un favore a qualcuno.  Ma la cosa che mi preoccupa  che  non  abbiamo
    mai  visto  creature di quel genere,  e che nessuno ha mai riferito di
    loro. Forse questo significa che solo i morti non parlano, e io..."
    S'interruppe,  perch l'astronave delle  lucertole  era  ritornata  ad
    animarsi:  adesso  le  creature  erano  occupate a installare un'altra
    apparecchiatura,  pi piccola e opaca della precedente,  e  dotata  di
    strani proiettori, simili a cannoni.
    Wardell s'irrigid,  poi grid: - Quelli sono per noi. Art, hai ancora
    tre colpi. Preparati a fare fuoco.
    Un soffio di fumo argenteo interruppe le sue parole,  i suoi pensieri,
    la sua coscienza. All'istante.

    Nel   silenzio  della  cabina  di  comando,   Dorno  prese  a  parlare
    tranquillamente,  con voce pacata e sibilante: - I regolamenti servono
    a   proteggere  la  coerenza  morale  della  civilt,   e  a  impedire
    un'interpretazione troppo letterale delle leggi da parte di funzionari
    troppo rudi o privi di buon senso.  E' vero  che  i  pianeti  a  basso
    livello  devono  essere  protetti  dal contatto,  e la cosa  talmente
    importante che la morte  una  misura  giustificata  nei  riguardi  di
    coloro che possono avere scoperto la verit. Ma...
    Con un sorriso, Dorno continu: - Quando  stata prestata assistenza a
    un  cittadino  o  a  un  ufficiale galattico,  indipendentemente dalle
    circostanze,   moralmente  necessario,  per  la  nostra  coerenza  di
    persone  civili,  ricorrere  ad  altri mezzi per evitare la diffusione
    della notizia.
    "Ci sono stati dei precedenti,  naturalmente - aggiunse.  - Per questo
    ho tracciato una nuova rotta che ci porter al lontano sole di Wodesk,
    dai cui pianeti,  verdi e incantevoli,  fu originariamente colonizzata
    la Terra.
    "Non sar necessario tenere in catalessi i nostri ospiti.  Non  appena
    si riprenderanno dagli effetti del gas argenteo,  lasciamo pure che...
    si godano il viaggio."






    2. Genere: Mostro robotico.
    COMANDO FINALE.

    Giunto in cima alla collina da  cui  si  poteva  contemplare  l'intera
    distesa di Star,  capitale della Galassia dominata dall'uomo,  Barr si
    ferm e cerc di prendere una decisione.
    Sentiva la presenza della sua unica guardia  del  corpo  -  un  robot-
    ferma in qualche punto alla sua sinistra, nell'oscurit. Un uomo e una
    donna  si  avvicinavano  intanto  lungo  la  cresta della collina;  si
    fermarono per scambiarsi un bacio e poi si avviarono lungo la discesa.
    Barr non bad a loro.  Il suo  problema  riguardava  l'intera  civilt
    dell'uomo e dei robot,  e nelle sue considerazioni non c'era posto per
    i singoli individui.
    Anche la fuga dell'alieno nemico prigioniero,  poche  ore  prima,  era
    stato  solo  un  incidente,  a  confronto dei grandi temi che erano in
    gioco. Certo,  lui aveva preferito vederlo come qualcosa d'importante,
    e  aveva ordinato ai soldati robot di citt lontane di accorrere nella
    capitale per partecipare alla ricerca.  Ma doveva ancora  prendere  la
    decisione  che  avrebbe dato una finalit comune a tutte queste azioni
    isolate.
    Da dietro di lui, si ud un tonfo. Barr si volt. Vide che c'era stato
    un incidente.  L'uomo e la ragazza,  che  evidentemente  non  badavano
    molto  a  quel che avevano attorno,  erano finiti contro il robot.  La
    guardia, presa alla sprovvista, aveva perso l'equilibrio ed era finita
    a gambe levate. L'uomo si chin ad aiutarlo.
    - Scusi - disse.  - Non mi  ero  accorto...    -  S'interruppe.  Nello
    stringergli  il  braccio,  aveva  sentito  sotto le dita l'imbottitura
    plastica che copriva  la  struttura  cristallina  del  robot  e  aveva
    riconosciuto la sua identit. - Oh, un robot! - esclam.
    Si  raddrizz  senza  pi  aiutare  l'altro  a  rialzarsi.  Disse  con
    irritazione: - Pensavo che i robot ci vedessero, al buio.
    La guardia si alz da sola. - Mi spiace. Mi ero distratto.
    - Fa' attenzione! - disse l'uomo, seccamente.
    L'incidente era finito.  Era il tipico scambio di battute che avveniva
    tra  un  robot  e un essere umano.  L'uomo e la donna si allontanarono
    lungo la discesa.  Dopo qualche minuto si scorsero i fari di  un'auto,
    che subito scomparve dietro i cespugli.
    Barr si avvicin alla guardia.  L'incidente di pochi istanti prima era
    direttamente collegato alla terribile decisione da prendere. Chiese: -
    Che cosa ne dici? - Poi si accorse di non essersi spiegato bene.  - Ti
    ha dato fastidio il suo atteggiamento, la sua presunzione che la colpa
    fosse tua?
    -  Certo  -  disse  la guardia,  ancora intenta a togliersi la polvere
    dall'abito. Alz la testa. Dopotutto,  stato lui a venirmi addosso.
    Barr insistette: - Hai provato un desiderio di ribellione?  - Si pent
    di avere fatto quella domanda.  Era troppo diretta. Perci si affrett
    ad aggiungere: - Ti  venuta voglia di protestare?
    La guardia rispose,  dopo un istante: - No!  Mi   parso  che  la  sua
    reazione avesse una base emotiva.
    -  Ma    difficile  trattare con gli uomini su basi diverse da quelle
    emotive.  Gli esseri umani sono di volta in volta  irritati,  furiosi,
    generosi,  preoccupati,  superficiali.  -  Barr  s'interruppe  per  un
    istante; poi prosegu: - E l'elenco non  ancora finito.
    - Penso che lei abbia ragione, signore.
    Barr torn a guardare la grande citt che si stendeva davanti  a  lui.
    L'impressione  di  contemplare  un cielo stellato - l'effetto che dava
    alla capitale il suo nome - era dovuta a una particolare  disposizione
    delle luci stradali. Gli edifici principali erano stati opportunamente
    raggruppati  in  modo  da  ottenere  la  necessaria  concentrazione di
    lampade. Infine Barr disse,  senza girarsi: - Supponiamo che io,  come
    direttore del Consiglio,  ti ordinassi di ucciderti... - S'interruppe.
    Per lui,  quella domanda sfiorava solo la superficie del problema  pi
    importante. Per la guardia, invece, era tutto, Ma termin lo stesso: -
    Come reagiresti?
    La  guardia  rispose:  - Per prima cosa,  controllerei che l'ordine mi
    venisse veramente dato nella sua veste ufficiale di direttore.
    - E poi? - continu Barr. - Intendo dire, questo sarebbe sufficiente?
    - La sua autorit deriva dai voti  degli  elettori.  Mi  pare  che  il
    Consiglio non possa dare un simile ordine senza il consenso popolare.
    -  Legalmente - disse Barr - il Consiglio pu uccidere i singoli robot
    senza dover chiedere l'autorizzazione a nessuno.  - E aggiunse: -  Gli
    esseri umani, naturalmente, non possono essere eliminati dal Consiglio
    senza processo.
    -  Avevo  l'impressione  che parlasse dei robot in generale - disse la
    guardia - e non di me in particolare.
    Barr tacque.  Non si era accorto di proiettare cos chiaramente i suoi
    pensieri segreti. Alla fine disse: - Come individuo, tu obbedisci agli
    ordini che ti vengono dati.  - S'interruppe per un istante.  - O pensi
    che il fatto di coinvolgere una pluralit comporti una differenza?
    - Non lo so. Dia l'ordine; vedr cosa fare.
    - Piano!  - disse Barr.  - Non siamo a questo stadio...  - Tacque.  Ma
    termin la frase nella propria mente: "Non ci siamo ancora".

    L'uomo   il prodotto dei suoi geni e dei suoi neuroni.  Il robot  il
    prodotto dei suoi cristalli e dei suoi tubi  elettronici.  Un  neurone
    umano non produce impulsi spontanei; trasmette gli stimoli provenienti
    dall'esterno.  Un  cristallo  di un robot vibra a seconda dell'impulso
    proveniente da  un  tubo;  il  cambiamento  degli  impulsi  cambia  la
    frequenza  di vibrazione.  Questo cambiamento avviene come conseguenza
    di stimoli provenienti dall'esterno.
    L'uomo si nutre e si mantiene in efficienza  grazie  alla  medicina  e
    alla chirurgia. Il robot ricarica le sue batterie e sostituisce i suoi
    tubi.  Sia  l'uomo  sia  il  robot  pensano.  Gli  organi dell'uomo si
    deteriorano e  i  suoi  tessuti  ritornano  allo  stato  primitivo.  I
    cristalli dei robot si distorcono, quando subiscono troppe vibrazioni,
    e  l'affaticamento delle sue strutture metalliche porta alla morte del
    robot. Se l'uno  vivo, perch non considerare vivo anche l'altro?
    Questi erano i pensieri che occupavano la mente di Barr.
    Fin dall'inizio,  gli uomini si erano sempre "comportati"  come  se  i
    robot non fossero veri e propri organismi viventi.  I robot facevano i
    lavori pesanti.  Avevano appena finito di  combattere  la  pi  grande
    guerra  galattica  della  storia  umana.  Certo,  gli  uomini  avevano
    contribuito a dirigere le strategie e a scegliere le tattiche. Ma loro
    erano tutti nelle retrovie.  Erano i robot a  costituire  l'equipaggio
    delle astronavi e a sbarcare sotto il fuoco nemico, su pianeti alieni.
    Alla fine,  alcuni uomini si erano allarmati per il ruolo predominante
    che veniva sempre pi giocato dai robot nella civilt umana.  In parte
    era  paura  dei robot;  questo non veniva mai ammesso apertamente.  In
    parte era la convinzione che gli esseri  umani  si  sarebbero  trovati
    privi di protezione, se il nemico avesse superato le difese robotiche.
    Da questo la loro richiesta: "Distruggiamo tutti i robot! Costringiamo
    gli uomini a riprendere il comando della loro civilt!".
    E  si  pensava  che la stragrande maggioranza degli esseri umani fosse
    troppo debole per opporsi a una simile decisione.
    Nell'incertezza, il Consiglio aveva affidato la scelta a Barr.

    La guardia, per ordine di Barr,  indic al bus di fermarsi.  La grande
    macchina  si  accost  a loro,  con tutte le luci accese;  aspett che
    fossero saliti, poi si immise senza errori nel traffico.
    Alla fermata successiva, sal un gruppo di giovani,  maschi e femmine.
    Continuarono a fissare con aria "blas" lo stemma del direttore, sulla
    manica  di  Barr,  ma  uscirono  di corsa,  chiassosamente,  quando il
    veicolo, giunto alla fine del tragitto,  si ferm davanti al parco dei
    divertimenti.
    Barr  scese  pi  lentamente.  Aveva  scelto  apposta  quel  luogo per
    coglierne l'atmosfera e le impressioni.  Quando pos il piede a terra,
    un  robot  volante  pass  sopra  di loro,  a poche decine di metri di
    quota, subito seguito da un gruppo di una decina di altri robot.  Barr
    sal sul marciapiede e li fiss con interesse.
    Si erano fermati attorno a una torre,  a mezzo chilometro di distanza,
    in fondo  alla  strada.  Con  cautela,  tenendo  pronte  le  armi,  si
    avvicinarono  agli ultimi piani dell'edificio.  Sul lato opposto della
    via, altri robot, anch'essi equipaggiati per il volo, salirono fino in
    cima a un grosso palazzo d'uffici.
    Come in quasi tutti i luoghi di  lavoro,  a  ogni  piano  del  palazzo
    c'erano  piattaforme su cui potevano atterrare i robot che si recavano
    a lavorare. Occorreva ispezionarle tutte. Anche l'alieno nemico era in
    grado di volare,  bench l'atmosfera del pianeta fosse un  po'  troppo
    rarefatta per lui.
    Barr  continu  a  osservare  per  parecchi  minuti il procedere delle
    ricerche,  poi torn a posare lo sguardo sulla confusione  del  parco.
    Una  decina  di  orchestrine  di  robot,  poste a regolari intervalli,
    suonavano una musica bassa e dal ritmo veloce.  Grandi folle di esseri
    umani  danzavano  e  ondeggiavano  alla cadenza della musica.  Barr si
    volt verso la guardia del corpo.
    - Hai mai avuto il desiderio di ballare?  - Poi pens che rischiava di
    essere presa per una battuta e disse: - Sul serio.
    - No!
    - E la cosa non ti pare strana? - S'interruppe. - Voglio dire, i robot
    hanno imparato a comportarsi quasi come gli esseri umani.  Hanno molti
    atteggiamenti in comune e...
    La guardia gir la faccia  verso  di  lui:  una  faccia  di  materiale
    plastico imbottito che imitava la carne umana. Lo guard con occhi che
    scintillavano. - Ne  davvero convinto? - chiese.
    -  S  -  rispose  Barr,  sicuro di s,  e continu: - E' questione di
    associazioni.  Forse,  non ti rendi conto  di  avere  accettato  molte
    valutazioni  umane.   Non  hai  mai  pensato  che  queste  valutazioni
    potrebbero essere false?
    Il robot tacque.  Quando infine riprese  a  parlare,  era  chiaro  che
    doveva avere riflettuto logicamente sulle sue parole,  almeno entro un
    certo limite. Disse: - Io sono stato fabbricato 194 anni fa.  Ho preso
    coscienza in un mondo di esseri umani e di robot.  Per prima cosa mi 
    stato chiesto di imparare a  condurre  un  veicolo  di  trasporto.  Ho
    eseguito  bene  sia  quel  primo  lavoro sia ogni altro che mi  stato
    assegnato.
    - Perch ti  stato assegnato il  lavoro  di  guidare  un  veicolo?  -
    chiese Barr. E incalz: - Perch hai accettato una simile limitazione?
    - Be'... mancavano guidatori per quel tipo di veicoli.
    - Ma perch non ti hanno incaricato di danzare? - E comment: - E' una
    domanda seria. Non lo dico per scherzare.
    Il robot prese la domanda alla lettera. - Che scopo avrebbe avuto, una
    simile attivit da parte mia? - chiese.
    Con un cenno della testa, Barr indic le coppie che danzavano. - E che
    scopo ha, per loro?
    -  Mi  si  dice  che  stimola l'attivit riproduttiva.  Noi abbiamo un
    sistema meno complicato. Costruiamo un altro robot.
    - Ma a che scopo riprodurre un individuo che poi non  far  altro  che
    andare a ballare?
    La  guardia  rispose  con  tranquillit:  -  Il  neonato,  il bambino,
    l'adolescente, l'adulto,  tutti hanno bisogno di robot che si prendano
    cura di loro. Se non ci fossero gli esseri umani di cui occuparsi, non
    ci sarebbe bisogno neppure dei robot.
    -  Ma perch non costruire robot anche quando non ce n' una necessit
    immediata?  Si potrebbe  fare  benissimo.  Non  capisci?  -  continu,
    cercando  di  convincerlo.  -  Il compito iniziale  stato svolto.  La
    corteccia umana non  pi un necessario  anello  di  collegamento.  E'
    stato creato il robot. Esiste. Pu riprodursi.
    Il robot disse lentamente: - Ricordo che queste idee circolavano nella
    mia unit di combattimento. Me n'ero scordato.
    - Perch?  - chiese Barr, con attenzione. - Le hai volutamente escluse
    dai tuoi pensieri?
    - Ho cercato di immaginare un mondo dove i robot azionavano macchine a
    beneficio l'uno dell'altro...
    - E volavano - prosegu  Barr  -  e  colonizzavano  altri  pianeti,  e
    costruivano  citt,  e combattevano contro gli alieni.  - E termin: -
    Cosa hai pensato, a questo punto?
    - Mi  parsa una sciocchezza.  A che  serve,  riempire  l'universo  di
    robot?
    - E a che serve riempirlo di esseri umani?  - ribatt Barr, cupo. - Mi
    sai rispondere?
    La guardia lo fiss e disse:  -  Non  vedo  perch  il  direttore  del
    Consiglio debba rivolgere a me queste domande.
    Barr  tacque.  Entro  quella  notte  doveva prendere una decisione,  e
    c'erano ancora troppe domande senza risposta.
    Il pensiero  costituito di ricordi e di associazioni.  All'interno di
    una   catena   di   neuroni   umani,    si   accumula   una   tensione
    elettrocolloidale.  Ha una  forma  diversa  a  seconda  dello  stimolo
    ricevuto.  Quando giunge uno stimolo opportuno,  la catena si attiva e
    il ricordo viene scaricato. Si muove attraverso il sistema nervoso per
    unirsi  ad  altre  scariche  di  ricordi.  E  in  questo  modo  si  ha
    un'associazione.
    Il  cristallo  di un robot ricorda.  Quando viene stimolata,  ciascuna
    molecola cede il suo ricordo al livello di energia relativo.  Ci  sono
    associazione e pensiero su una base ordinata.
    Cos rifletteva Barr, e pensava: "Ancor oggi, ci sono degli uomini che
    giudicano il pensiero umano pi 'naturale' di quello dei robot".
    Lui  e  la sua guardia sedevano in un cinema all'aperto.  La notte era
    calda,  e giungeva loro un vago odore di  profumo  e  di  sudorazione.
    Nonostante  il  caldo,  le coppie sedevano strette strette,  tenendosi
    abbracciate.  Molte volte la ragazza appoggiava la testa sulla  spalla
    del compagno.
    Barr guardava con aria critica lo schermo.  Era una storia d'amore,  a
    colori. Robot accuratamente truccati erano stati vestiti come uomini e
    donne.  Mostravano tutta la gamma delle emozioni umane permesse  dalla
    censura dei robot.
    Barr  pens:  "Che cosa farebbe tutta questa gente per divertirsi,  se
    dovessi prendere la decisione che il Consiglio, sotto sotto,  aveva in
    mente,  nell'affidare  a  me  la scelta?".  Non dubitava della propria
    analisi.  Nonostante la loro indecisione,  nonostante il modo  in  cui
    Marknell aveva affidato a lui la responsabilit,  il Consiglio avrebbe
    voluto distruggere i robot.
    Gli esseri umani avrebbero dovuto imparare di nuovo  le  loro  vecchie
    attivit.  A recitare,  a stare dietro alla macchina da presa, e tutte
    le complessit di un'industria avanzatissima. Erano in grado di farlo,
    naturalmente. Durante la guerra, erano sorti vari movimenti tendenti a
    questo.  Erano ancora in una fase embrionale,  e di per se stessi  non
    erano molto importanti. Ma andavano in quella direzione.
    Poi  interruppe  quel  filo  di pensieri.  Nella penombra delle ultime
    file,  accanto alla sua guardia  del  corpo,  c'era  un  giovane  che,
    diversamente dagli altri, era privo di compagnia. Il giovane fiss per
    qualche minuto lo schermo,  poi si guard attorno e, nello scorgere la
    guardia,  s'irrigid.  Si stava gi girando dall'altra parte,  con  un
    leggero  disgusto,  quando  Barr si sporse verso di lui e chiese,  con
    calma: - Ho notato che lei si    irrigidito,  nel  vedere  chi  aveva
    accanto.
    Osserv  attentamente  la  faccia  del  giovanotto.  Non  ci fu alcuna
    reazione immediata, e allora Barr insistette: - Vorrei sapere che cosa
    ha sentito, che cosa ha pensato...
    Il giovane  si  mosse  sulla  sedia,  a  disagio.  Pos  l'occhio  sul
    distintivo fiammante,  al braccio di Barr. - Non posso farci niente...
    - mormor.
    - Certo. Lo capisco perfettamente. - Barr s'interruppe per poi dire: -
    Sto eseguendo una ricerca per il Consiglio.  Vorrei poter  contare  su
    una risposta sincera.
    - Non mi aspettavo di vedere un robot qui dentro.
    - Intende dire che il robot  fuori posto? - Barr indic lo schermo. -
    Perch  una storia d'amore umana?
    - Qualcosa del genere.
    -  Eppure  -  gli fece notare Barr - sono attori robot,  che mimano la
    storia. - L'osservazione, per, era fin troppo banale.  Si affrett ad
    aggiungere: - Devono certamente capire le associazioni relative.
    Il  giovanotto  disse:  -  I robot sono abilissimi in questo genere di
    cose.
    Barr tacque, insoddisfatto. Anche ora, una reazione troppo vaga.  Come
    valutare  l'intelligenza e la profondit delle esperienze di vita,  se
    non dall'attivit e dai risultati ottenuti?
    - E se le dicessi che i robot traggono piacere dagli stimoli luminosi?
    - Anche ora gli parve che  la  sua  osservazione  fosse  inadatta,  ma
    prosegu:  -  Il  sistema  nervoso a cristalli dei robot rimane vivo e
    vigile  grazie  alla  luce  e  al  suono.  Canto,  musica,   gente  in
    movimento... tutti questi spettacoli sono piacevoli.
    - E cosa fanno i robot,  al posto del sesso? - chiese l'uomo, ridendo.
    Sorrise,  come se avesse fatto una domanda senza risposta.  Si alz  e
    cambi sedia.  - Spiacente - disse.  - Continuerei a chiacchierare, ma
    voglio vedere il film.
    Barr non lo ascolt.  Era  intento  a  dire  tra  s:  -  Mettiamo  la
    struttura cristallina in una soluzione di sostanze nutritizie, in modo
    che la prima fase della crescita sia dentro di noi,  sia un'estensione
    della nostra intelligenza.  La crescita ci d  una  sorta  di  dolore-
    piacere, estatico, squisito... Il sesso praticato dagli uomini non pu
    certo superare questa sensazione.
    Era  il  grande  segreto dei robot.  Con sorpresa,  Barr si accorse di
    essere stato quasi sul punto di rivelarlo.  Il rischio  da  lui  corso
    serv a fargli prendere la decisione.
    Era  una  lotta  tra due forme di vita.  Come comandante in capo delle
    forze  umano-robotiche  nella   guerra   contro   il   nemico   venuto
    dall'esterno della Galassia, aveva imparato una suprema realt. In una
    lotta  per  la sopravvivenza e per la preminenza fra razze,  non c'era
    limite al...
    Qualcosa venne a interrompere questi cupi pensieri.  Un uomo  alto  si
    stava accomodando sulla sedia vuota accanto alla sua.  L'uomo disse: -
    Salve,  Barr.  Mi  hanno  detto  che  l'avrei  trovata  quaggi.  Devo
    parlarle.
    Barr si volt lentamente nella sua direzione.

    Per un lungo istante studi il capo della fazione umana del Consiglio.
    Pens:  "Come  ha  fatto  a  trovarmi?  Mi  ha fatto seguire dalle sue
    spie?".
    A voce alta, disse: - Salve Marknell.
    Si accorse di essersi irrigidito.  Aggiunse: - Potevamo vederci domani
    in ufficio.
    - Quel che devo dire non pu aspettare fino a domani.
    - Allora, deve essere una cosa interessante - rispose Barr.
    Nel  guardarlo,  comprese  all'improvviso la vitalit di Marknell.  Un
    uomo difficile da uccidere, in qualsiasi circostanza. Eppure,  dal suo
    tono  di  voce,  pareva essersi reso conto della crisi.  Se quell'uomo
    avesse  avuto  troppi  sospetti,  forse  sarebbe  stato  consigliabile
    ucciderlo.
    Per  la  prima  volta  si chiese se non fosse stato un errore,  uscire
    quella sera con una sola guardia del corpo. Si chiese se fosse il caso
    di chiamare una squadra di robot d'assalto perch lo proteggessero, ma
    poi decise di no. Prima, doveva scoprire che cosa volesse Marknell.
    Il difetto dei pi fidati robot militari - fidati  dal  suo  punto  di
    vista  -  stava nel fatto che erano facilmente riconoscibili.  Dopo la
    guerra erano stati tutti colorati con una  sostanza  chimica  che  non
    danneggiava  le  parti  esposte  della  struttura cristallina,  ma che
    toglieva loro il colore.  Questo era stato  fatto  mentre  Barr  e  la
    maggior  parte degli alti comandi robot erano ancora nei loro quartier
    generali lontani.
    Fin da quando era giunto a conoscenza della cosa,  Barr  aveva  capito
    che  serviva  a  riconoscere  di primo acchito i veterani che potevano
    costituire un pericolo per gli uomini.  Da pi di un anno si  ripeteva
    che  quel  tipo  di azione rendeva ancor pi necessaria la decisione a
    lui affidata.
    Riprese la parola: - A che cosa pensa?
    Marknell rispose in tono indolente: - E' venuto a dare un'occhiata  ai
    bambini,  eh?  -  Con un gesto del braccio,  indic l'intero parco dei
    divertimenti.
    - S - ripet. - I bambini!
    Barr cap che la ripetizione  era  una  sorta  di  attacco  a  livello
    psicologico.  Marknell  tentava  di  dire  che  solo  una  parte  poco
    importante, immatura,  degli esseri umani dedicava la vita al piacere.
    Curiosamente,  per,  l'affermazione  riusc a instillargli un leggero
    dubbio.  Marknell l'aveva calcata troppo: evidentemente,  doveva avere
    capito  la  situazione.   E  dunque  doveva  avere  preparato  qualche
    contromisura.
    Rispose con un'ammissione. Disse freddamente: - Non vedo come possiate
    opporvi.  La fuga del prigioniero nemico ci ha permesso di concentrare
    nella metropoli duecentomila soldati robot.
    -  Tanti  cos - disse Marknell.  Si appoggi alla spalliera,  come se
    avesse capito l'enormit dell'ammissione.  Poi aggrott la  fronte.  -
    Allora  siete usciti allo scoperto...  cos presto.  Speravo che foste
    pi discreti. Non c' molto tempo per venire a un compromesso.
    - Solo i deboli scendono a compromessi !  - rispose Barr con ira,  per
    poi  pentirsi immediatamente delle sue parole,  perch non erano vere.
    La storia umana era piena di compromessi sorprendenti.  Per  un  certo
    periodo,   Barr   aveva  pensato  che  fossero  frutto  di  errori  di
    ragionamento.  Poi aveva iniziato il suo studio delle emozioni  umane,
    allo  scopo  di  instaurare anche nei robot qualche utile associazione
    emotiva.  Gradualmente si era accorto di  avere  acquisito,  grazie  a
    quello studio, reazioni e atteggiamenti umani. Anche il successo degli
    scienziati  robot  nel trovare un sostituto per il sesso nasceva dalla
    coscienza che ci fosse qualcosa da imitare.
    Barr interruppe questo filo  di  pensieri.  Il  tempo  dei  dubbi  era
    finito.  Disse: - Mi basterebbe lanciare un segnale radio,  e la razza
    umana svanirebbe dall'universo.
    - Be',  non proprio dal dire al fare...  - mormor  Marknell.  Sorrise
    senza allegria.
    Barr alz le spalle,  e poi,  per un istante,  riflett su quel gesto;
    era  chiaramente  un'imitazione  inconscia  di  un  gesto   umano   di
    irritazione.  Disse:  -  Pu  dirmi  anche un solo motivo per non dare
    l'ordine?
    Marknell annu.  - Si  dimenticato di un piccolo particolare.  -  Poi
    tacque, come per fare leva sulla sua curiosit.
    Barr  rizz la schiena e consider le varie possibilit.  Le parole di
    Marknell l'avevano turbato;  dovette ammetterlo.  Poi si disse che  il
    problema  si poteva suddividere nelle sue varie componenti.  Controllo
    del  carburante,  dell'energia  e  dei  materiali  occorrenti  per  la
    costruzione  dei  robot:  nelle  mani  dei  robot  al cento per cento.
    Controllo delle attrezzature occorrenti ai robot: nella mani dei robot
    al cento per  cento.  Controllo  delle  attrezzature  occorrenti  agli
    esseri  umani:  in mano a robot che non prendevano parte alla rivolta.
    Controllo  della  produzione   alimentare   destinata   agli   uomini:
    distribuito  sull'intera  superficie del pianeta;  tutto il lavoro era
    effettuato da robot,  ma era impossibile  controllarlo  al  cento  per
    cento.
    Tutto come previsto.  Niente che non potesse essere vinto da una forza
    superiore.  La guerra gli aveva dato  l'addestramento  occorrente  per
    prepararsi  e,  quando  il Consiglio aveva improvvisamente proposto di
    distruggere tutti i robot,  aveva capito che era necessaria  un'azione
    di carattere estremo.
    Irritato  dalla  domanda,  disse rigidamente a Marknell: - Che cosa ho
    dimenticato?
    - Il prigioniero nemico che  fuggito!
    - Che  importanza  pu  avere?  -  chiese.  Poi  s'interruppe,  perch
    all'improvviso aveva capito. - Lo avete fatto scappare voi!
    - S.
    Barr riflett sulla cosa,  esaminando le varie possibilit.  Alla fine
    disse,  perplesso: - Un mostro pericoloso  stato messo in libert  in
    una  grande metropoli.  La sua fuga mi ha fornito la scusa per portare
    un grande numero  di  soldati  scelti  in  un'area  da  cui  sarebbero
    normalmente stati esclusi.  Di conseguenza,  i robot si impadroniranno
    della capitale galattica... non appena io dar il comando.
    Allarg le braccia,  nel gesto di stupore caratteristico degli uomini.
    -  Perci,  non vedo come la fuga dell'alieno possa avere importanza -
    concluse.
    Marknell si alz. - Ne avr, glielo assicuro.

    Si sporse sulla figura di Barr.  - Amico mio - disse - quando  abbiamo
    scoperto  che come comandante dell'esercito lei diffondeva il concetto
    che i robot erano una razza separata...
    Barr osserv a bassa voce: - Non era solo una mia idea.  Tutti,  negli
    alti comandi, la pensavano come me. - E aggiunse: - Vede, i robot sono
    diventati adulti.  Sfortunatamente, gli uomini non vogliono rinunciare
    ai loro privilegi.
    Marknell non parve dargli ascolto.  Prosegu: - ...abbiamo deciso  per
    la  prima  volta  nella storia del sodalizio uomo-robot di nominare un
    robot direttore del Consiglio.  A quanto pare,  lei non ha  apprezzato
    nel  giusto modo questo gesto di amicizia.  Ha sfruttato i suoi poteri
    per organizzare una congiura dei robot contro l'umanit.
    - Si pu parlare di congiura di una razza contro l'altra - chiese Barr
    - se ha lo scopo di chiedere l'uguaglianza?  Temo  che  ci  sia  anche
    questa volta un malinteso fondamentale, Gli esseri umani non accettano
    le giuste aspirazioni di un'altra specie vivente.
    Marknell  lo  fiss  con onest.  - Ho l'impressione - disse - che lei
    pensi a un mondo privo di esseri umani. Intellettualmente,  la cosa mi
    stupisce.  I robot hanno bisogno degli uomini. Dipendono dalla civilt
    dell'uomo ancor pi di quanto non ne dipenda l'uomo stesso.
    Barr rispose in tono grave: - No,  i robot  non  hanno  bisogno  della
    civilt delle macchine, se ho capito con esattezza il suo pensiero. Un
    robot  pu vivere in qualsiasi luogo,  sfruttando semplicemente quello
    che ha con s.  Tutti gli elementi che  compongono  il  suo  corpo  si
    trovano  nella crosta del pianeta.  Pu ricaricare i suoi accumulatori
    dalla terra o dall'aria.  Ha  attrezzi  e  conoscenze  adatti  a  ogni
    necessit.  Nel  corso  della  guerra  si  visto che pu sopravvivere
    indefinitamente in condizioni che ucciderebbero la maggior parte degli
    esseri umani.
    Marknell scosse la testa. - Sono discorsi assolutistici.  Certo lei sa
    di  poter  parlare  agli uomini senza dover ricorrere a questi slogan.
    Lei mi delude, Barr.
    - E lei delude me -  rispose  Barr,  cupo.  -  Quando  le  ho  sentito
    suggerire la distruzione di tutti i robot...
    S'interruppe  e  dovette fare uno sforzo per vincere la collera.  Alla
    fine disse: - A quel punto ho capito che con gli esseri umani  bisogna
    pensare  in  termini di assoluti.  Tutto quel che avevamo fatto fino a
    quel momento era una semplice misura precauzionale,  con l'intento  di
    giungere a una soluzione di compromesso, nella speranza che gli esseri
    umani...
    Marknell  disse: - Barr,  siete stati voi a mostrare la vostra natura,
    non noi.  Reagendo emotivamente,  siete subito  arrivati  all'idea  di
    distruggere la razza umana.  Ed era quanto ci interessava sapere.  Non
    si  soffermato a chiedersi il motivo per cui lasciavamo la  decisione
    a  lei,  personalmente,  e  invece  ha fatto i passi che le sono parsi
    necessari  per  distruggerci,   e  poi     uscito   per   raccogliere
    impressioni,  con la scusa,  penso, che voleva prendersi del tempo per
    arrivare alla decisione.
    Barr rispose: - Dunque,  volevate decidere,  sulla  base  delle  "mie"
    reazioni  emotive,   se  la  razza  dei  robot  dovesse  sopravvivere!
    Marknell,  tra un robot e l'altro c' la stessa differenza che ci  pu
    essere  tra  un  essere umano e l'altro.  Di solito,  il carattere dei
    robot dipende dalle associazioni che si  sono  stabilite  nella  mente
    dell'individuo.  Da  un  lato  avete me e altri come me,  con una cos
    vasta  esperienza  che  nessuna  idea  ci  sembra  troppo  ardita.   E
    dall'altro lato avete robot come la mia guardia del corpo, che accetta
    il  suo  ruolo  senza porsi troppe domande.  Credo che nell'antichit,
    quando gli uomini erano  dominati  dai  tiranni,  molti  esseri  umani
    accettassero con altrettanta umilt la loro bassa condizione.
    S'interruppe.  -  Basta con questi discorsi - riprese.  - Mi spiace di
    dover adottare queste misure,  ma  il modo in cui  gli  esseri  umani
    hanno  sempre  combattuto  le  loro  guerre.  Ed    il modo in cui la
    combatteremo anche noi. A meno che non mi diate una ragione logica per
    fermarmi, ora trasmetter l'ordine alle mie truppe.
    Marknell disse: - La ragione ve l'ho gi data.  Il prigioniero  alieno
    fuggito.
    Queste  parole  costrinsero  Barr  a  rimanere  in silenzio.  Se n'era
    dimenticato.

    Torn a pensarci per qualche momento,  ma non riusc ancora  a  capire
    perch  la  fuga del prigioniero fosse importante.  Infatti,  c'era un
    solo alieno.  Se ce ne fossero stati mille,  la minaccia sarebbe stata
    ovvia.  La  scarsit numerica,  e il basso indice di natalit,  era il
    principale problema del nemico.  Come individuo,  un alieno adulto era
    cos  terribile  che solo un'intera batteria di raggi a energia poteva
    colpirlo.
    Marknell si stava allontanando.  Barr si alz in piedi e corse  dietro
    di  lui.  Quando usc dall'alto recinto del cinematografo ed entr nel
    parco, la musica da ballo torn ad avvolgerlo.  Barr si mise al fianco
    di Marknell, che si ferm.
    -  Vuole saperlo,  eh?  - comment l'uomo,  con un cenno d'assenso.  -
    Forse  un po' troppo,  pretendere che lei indovini i piani segreti di
    un'altra  persona.  Perci,  le dir come vedo la cosa.  Voi intendete
    distruggere gli esseri umani, vero?
    Barr si limit a  dire:  -  Gli  esseri  umani  non  concederanno  mai
    l'uguaglianza  ai  robot.  La  proposta del Consiglio,  di distruggere
    tutti i robot, rivela una tale insensibilit che le due posizioni sono
    ormai inconciliabili.
    Marknell prosegu: - Sia come sia,  voi  intendete  sterminarci.  Come
    pensate di fare?
    - Un'insurrezione a sorpresa - disse Barr.  - Su tutti i pianeti...  e
    le assicuro che coglier davvero di sorpresa la  maggior  parte  degli
    esseri  umani.  - S'interruppe,  in attesa di conoscere la reazione di
    Marknell.  Quando vide  che  non  ce  n'erano,  prosegu  irritato:  -
    Attacchi  senza  sosta,  distruzione  progressiva  dei gruppi isolati,
    mediante la fame  o  con  altri  mezzi,  massacro  dei  soldati  umani
    dovunque si concentrino.  Nessuna misericordia, nessuna tregua. E' una
    lotta per la sopravvivenza.
    Vide che Marknell era impallidito.  Il consigliere disse  infine,  con
    voce  grave:  -  Lei intende davvero distruggerci,  Barr.  Vedo che lo
    shock l'ha portata a una  reazione  completamente  emotiva.  Forse  il
    metodo  da  noi  adottato    stato  troppo brutale.  Anche gli uomini
    possono sbagliare.  Ma,  se eravate pronti a  passare  all'azione,  la
    nostra idea di far precipitare le cose era fondamentalmente giusta.
    E  termin:  -  Ci  che  ora mi interessa.  comunque,   di indurla a
    considerare altre soluzioni.
    Irritato, Barr gli rispose: - Una delle pi radicate convinzioni degli
    esseri umani  che i robot siano logici e  che  tengano  sempre  sotto
    controllo le proprie emozioni.  Dopo avere studiato per tanti anni gli
    esseri umani, la accetto anch'io come vera.  Ne concludo perci che la
    mia opinione  pi giusta della vostra.
    Marknell disse: - Secondo me,  la pretesa superiorit logica dei robot
     un'esagerazione.  Quanto poi alle emozioni...  - scosse la  testa  -
    ...Barr, lei non sa quello che dice.
    Barr  rispose  con  ira: - Forse si potrebbero prendere in esame altre
    soluzioni,  se lei,  purtroppo,  non parlasse solo  per  s.  Potreste
    promulgare leggi da oggi alla consumazione dei secoli,  e quella gente
    non presterebbe loro attenzione.  - Indic la massa  dei  ballerini  e
    aggiunse:  -  Marknell,  dovrebbero  passare  cent'anni,  prima che la
    maggioranza degli esseri umani accettasse l'idea  che  anche  i  robot
    sono vivi.
    Marknell replic in tono offensivo: - E allora, volete risolvere tutto
    in fretta.  Tutto deve essere fatto subito. All'improvviso, dopo mille
    anni di lento progresso, che in gran parte si  svolto nei campi della
    meccanica,   dobbiamo  cambiare  atteggiamento.   Noi   due   sappiamo
    perfettamente che le persone non cambiano in fretta opinione. Suppongo
    che  in  ogni altra sua operazione lei abbia sempre tenuto conto della
    tendenza conservativa di uomini "e di robot".  E non se ne dimentichi,
    Barr.  Ci  saranno  sempre  robot  che  si  opporranno all'esigenza di
    maturare.  Dovrete educarli lentamente,  con grande fatica,  e non  ne
    saranno soddisfatti, neppure in questo modo.

    Barr  non  fece commenti.  Erano un punto dolente anche per lui,  quei
    robot che lo fissavano senza capire quando diceva loro che erano vivi.
    Era questione di associazioni,  si disse.  Il processo  poteva  essere
    veloce  oppure  lento,  a seconda del numero di esseri umani che erano
    presenti per confondere le idee.  Stava gi  per  dirlo,  ma  Marknell
    riprese  la  parola: - Inoltre,  non occorrerebbero cent'anni.  Dovete
    tenere presente il potere dei moderni mezzi di  comunicazione.  E  c'
    un'altra  cosa.  Che  cosa  vi  aspettate  dagli  esseri umani?  Avete
    l'impulso omicida a punirli di tutti gli anni in cui hanno considerato
    i robot niente di pi che schiavi meccanici? O potete accettare l'idea
    che dall'associazione tra uomini e robot non si possa pretendere altro
    che la tolleranza e il rispetto reciproci? Vede, amico mio...
    Barr non lo ascolt pi.  Vedeva chiaramente  dove  andasse  a  parare
    l'astuzia del consigliere Marknell, che cercava di fargli accettare la
    promessa  di  una futura uguaglianza.  Gli uomini come lui suggerivano
    abilmente che un giorno le persone umane avrebbero potuto rispettare i
    robot,  che un giorno tutto  sarebbe  filato  liscio.  Intanto,  per,
    dicevano,  conveniva  mantenere la situazione attuale.  Nel frattempo,
    gli uomini si  sarebbero  gradualmente  infiltrati  nell'industria,  e
    soprattutto  nelle  fabbriche di materiale bellico: con a disposizione
    un po' di tempo,  avrebbero potuto superare il loro presente  handicap
    di  non  avere  armi  e  di  non  avere virtualmente alcuna conoscenza
    tecnica,  tranne pochi individui.  In quel momento,  e per pochi  anni
    ancora,  erano vulnerabili.  In tutta la storia futura della Galassia,
    un'analoga situazione rischiava di non presentarsi pi.
    -  Marknell  -  disse  Barr,   deciso  -  l'uomo  davanti  al  plotone
    d'esecuzione   sempre ansioso di discutere le cose,  e di ammettere i
    propri errori. Qualche anno fa, prima della guerra, o anche mentre era
    in corso,  avremmo accolto con soddisfazione il genere di  compromesso
    che  lei  ei  offre.  Ma adesso  troppo tardi.  Centoventi milioni di
    robot sono stati distrutti nel corso della guerra.  Di  fronte  a  una
    cifra simile,  i suoi appelli,  per quanto astuti e disperati, suonano
    come insignificanti, come affermazioni a buon mercato.
    E aggiunse con ira: - Svelto,  ha solo un momento.  Perch la fuga del
    prigioniero nemico dovrebbe impedirmi di ordinare la ribellione?
    Marknell  esit per qualche istante.  Infine disse: - Mettiamola sotto
    questo aspetto.  Finora,  duecentomila dei vostri soldati  scelti  non
    sono riusciti a catturare un singolo alieno nemico. Quando comincerete
    a  sterminare  gli esseri umani,  non ne dovrete cercare uno solo,  ma
    vari miliardi.  Se non basta questa considerazione a fermarvi,  non so
    che cosa vi possa fermare.

    Barr  accolse  la  notizia  con grande sollievo.  Poi si irrit con se
    stesso per essersi preoccupato  tanto.  Infine,  vinta  l'irritazione,
    esamin i rischi.
    Erano trascurabili,  si disse.  Tutti quei particolari erano gi stati
    presi in considerazione.  Il semplice numero non costituiva un fattore
    determinante.  Quel  che  contava  erano  le armi,  il controllo delle
    industrie, e il fatto di trovarsi in posizione strategica.
    Ogni comandante robot sapeva che sarebbe occorso  tempo.  Era  perfino
    probabile  che  la  razza  umana non potesse mai essere sterminata del
    tutto.  Ma la  presenza  di  qualche  milione  di  individui  isolati,
    nascosti in una miriade di pianeti,  non poteva costituire un pericolo
    per una civilt bene organizzata.
    Barr fu quasi sul punto di dirlo, ma all'ultimo momento si ferm.  Che
    Marknell  non  avesse  altro  da presentare,  come deterrente?  Pareva
    impossibile.
    Anzi,  era cos poca cosa,  in realt,  che Barr cominci a provare un
    dubbio,  del tutto sproporzionato all'esiguit della minaccia.  Doveva
    esserci dell'altro.
    E lui doveva scoprire che cos'era.
    Vide che Marknell lo fissava incuriosito. Poi l'uomo disse: - Barr,  
    interessante  guardare  le  sue  reazioni.  Le  sue  associazioni sono
    profondamente umane.
    Era una cosa che lo stesso Barr aveva gi avuto occasione di osservare
    in  se  stesso,   e  il  paragone  non  gli  piacque.   La  cosa   era
    particolarmente  fastidiosa  perch gli esperimenti segreti,  condotti
    sui  nuovi  robot,   non  avevano   fatto   ancora   emergere   alcuna
    caratteristica  che  fosse esclusiva dei robot.  Barr credeva di avere
    trovato  la  ragione  di  questo,  e  l'aveva  spesso  ripetuta,   con
    irritazione. I robot insegnanti, che erano orientati sul comportamento
    umano,  trasmettevano  inconsciamente  ai loro allievi le associazioni
    umane. Sarebbero occorse varie generazioni per eliminarle del tutto.
    Marknell aveva ripreso a parlare: - Noi contiamo  proprio  su  questo,
    Barr.  La vostra umanit. Che vi piaccia o no, c'. Il sistema nervoso
    dei robot ne  intriso. Le assicuro, non potete eliminarla. E quando i
    vostri scienziati hanno finalmente  scoperto  dieci  anni  fa  che  la
    crescita  del  cristallo...  che  fino  a  quel  momento  si  svolgeva
    separatamente,  in laboratorio...  era  il  sostituto  del  sesso  che
    cercavate  da  tempo,  da  quel  momento,  Barr,  siete  caduti in una
    trappola da cui non c' scampo.
    Qualcosa che lesse nell'espressione di Barr  lo  fece  tacere  per  un
    istante.  Batt gli occhi e disse: - Oh,  scusi, me n'ero dimenticato.
    E' un segreto, vero? - Ma non pareva affatto contrito.
    Barr disse, sgomento: - Dove l'ha saputo?  Solo pochi robot ne sono al
    corrente.  Lei...  - S'interruppe. Le sue associazioni si confondevano
    tra loro.
    Marknell era tornato a fissarlo con attenzione.  - Ci pensi!  Non  c'
    qualche lacuna nel suo piano? Qualche piccola area che le mette paura?
    Forse   qualcosa che lei cerca di nascondere perfino a se stesso,  ma
    c'.
    Barr ribatt freddamente: - Sta dicendo delle assurdit, e lo sa anche
    lei.
    Marknell non diede l'impressione di averlo sentito.  - Sono tutte cose
    nuove  per  voi.  Non  potete  rendervi  conto di quanto finiranno per
    condizionarvi.  Sarete colti alla sprovvista,  Barr,  e sarete fatti a
    pezzi.
    - Non c' niente che possa sconfiggerci - disse Barr. - Niente. Se non
    ha altro da dire, Marknell...
    L'altro  diede  un'occhiata all'orologio.  Poi scosse la testa e disse
    con decisione: - Direttore Barr, vi offriamo l'uguaglianza.
    Barr rifiut con ostinazione: - Troppo tardi!  - E  aggiunse  in  tono
    ironico: - Dobbiamo ricominciare da capo la discussione?
    Marknell  disse:  -  Barr,  secoli  fa,  gli  esseri  umani  erano  in
    competizione tra loro per il diritto di divenire esperti tecnici e per
    dirigere  le   industrie.   Questo   genere   di   attivit   comporta
    soddisfazioni  personali  che nessun robot vorr lasciare,  quando gli
    mostrerete le alternative.
    Barr ribatt seccamente: - Continueremo a dirigere  le  industrie,  ma
    per  noi  stessi.  - Non riusc a fare a meno di aggiungere: - Davvero
    astuto, questo tentativo di rendere la schiavit qualcosa di attraente
    per lo schiavo!
    - Gli esseri umani  hanno  bisogno  dei  robot,  e  viceversa.  Uniti,
    abbiamo  portato  la  civilt alle sue vette presenti.  E' un mondo di
    relazioni reciproche.
    Barr rispose con insofferenza: - Certo, gli esseri umani hanno bisogno
    dei robot, ma non vale l'inverso.  - E ripet: - Marknell,  se  tutto
    qui...
    Marknell chin la testa. Disse: - Be', siamo quasi alla fine, vero? Ho
    cercato di fornirle una via d'uscita comoda,  ma lei non  disposto ad
    accettarla. E, stranamente,  continua a trascurare l'accenno che le ho
    gi fornito sulla natura della nostra risposta.
    - Ah,  torniamo alla fuga dell'alieno - disse Barr. Scosse la testa. -
    Secondo lei,  noi robot dovremmo avere paura di un singolo  membro  di
    una razza che abbiamo gi messo alle corde!
    - No - disse Marknell, piano. - Dovreste avere paura del posto dove si
    trova l'alieno in questo momento.
    -  Cosa  volete  dire...?  -  cominci  Barr.  Poi  gli venne in mente
    qualcosa di assurdo. - Impossibile! - esclam, sconvolto. - Non sapete
    niente di...
    Lo shock fece tremare ogni molecola del suo cervello a cristalli. Come
    da lontano,  in mezzo al tumulto dei  suoi  pensieri,  sent  Marknell
    dire:  -  E  questo  non  tutto.  Ci siamo accordati con l'alieno per
    ricevere   da   lui   forniture   militari.   Forse   le   converrebbe
    accompagnarmi: laggi constater di persona che dico la verit.
    Prese Barr per il gomito. Ciecamente, Barr si lasci trascinare.

    Giunsero  al  lungo  edificio.  Nell'entrare,  Barr vide che tutti gli
    ingressi erano sorvegliati da uomini.  Erano armati di piccole pistole
    a  energia  fabbricate dai robot.  Se non altro,  pens Barr,  le armi
    degli alieni non erano ancora state sbarcate.  Gli uomini lo fissarono
    con ostilit, accigliati.
    Nel  vederli,  Barr  si  sent leggermente sollevato.  Per il momento,
    niente indicava che l'alieno fosse stato lasciato libero  di  colpire.
    Gli parve che l'intera scena fosse stata allestita... per lui.
    Per  un istante si chiese che cosa era successo alle guardie robot che
    custodivano  l'edificio.  Come  per  tutti  i  centri  strategicamente
    importanti  dei  robot  ribelli,  Barr aveva cercato di non richiamare
    l'attenzione sull'edificio.  La difficolt era data dal  fatto  che  i
    robot  erano  assegnati  ai  lavori  di guardia o ad altre attivit da
    un'agenzia centrale controllata dagli esseri  umani.  Di  conseguenza,
    era  riuscito a introdurre in ciascuna di quelle aree solo pochi robot
    in posizioni chiave. Non dubitava che, una volta sorto negli uomini il
    sospetto, quei robot fossero stati isolati e sopraffatti da un attacco
    a sorpresa. Gli altri avevano semplicemente obbedito alle autorit.
    Lentamente,  Barr valut la situazione e s'irrigid.  Si  volt  verso
    Marknell e disse a fatica: - Come certo avr compreso,  io sono venuto
    qui da soldato,  pronto a morire.  -  E  aggiunse  tristemente:  -  In
    questo,  ammetter,  di  recente  i  robot si sono fatti un'esperienza
    molto superiore a quella degli esseri umani.
    Marknell disse: - Barr,  ammiro la sua volont di ferro.  Ma l'avverto
    di nuovo. Voi robot, semplicemente, non avete l'esperienza che occorre
    per   resistere  a  determinati  shock.   Ricordi,     rimasto  quasi
    paralizzato al solo pensiero di quel che poteva essere successo.
    Barr lo ascolt con freddezza.  Ripensava con fastidio a quel  momento
    di   debolezza.   Ma  non  provava  niente  di  pi  che  una  leggera
    irritazione. Del resto, non poteva esserci altro: sul momento,  lui si
    era   preoccupato   per   la   sorte   del   loro   esperimento,    ma
    quell'esperimento poteva essere ripreso in seguito,  magari con  altri
    robot.
    Disse:  -  Sono qui per controllare la sua affermazione che gli alieni
    sono disposti a fornire armi agli esseri umani.  - Scosse  leggermente
    la testa.  - Non riesco a crederci,  lo confesso;  noi abbiamo cercato
    molte volte di entrare in contatto con i nemici, ma i nostri tentativi
    non hanno mai avuto successo.  Comunque,    mio  dovere  scoprire  la
    verit, anche se la cosa pu costarmi la vita.
    Marknell disse solo: - Vedr.
    Indic una porta a Barr, e questi entr. Non appena varcata la soglia,
    per, ebbe l'impressione di essere caduto in una trappola.
    Una bestia alata, alta pi di due metri e mezzo, si gir verso di lui.
    Le  escrescenze  luccicanti,  ossee,  che  le sporgevano dalla fronte,
    s'illuminarono di un alone di energia elettrica.  Ne scatur un lampo,
    di  potenza sufficiente a cortocircuitare e bruciare ogni collegamento
    elettrico presente nel corpo di un robot.
    Involontariamente, Barr fece un passo indietro.
    Poi riconobbe il luogo dove l'avevano portato: la  "stanza  a  vetri".
    Tra  lui  e  il  nemico c'era una barriera di vetro isolante.  Barr si
    trovava nel corridoio esterno,  dove  i  suoi  scienziati  venivano  a
    osservare l'indottrinamento dei robot sperimentali. In fondo alla zona
    isolata  era  visibile  la  porta che conduceva ai quartieri di questi
    ultimi. Al momento era chiusa.
    Barr la guard con nervosismo, poi si volt verso Marknell. - Suppongo
    - disse - che se non mi arrendo, prima o poi aprirete quella porta.
    E si affrett a proseguire: - Ma non servir a niente, gliel'assicuro.
    Marknell disse: - Barr,  in questo momento pu ancora salvare l'intera
    situazione. Basta che si comporti in modo ragionevole.
    Barr  rise  con  disprezzo.  - Secondo la ragione umana?  - Sollev il
    braccio,  poi si accorse del proprio  gesto  e  lo  abbass  con  ira.
    Aggiunse: - Naturalmente,  adesso mi dir che noi robot possiamo avere
    solo quella.
    Marknell disse: -  Mi  parli  degli  esperimenti  che  svolgevate  qui
    dentro.
    Barr  esit.  Poi comprese che doveva dare informazioni,  se intendeva
    riceverne. Disse: - Qui abbiamo tenuto i robot in isolamento.  Abbiamo
    cercato  di  non  dare  loro una falsa immagine della vita.  Sanno che
    esistono gli esseri umani e che esistono  gli  alieni,  anche  se  non
    glieli  abbiamo  mai  mostrati  in  carne e ossa.  - Fece una pausa da
    attore di teatro.  - A tutti i robot di questo edificio  stato sempre
    detto   che   i   robot  sono  uguali  a  ogni  altra  forma  di  vita
    dell'universo.
    - Ed  proprio cos - disse Marknell.
    Barr fece per  alzare  le  spalle;  poi,  nel  cogliere  i  sottofondi
    propagandistici delle parole dell'uomo,  s'interruppe e disse con ira:
    - Non vedo il motivo di continuare questa  particolare  conversazione.
    Passiamo alla realt. Che cosa intendete fare?
    Marknell rispose: - Esattamente quello che ha detto. La realt.
    S'interruppe  per  un  istante,  come  se  studiasse le parole,  e poi
    prosegu: - Naturalmente, non appena mi sono accorto del pericolo,  ho
    cercato  qualche  sistema  per  rispondere  all'imminente  attacco dei
    robot. Tra le altre cose, mi sono recato dall'unico prigioniero alieno
    catturato durante la guerra.  Come lei  ricorder,    stato  per  mia
    richiesta che l'abbiamo infine portato sulla Terra.
    Fece una pausa. Ma, nel vedere che Barr non diceva niente, prosegu: -
    La  mia  comparsa  stup  l'alieno.  Io  ero  arrivato come il solito,
    accompagnato dalle mie guardie robot. L'alieno giunse immediatamente a
    una conclusione.  Pens che anch'io fossi  prigioniero.  Me  lo  disse
    nella prima immagine mentale che mi trasmise.  Io stavo per spiegargli
    la nostra complessa civilt, ma rimasi colpito dai tremendi sottintesi
    delle sue parole.  Barr,  le  venuto in mente che  gli  alieni  hanno
    sempre  combattuto  contro  robot?  E'  stata  una  guerra tra robot e
    alieni. "Gli alieni non sapevano neppure che esistessero gli uomini".
    "Naturalmente, mi sono informato anche di altre cose.  Ho scoperto che
    il  motivo che li ha spinti a entrare in guerra e a combattere in modo
    cos disperato  la  convinzione  che  i  robot  fossero  qualcosa  di
    totalmente  alieno.   L'incontro  fra  me  e  lui  divenne  ancor  pi
    stupefacente quando il mostro riconobbe in me un'altra forma  di  vita
    organica. Non stava pi nella pelle dal desiderio di fare amicizia.
    "Gli ho raccontato una storia complicata. Non star a ripeterla. Ma il
    risultato fu questo: si  messo in contatto telepatico con il suo alto
    comando,  e  nei prossimi giorni le navi degli alieni raggiungeranno i
    pianeti controllati dalla Terra.  Se  verr  dato  un  certo  segnale,
    scenderanno  e forniranno armi agli schiavi umani,  per aiutarli nella
    loro rivolta  contro  il  comune  nemico:  il  robot.  Se  necessario,
    combatteranno con noi.
    "Capisce,  Barr,  c' una certa assurda ironia in tutta la situazione.
    Sembra che la grande guerra contro gli alieni non  avesse  motivo.  Le
    assicuro che molti uomini hanno capito i nostri errori ancor prima che
    la guerra finisse.  Oggi queste forze sono pi agguerrite che mai. Gli
    uomini tornano a prendere attivamente parte alla civilt."
    S'interruppe. - E ora, come incoraggiamento finale per lei,  ho qui un
    suo   amico,   uno   dei   robot   sperimentali  che  abbiamo  trovato
    nell'edificio.
    Si scost di lato.  Barr attese,  stranamente confuso,  come se la sua
    mente non lavorasse pi in modo ordinato.

    Il  robot  che  giunse  da  una porta laterale non era accompagnato da
    alcuna guardia. E non era neppure mascherato in modo da assomigliare a
    un essere umano. Aveva gambe e braccia articolate e testa rotante.  Ma
    il  suo  "sistema  nervoso" a cristalli era appoggiato su una sostanza
    trasparente molto dura e,  nell'altra direzione,  gli  restava  ancora
    spazio  per  la  crescita.  Gran  parte  del  suo corpo era opaco alle
    lunghezze d'onda visibili agli uomini,  ma Barr riusciva a distinguere
    ogni tubo, ogni parte in movimento.
    Fiss affascinato il nuovo robot che diceva: - Ehi,  direttore, ci hai
    fatto una bella sorpresa,  nel lasciar entrare gli umani  qui  dentro.
    Sono lieto di riferirti, comunque, che abbiamo superato lo shock senza
    grandi fastidi.
    Barr disse vagamente: - Sono...  sono contento che... - Poi riprese il
    controllo di se stesso e disse: - In questo mondo,  bisogna  abituarsi
    alle sorprese.
    Il  robot  sperimentale  studi Marknell.  - Cos,  questa  una delle
    razze con cui condividiamo l'universo.  Scusa,  ma devo proprio  dirti
    che noi robot, a parer mio, siamo quelli con maggiori doti naturali!
    Barr guard con aria imbarazzata.  Mormor qualcosa di inudibile. Poi,
    ancora una volta,  riprese la padronanza di  s.  Disse  con  maggiore
    fermezza: - Hai proprio ragione.
    -  Voglio  dire  questo  -  continu  l'altro robot.  - Guarda solo le
    limitazioni entro cui sono costrette ad agire le altre forme di  vita.
    Devono  prendere  il cibo da altre forme organiche.  E la cosa viene a
    dipendere da cos tante variabili,  come  il  clima,  la  presenza  di
    determinate sostanze nel suolo e cos via,  che non si riesce a capire
    come abbiano fatto a salvarsi.  Mi sembra ovvio che le forme  di  vita
    organiche debbano essere comparse molto tardi sulla scena.  Direttore,
    qual  la teoria pi aggiornata?  Certo quella che i  robot  precedono
    ogni altra forma di vita. E' l'unica conclusione logica.
    Barr  stava  per dire qualcosa,  ma venne interrotto da Marknell,  che
    tocc la zona sensibile, sul braccio del robot sperimentale,  e disse:
    - Siamo ansiosi di presentarti un'altra forma di vita organica. Vieni,
    entriamo nella stanza dalle pareti di vetro.
    Mentre  Barr  guardava  esterrefatto,  i due si allontanarono lungo la
    parete  di  vetro  isolante.  Tutta  la  scena  gli  pareva  diventata
    stranamente scura, come se gli fosse sceso un velo davanti agli occhi.
    E lontano gli pareva di sentire il tuono. Li riconobbe: quegli effetti
    erano   dovuti   a  un  eccesso  di  vibrazione  della  sua  struttura
    cristallina.  All'improvviso,   cap  vagamente  quel  che  stava  per
    succedere.   Con  l'occhio  della  mente,   vide  il  lampo  scaturire
    dall'alieno, e colpire il robot ignaro. Mentalmente,  vide la sorpresa
    e il dolore, la disperata consapevolezza dell'imminenza della morte.
    Tutto  questo  gli  pass  per la mente mentre il robot raggiungeva la
    porta.  Marknell port  la  mano  alla  serratura.  Non  si  gir  per
    un'ultima  perorazione  come  si  aspettava Barr.  Si mosse con grande
    decisione.
    Barr pens: "Si aspetta di vedermi crollare.  Si aspetta che gli  dica
    di fermarsi".
    Era  ridicolo.  Solo perch quel particolare robot era cresciuto dalla
    sua struttura cristallina...
    Mentre l'uomo apriva la porta,  Barr,  con grande stupore,  sent  una
    voce gridare: - Marknell!
    Comprese  immediatamente  che  era  stato lui a gridare.  I sottintesi
    erano sconvolgenti. Eppure...
    Marknell si volt: - Barr?
    Barr cerc di reagire con un moto di collera,  ma non  ci  riusc.  Il
    velo   di   vibrazioni  interferiva  con  i  suoi  pensieri;   eppure,
    all'improvviso, si rendeva conto di molte cose che non aveva capito.
    - Marknell, va bene!
    - Voglio sentire l'ordine! - rispose l'uomo, inesorabile. - Ho qui una
    radio per inserirci sulla frequenza dei robot.
    Si volt e disse all'altro  robot:  -  Forse    meglio  rimandare  la
    presentazione. Il tizio che c' qui dentro ha un caratteraccio.
    - Non ho paura.
    Marknell disse: - Un'altra volta. Ti suggerisco di ritornare nella tua
    stanza, adesso.
    Il robot guard Barr, che gli rivolse un cenno d'assenso. Quando si fu
    allontanato, Barr disse: - Che ordine devo dare?
    Marknell  gli pass un foglio.  Barr lesse - -Sulla base di un accordo
    raggiunto tra i capi dei robot e quelli degli uomini,  da oggi in  poi
    si  stabilisce  la  piena  uguaglianza  tra  le  due forme di vita.  I
    particolari sono ora allo studio.  I soldati  delle  squadre  speciali
    hanno  l'ordine  di  rientrare  immediatamente  alle  loro  basi  e di
    prepararsi per la nuova epoca di collaborazione tra due razze grandi e
    uguali.
    Terminato di trasmettere la dichiarazione,  Barr alz la testa e  vide
    che Marknell gli tendeva la mano.
    Marknell  sorrise.  -  Detto  da un padre all'altro,  congratulazioni,
    Barr. Ha davvero un ottimo ragazzo, quaggi.
    Uomo e robot si strinsero la mano.














    3. Genere: Mostro telepatico.
    GUERRA DI NERVI.

    "Il viaggio della 'Space Beagle' - la prima spedizione dell'uomo nella
    grande galassia M 33 di Andromeda - era gi stato funestato da  alcuni
    incidenti  gravissimi.  Per  ben tre volte,  pericolosi alieni avevano
    attaccato i novecento e  pi  scienziati  agli  ordini  del  direttore
    Morton  e  i  centocinquanta militari comandati dal capitano Leech.  A
    questo si sommavano le tensioni che erano venute  a  crearsi  fra  gli
    stessi uomini.  Odio, antipatie, paure, ambizioni - di cui la bramosia
    del chimico capo, Kent, di diventare direttore era soltanto un esempio
    - finivano per impregnare sgradevolmente ogni attivit a bordo.
    Elliott Grosvenor,  l'unico connettivista della nave,  a  volte  aveva
    l'impressione  che i suoi compagni esausti fisicamente ed emotivamente
    non fossero pi in  grado  di  superare  un'altra  emergenza  come  le
    precedenti.
    E l'emergenza, puntualmente, si verific".

    Elliott  Grosvenor  aveva  appena  detto a Korita,  l'archeologo della
    "Space Beagle": - Il suo breve riassunto sui cicli storici    proprio
    quello   che   mi   occorreva.   Li  conoscevo  gi  a  grandi  linee,
    naturalmente.  Non li insegnano  alla  Fondazione  Connettivista,  dal
    momento che si tratta essenzialmente di una forma di filosofia.
    Ma  quando  uno    curioso,  finisce  sempre  per raccogliere pezzi e
    bocconi delle informazioni pi disparate.
    Si erano fermati a parlare nella "stanza  di  vetro"  del  piano  dove
    aveva  sede il reparto di Grosvenor.  Non era vetro e quella,  a rigor
    dei termini, non era una stanza,  ma una nicchia sulla paratia esterna
    del  corridoio,  e il "vetro" era un'enorme piastra ricurva,  fatta di
    resistite  metallica  cristallizzata.   Era  cos  limpida  che   dava
    l'impressione di non esserci: davanti a s, i due uomini vedevano solo
    il vuoto e il buio dello spazio.
    Korita  si  gir  verso la nicchia e disse: - Capisco che cosa intende
    per "pezzi e bocconi".  Per esempio,  da quel che sono venuto a sapere
    recentemente  sul connettivismo,  comincio a provare una forte invidia
    per l'addestramento mentale che vi viene dato.
    La cosa accadde  in  quel  preciso  momento.  Grosvenor  aveva  notato
    distrattamente  che  la  nave  era  quasi  uscita  dal  piccolo gruppo
    stellare che stava attraversando.  Soltanto poche decine di soli erano
    ancora  visibili  dei  pi di cinquemila gruppi stellari dell'ammasso,
    uno dei compagni di viaggio della Galassia cui apparteneva la Terra.
    Grosvenor aveva aperto le labbra per dire: - Sar lieto di  riprendere
    questo  discorso,  Korita...  - ma non fece in tempo a terminare.  Sul
    vetro,  davanti a lui,  si stava formando l'immagine  sfocata  di  una
    donna che portava un grande cappello di piume. L'immagine sfarfall, e
    Grosvenor  avvert  un'anormale  tensione nei muscoli oculari.  Per un
    attimo la mente gli si svuot.  A questo  fecero  seguito,  in  rapida
    successione,  suoni, accecanti sprazzi di luce, un'acuta sensazione di
    dolore... "Allucinazioni ipnotiche!" Nel capirlo,  gli parve di essere
    colpito  da  una  scossa  elettrica.  Ma  lo  salv  il fatto di avere
    riconosciuto immediatamente la natura del fenomeno. Si gir di scatto,
    inciamp nel corpo esanime di Korita,  poi si lanci di corsa lungo il
    corridoio.
    Mentre correva,  era costretto a guardare davanti a s,  per vedere la
    strada.  Ma doveva continuare ad aprire e a  chiudere  gli  occhi  per
    interrompere il ritmo dei lampi di luce prodotti dalle immagini che si
    formavano  sulle  pareti.  All'inizio  gli  parve  che  le immagini si
    formassero dappertutto.  Poi si accorse che  le  figure  luminose,  di
    aspetto  vagamente  femminile  - alcune,  stranamente,  doppie,  altre
    singole - comparivano soltanto sulle  sezioni  trasparenti,  o  almeno
    lucide,  delle paratie.  C'erano centinaia di quelle zone riflettenti,
    ma per lo meno ponevano una limitazione al fenomeno: Grosvenor  sapeva
    quando era il caso di correre e quando poteva rallentare.
    Cominci a vedere altri uomini. Giacevano a terra, sparsi a intervalli
    irregolari,  lungo  il  cammino  da  lui  percorso.  Un  paio di volte
    s'imbatt in uomini che non avevano perso i sensi.  Il  primo  era  in
    mezzo  al  corridoio,  e  si muoveva a tastoni,  senza vedere.  Quando
    Grosvenor pass accanto a lui e quasi lo sfior,  non diede  segno  di
    accorgersi della sua presenza. L'altro, invece, lanci un urlo, brand
    il  suo vibratore e spar.  Il tracciante del raggio illumin un punto
    della parete, vicino a Grosvenor,  che si gir di scatto e si tuff in
    avanti,  colpendo  l'uomo  e  facendolo crollare a terra.  L'uomo,  un
    partigiano di Kent,  lo fiss con  cattiveria:  -  Maledetta  spia!  -
    esclam,  ringhioso.  -  Ti  beccheremo.  -  Grosvenor  non  si ferm.
    Raggiunse illeso la propria sezione e si rifugi subito  nella  cabina
    di ripresa cinematografica. Qui giunto, accese un vero e proprio fuoco
    di  sbarramento  di  fari  ad  alta  luminosit e lo orient contro il
    pavimento,  le pareti e il  soffitto.  Le  immagini  furono  eclissate
    all'istante dalla luce intensissima che le copr.

    Grosvenor  si  mise  subito al lavoro.  Una cosa era gi evidente.  Si
    trattava di una forma di ipnosi visiva meccanica di grande potenza,  e
    lui si era salvato soltanto perch aveva allontanato subito gli occhi;
    ma il fenomeno non si limitava alla vista. L'immagine aveva cercato di
    assumere  il  controllo  delle  sue  azioni stimolando il suo cervello
    attraverso le vie della vista.  Grosvenor era aggiornato sulla maggior
    parte  dei  lavori  compiuti  dagli scienziati umani in quel campo,  e
    perci sapeva - anche se evidentemente gli aggressori lo ignoravano  -
    che un alieno, per controllare un sistema nervoso umano, aveva bisogno
    di un adattatore encefalico o di qualcosa di equivalente.
    Da  quel  che  era  quasi successo a lui,  Grosvenor capiva che i suoi
    compagni erano caduti in una trance profonda,  o che erano confusi  da
    allucinazioni  e  che  non  erano  responsabili dei loro atti.  La sua
    speranza era che quegli esseri simili a donne - sembrava  appunto  che
    il  nemico  fosse  di  sesso  femminile  - agissero da una distanza di
    parecchi  anni-luce  e  perci  non  fossero  in  grado   di   variare
    rapidamente la natura dell'attacco.
    Adesso,  il  compito  di  Grosvenor consisteva nel raggiungere la sala
    comando per attivare lo schermo  d'energia  che  proteggeva  la  nave.
    Infatti,   indipendentemente  dall'origine  dell'attacco,  che  poteva
    venire da un'altra nave oppure da un pianeta,  lo schermo era in grado
    di interrompere qualsiasi raggio portante trasmesso dal nemico.
    Freneticamente,  Grosvenor  mont  un'unit  mobile  di lampade: aveva
    bisogno di qualcosa  che  interferisse  con  le  immagini  durante  il
    percorso  dal suo reparto alla sala comandi.  Stava eseguendo l'ultimo
    collegamento,  quando  avvert  una  sensazione  inequivocabile,   una
    leggera  vertigine  che  dur  un  attimo  e  poi  scomparve.  Era  la
    sensazione che si avvertiva abitualmente durante un brusco cambiamento
    di  rotta,   ed  era  dovuta  al   riallineamento   dei   compensatori
    d'accelerazione.  La rotta della nave era davvero cambiata? Non poteva
    perdere tempo per accertarsene.  Rapidamente,  Grosvenor trasport  il
    suo  apparato  di  luci fino a un carrello elettrico,  in un corridoio
    vicino, e lo sistem nella parte posteriore.  Poi sal ai comandi e si
    diresse verso il montacarichi.
    Nel  complesso,  gli parve che fosse trascorsa una decina di minuti da
    quando aveva visto la prima immagine.
    Infil a quaranta  chilometri  all'ora  la  curva  del  corridoio  che
    portava al montacarichi: una velocit un po' alta,  se si teneva conto
    dello spazio relativamente ristretto.  In una rientranza della parete,
    di  fronte al montacarichi,  due uomini lottavano selvaggiamente.  Non
    prestarono  la  minima  attenzione  a  Grosvenor,  ma  continuarono  a
    rantolare,  avvinghiati,  i muscoli tesi allo spasimo,  imprecando. Il
    loro respiro affannoso diveniva un suono quasi assordante,  in  quello
    spazio  limitato.  Il  loro cieco,  violento odio reciproco resistette
    all'azione dell'intensa luce di Grosvenor.  Qualunque fosse l'universo
    allucinatorio   in   cui  erano  immersi,   ormai  aveva  "attecchito"
    profondamente in loro.
    Grosvenor spinse il carrello all'interno del pi vicino montacarichi e
    schiacci il pulsante della discesa.  Si augurava che la sala  comando
    fosse  vuota,  ma  la  sua speranza mor quando raggiunse il corridoio
    principale,  che pullulava di  uomini.  Avevano  alzato  barricate  di
    fortuna, e l'aria puzzava di ozono. I vibratori ronzavano e sparavano.
    Dalla cabina del montacarichi,  Grosvenor diede cautamente un'occhiata
    in giro,  per valutare la situazione,  e vide che era brutta.  Le  vie
    d'accesso  alla  sala  comando  erano  bloccate  da decine di carrelli
    rovesciati,  dietro a  cui  erano  accovacciate  figure  in  uniforme.
    Grosvenor  intravide  il capitano Leeth fra i difensori e,  sul fronte
    opposto,   il  direttore  Morton  dietro  una  delle  barricate  degli
    assalitori. Questo particolare gli fece capire quanto era successo. Le
    immagini  avevano  scatenato  le  ostilit represse degli uomini della
    nave.   Gli  scienziati  combattevano  contro   quei   militari   che,
    inconsciamente, avevano sempre detestato. I militari, a loro volta, si
    erano  sentiti  improvvisamente  liberi  di  sfogare il disprezzo e la
    furia che provavano verso gli scienziati.
    Ma,  come ben sapeva Grosvenor,  non era l'effettiva  espressione  dei
    sentimenti  dei  due  gruppi.  In  genere,  la  mente umana riusciva a
    trovare un  equilibrio  fra  innumerevoli  impulsi  contraddittori,  e
    l'individuo  trascorreva  la  sua  intera  esistenza senza che uno dei
    sentimenti finisse per prendere il sopravvento sugli altri.  Ma ora il
    difficile  equilibrio  si  era  spezzato.  E  questo minacciava di far
    concludere in un disastro la pi ambiziosa delle missioni  esplorative
    umane, e di dare la vittoria a un nemico dalle intenzioni sconosciute.
    Comunque,  le  vie  d'accesso  alla  sala comando erano bloccate.  Con
    riluttanza, Grosvenor fece ritorno al suo reparto.
    Con attenzione, ma senza perdere tempo, accese uno schermo visivo e vi
    fece comparire l'immagine  dei  sensibilissimi  strumenti  da  cui  si
    dirigeva  la  rotta  della nave: un banco di comandi posto nella parte
    anteriore della "Space Beagle".  Sullo schermo comparve una  serie  di
    lancette sottilissime. Nonostante l'aspetto complicato, si trattava di
    un'apparecchiatura relativamente semplice.  Studiando con attenzione i
    valori indicati dalle lancette,  Grosvenor si rese conto che  la  nave
    stava  effettuando  un'ampia  virata  che l'avrebbe condotta verso una
    stella bianca,  luminosissima.  Sul quadro era stato montato anche  un
    servomeccanismo  che,  a  intervalli regolari,  correggeva la rotta in
    modo che la nave puntasse sempre verso il suo obiettivo.
    Pi che allarmato, Grosvenor era perplesso.  Ora punt il visore su un
    secondo  quadro di strumenti.  A giudicare da quel particolare tipo di
    stella,  dalla magnitudine e  dalla  velocit  con  cui  s'ingrandiva,
    doveva  trovarsi  a  poco  pi  di  quattro anni-luce di distanza.  La
    velocit della nave era in quel momento di un  anno-luce  ogni  cinque
    ore,  ma  poich  il  vascello  stava ancora accelerando,  la velocit
    sarebbe aumentata. Con alcuni calcoli,  Grosvenor valut che avrebbero
    raggiunto la stella in undici ore.
    A questo punto,  Grosvenor fece una pausa di riflessione. Con un gesto
    secco,  spense il visore e rest immobile,  colto da un  sospetto.  La
    persona  che,  in  preda  a  un'allucinazione,  aveva  cambiato  rotta
    all'astronave,  poteva davvero avere intenzione  di  distruggerla.  In
    questo caso, Grosvenor aveva a disposizione solo una decina di ore per
    scongiurare la catastrofe.
    Fin  da  quell'istante,  pur  non  avendo  ancora  un  piano  preciso,
    Grosvenor cap una cosa: il solo modo di  sconfiggere  il  nemico  era
    quello di attaccarlo con armi ipnotiche. Nel frattempo....
    Si  alz  con decisione.  Era giunto il momento di compiere un secondo
    tentativo di entrare in sala comando.

    Gli  occorreva  qualcosa  che  stimolasse  direttamente   le   cellule
    cerebrali. C'erano parecchi sistemi in grado di farlo, che per, nella
    stragrande   maggioranza,   erano   utilizzabili   solo  clinicamente.
    L'eccezione  era  costituita  dall'adattatore  encefalico,  che,   pur
    essendo  importante  dal  punto  di  vista  medico,  aveva anche altri
    impieghi.  Grosvenor impieg diversi minuti per mettere  a  punto  uno
    degli adattatori del suo reparto.  Perse poi altro tempo per provarlo,
    e poich  era  un  congegno  estremamente  delicato,  dovette  legarlo
    saldamente  al carrello,  con un'imbottitura molleggiata tutt'intorno.
    Nel complesso,  questi preparativi gli portarono via una quarantina di
    minuti.
    Il  fatto  di dover trasportare l'adattatore encefalico lo costrinse a
    tenere bassa la velocit del carrello mentre si dirigeva verso la sala
    comandi.  Il rallentamento forzoso lo irrit,  ma gli diede  anche  la
    possibilit  di  osservare  i  cambiamenti  sopravvenuti dopo il primo
    istante dell'attacco. A terra,  i corpi privi di sensi erano quasi del
    tutto  spariti:  Grosvenor  ne  dedusse che coloro che erano caduti in
    trance si erano svegliati  spontaneamente.  Questo  risveglio  era  un
    fenomeno  ipnotico  ben  noto.  Ora,  quelle  persone  erano tornate a
    rispondere agli  stimoli  esterni,  ma  su  basi  del  tutto  casuali.
    Sfortunatamente  -  anche se si trattava ancora di reazioni ben note -
    questo significava che le loro azioni erano adesso dominate dal genere
    di istinti che normalmente veniva represso.
    Una mente  molto  evoluta  -  umana  o  aliena  -  era  una  struttura
    composita, un complesso equilibrio di eccitazioni positive e negative.
    Gli impulsi pi superficiali,  avendo sempre una considerevole libert
    di espressione,  non erano in grado di danneggiare l'intera struttura.
    Ma  quando  si  dava improvvisamente via libera agli impulsi repressi,
    era come quando si sfonda una diga. Cos,  per esempio,  uomini che in
    condizioni normali provavano solo una leggera antipatia reciproca, ora
    vedevano  improvvisamente  trasformarsi  le  loro  antipatie  in  odio
    assassino. L'elemento pi pericoloso, in tutto questo, stava nel fatto
    che erano del tutto inconsapevoli del cambiamento,  perch era davvero
    possibile  cambiare  la  mente  di un individuo senza che questi se ne
    accorgesse.  A  cambiarla  poteva  essere  una  condizione  ambientale
    sfavorevole,  o  un  attacco come quello che veniva effettuato in quel
    momento contro l'equipaggio della nave. In qualsiasi caso,  la persona
    si comportava in accordo con le sue nuove convinzioni, come se fossero
    altrettanto salde quanto le vecchie.
    Giunto  al livello della sala di comando,  Grosvenor apr la porta del
    montacarichi, e poi torn precipitosamente a chiuderla.  Un proiettore
    termico  stava  vomitando  fiamme  lungo  il  corridoio,  e le paratie
    metalliche  arroventate  sfrigolavano  in  modo  sinistro.   Nel   suo
    ristretto campo visivo,  giacevano tre uomini,  morti. Era l, incerto
    sul da farsi,  quando ci fu una forte esplosione,  le fiamme cessarono
    bruscamente,  un  fumo  azzurro  ammorb  l'aria  e il calore crebbe a
    livelli insopportabili. Nel giro di pochi secondi,  per,  sia il fumo
    sia  il  calore scomparvero.  Il sistema di condizionamento funzionava
    ancora.
    Grosvenor torn a guardare  fuori,  con  maggiore  cautela.  Di  primo
    acchito,   il   corridoio  gli  parve  deserto.   Poi  scorse  Morton,
    seminascosto in una rientranza della paratia,  a cinque o sei metri di
    distanza;  quasi nello stesso istante, anche l'uomo lo vide e gli fece
    segno di avvicinarsi.
    Grosvenor esit,  poi si disse che doveva correre il  rischio.  Spinse
    fuori  il  carrello  e super fulmineamente i pochi metri fra lui e la
    nicchia. Il direttore lo accolse calorosamente.
    - Lei  proprio l'uomo  che  volevo  vedere  -  dichiar.  -  Dobbiamo
    riuscire  a  strappare il controllo della nave al capitano Leeth prima
    che Kent e il suo gruppo organizzino l'attacco.
    Lo sguardo di Morton era calmo e lucido,  l'espressione del  suo  viso
    era  quella  di  un uomo che lotta per una giusta causa.  Non sembrava
    rendersi conto che le sue affermazioni richiedevano  una  spiegazione.
    Il   direttore   prosegu:   -   Abbiamo   bisogno   del   suo  aiuto,
    particolarmente contro Kent.  Cercano di  colpirci  con  una  sostanza
    chimica  che  io  non  ho  mai  visto  prima.  Finora,  con  i  nostri
    ventilatori siamo riusciti a soffiargliela in faccia, ma adesso stanno
    montando dei ventilatori anche loro, contro di noi. Il nostro problema
     dunque sconfiggere Leech prima che Kent sia in  grado  di  schierare
    tutte le sue forze.
    Il  tempo  era  un  problema anche per Grosvenor.  Lentamente,  questi
    sollev la mano destra fino all'altezza del polso  sinistro  e  sfior
    l'interruttore   che   metteva  in  funzione  le  piastre  direzionali
    trasmittenti dell'adattatore encefalico.  Le  punt  contro  Morton  e
    disse:  - Ho un piano,  signore,  e credo che possa risultare efficace
    contro il nemico.
    S'interruppe.  Morton aveva abbassato lo  sguardo  sul  dispositivo  e
    diceva:  - Vedo che ha portato un adattatore,  e che  in funzione.  A
    che cosa le serve?
    Grosvenor s'irrigid.  Poi pens che doveva dare una  risposta.  Aveva
    sperato  che Morton non conoscesse molto bene quel genere di macchine,
    ma ora, sfumata questa speranza,  cap che avrebbe dovuto usare il suo
    strumento  senza il vantaggio della sorpresa.  Disse,  con voce un po'
    incrinata: - Ecco,  il mio piano prevedeva  appunto  l'uso  di  questa
    macchina.
    Morton  ebbe  un  attimo  di  esitazione,  poi ripose: - Presumo,  dai
    pensieri  che  mi  entrano  ora  nella  mente,   che  lei   stia   gi
    trasmettendo...  -  Tacque,  e  sul  suo  volto  comparve  un  genuino
    interesse. - S - rispose dopo qualche istante -  una buona idea.  Se
    riuscir  a  convincerli  che  siamo  stati  attaccati  da  una  razza
    aliena... - Tacque di nuovo,  e sporse le labbra;  riflett per alcuni
    istanti,  poi  disse:  - Il capitano Leech ha gi tentato due volte di
    accordarsi con noi.  Ora,  fingeremo di accettare,  e lei si recher a
    parlamentare, portando con s la sua macchina. Noi attaccheremo quando
    lei ci trasmetter il segnale.  - E aggiunse,  con dignit: - Capisce,
    non prenderei neppure in considerazione l'idea di trattare con Kent  e
    col  capitano  Leech  se  non  come  espediente  per  vincere.  Lei  
    d'accordo, vero?

    Grosvenor trov il  capitano  Leech  nella  sala  comando.  L'uomo  lo
    accolse con un'aria di degnazione,  ma senza ostilit.  - Questa lotta
    fra scienziati - disse con  onest  -  ha  posto  i  militari  in  una
    situazione imbarazzante.  Dobbiamo difendere la sala comando e la sala
    motori;   il minimo che ci impone  il  nostro  dovere  nei  confronti
    dell'intera  spedizione.  -  Scosse  gravemente  la testa.  - E' fuori
    questione, naturalmente,  consentire a una delle due parti di vincere.
    Al  limite,  noi  militari siamo pronti a sacrificarci per impedire la
    vittoria dell'uno o dell'altro gruppo.
    La spiegazione stup Grosvenor,  facendogli  dimenticare  per  qualche
    istante il proprio scopo.  Si era gi chiesto se non fosse il capitano
    Leech il responsabile del  cambiamento  di  rotta  che  minacciava  di
    precipitare  la  nave  contro  un sole.  Adesso,  quelle parole gliene
    davano in un certo modo la conferma.  A quanto pareva,  la motivazione
    del  comandante era questa: la vittoria di un gruppo diverso da quello
    dei militari era inconcepibile. A partire da questa certezza,  gli era
    bastato  un  breve  passo  per decidere che l'intera spedizione doveva
    essere  sacrificata.   A   fare   quel   passo   l'aveva   spinto   il
    condizionamento  ipnotico,  che  l'aveva  colpito  senza che lui se ne
    accorgesse.
    Con  indifferenza,   Grosvenor  punt  contro  il  capitano  Leech  il
    trasmettitore  direzionale  del  suo  apparecchio...  Onde  cerebrali,
    minuscole pulsazioni, presero a trasmettersi da assone a dendrite,  da
    dendrite  ad  assone,  secondo i percorsi prestabiliti che erano stati
    creati dalle passate associazioni di idee:  un  processo  che  non  si
    ferma  mai,  tra  i  novanta miliardi di neuroni di un cervello umano.
    Ogni cellula era nel suo  particolare  stato  di  equilibrio  elettro-
    colloidale:  un  gioco  complesso  di  tensioni  e  di  impulsi.  Solo
    gradualmente,  nel corso degli anni,  erano state  inventate  macchine
    capaci  di  scoprire con un certo livello di precisione il significato
    dei flussi di energia all'interno del cervello.
    I primi modelli di adattatori encefalici erano gli eredi indiretti dei
    ben noto elettro-encefalografo.  Ma la  funzione  dell'adattatore  era
    l'inverso.  L'adattatore  creava onde cerebrali artificiali del genere
    desiderato  da  chi  lo  impiegava.  Con  quella  macchina,  un  abile
    operatore   poteva  stimolare  una  parte  qualsiasi  del  cervello  e
    suscitare pensieri, emozioni,  sogni,  o evocare i ricordi del passato
    del paziente.  Non era di per se stesso uno strumento di controllo. Il
    paziente conservava la propria  personalit.  Ma  la  macchina  poteva
    trasmettere  gli impulsi mentali da una persona all'altra,  e dato che
    tali impulsi  variavano  a  seconda  dei  pensieri  di  colui  che  li
    trasmetteva,  il  cervello  del  ricevente  veniva  stimolato  in modo
    altamente flessibile.
    Inconsapevole della presenza dell'adattatore, il capitano Leech non si
    rese  conto  che  parte  dei  suoi  pensieri  gli  veniva   instillata
    dall'esterno.  Disse:  - A causa dell'attacco scatenato contro la nave
    dalle immagini aliene,  il conflitto tra gli scienziati costituisce un
    tradimento imperdonabile. - Fece una pausa, poi riprese, pensieroso: -
    Ecco il mio piano.
    Il  piano  prevedeva  proiettori  di  calore,  un  brusco  aumento  di
    accelerazione che avrebbe bloccato i movimenti di tutti e il  parziale
    sterminio degli scienziati dei due gruppi.  Il capitano Leech non cit
    neppure di sfuggita gli alieni,  n parve rendersi conto del fatto che
    stava  rivelando  le  proprie  intenzioni a un emissario del "nemico".
    Termin: - Dove il suo aiuto sar importante, signor Grosvenor,   nel
    campo scientifico. Come connettivista, con la sua conoscenza integrata
    di  molte scienze diverse,  lei potr giocare un ruolo decisivo contro
    gli altri scienziati...
    Stanco e scoraggiato,  Grosvenor si arrese.  Il caos era troppo grande
    perch un uomo solo riuscisse a vincerlo.  Dovunque guardasse, c'erano
    uomini armati.  Fino  a  quel  momento  aveva  visto  una  ventina  di
    cadaveri,  o anche pi. Da un momento all'altro, la fragile tregua fra
    il capitano Leech e il direttore Morton poteva finire con una  scarica
    di  fiamme  dei  proiettori.  E anche dal punto dove si trovava era in
    grado di sentire il ruggito dei ventilatori con  cui  Morton  bloccava
    l'attacco  di  Kent.  Con  un  sospiro,  si  volt  di  nuovo verso il
    capitano: - Dovr  andare  a  prendere  alcune  attrezzature  nel  mio
    laboratorio  -  disse.  -  Mi  pu  lasciar passare per raggiungere il
    montacarichi posteriore? In cinque minuti posso essere di ritorno.
    Quando,  pochi minuti pi tardi,  entr con il carrello  dall'ingresso
    posteriore  del  suo  reparto,  Grosvenor  non aveva pi dubbi sul suo
    futuro corso d'azione.  Quella che all'inizio gli  era  parsa  un'idea
    campata in aria, adesso era la sola possibilit che gli fosse rimasta.
    Doveva  attaccare  le  donne  aliene  servendosi delle loro miriadi di
    immagini, e utilizzando le loro stesse armi ipnotiche.

    Nel compiere i suoi preparativi,  Grosvenor continu ad asciugarsi  il
    sudore dalla fronte, anche se non faceva affatto caldo. La temperatura
    della stanza era regolata sul livello normale.  Infine, mal volentieri
    si sofferm ad analizzare le ragioni della sua ansia e  cap  che  era
    dovuta  al fatto di non avere abbastanza informazioni sul nemico.  Non
    gli era sufficiente avere un'idea del suo modo  d'azione:  il  mistero
    era  la  stessa  razza  nemica,  che  aveva volto e corpo curiosamente
    simili a quelli umani  femminili,  alcuni  parzialmente  doppi,  altri
    singoli.  Inquieto,  Grosvenor  cerc d'immaginare come Korita avrebbe
    analizzato ci che stava succedendo. In termini di cicli della storia,
    in quale stadio di cultura potevano collocarsi  quegli  esseri?...  Lo
    stadio dei "fellah", gli parve di poter concludere.
    Si trattava in effetti di una conclusione inevitabile. I membri di una
    razza capace,  come quella,  di controllare i fenomeni dell'ipnotismo,
    dovevano essere senz'altro in grado di stimolarsi a vicenda la  mente,
    e  dunque dovevano possedere in modo naturale quella telepatia che gli
    esseri  umani  potevano  procurarsi  unicamente  con  strumenti   come
    l'adattatore  encefalico.   Simili  creature  avrebbero  bruciato  con
    estrema rapidit tutte le tappe della cultura e sarebbero giunte  allo
    stadio  di  "fellah"  nel  pi  breve tempo possibile.  La capacit di
    leggere  la  mente  senza  ausili   artificiali   avrebbe   certamente
    impoverito qualsiasi tipo di cultura.
    Grosvenor  pens alle varie civilt della storia terrestre che avevano
    raggiunto il loro punto pi alto per poi esaurirsi e ristagnare  nello
    stadio dei "fellah": Babilonia,  Egitto, Cina, Grecia, Roma, una parte
    dell'Europa occidentale.  E poi i  maya,  gli  aztechi  e  i  toltechi
    dell'America  precolombiana,   l'India,   Ceylon  e  gli  isolani  del
    Pacifico,  con le loro strane reliquie di glorie  passate:  una  volta
    dopo l'altra, il modello si ripeteva.
    I  "fellah"  erano  contrari  alle  innovazioni  e ai cambiamenti,  si
    opponevano a essi e li combattevano ciecamente.  E l'avvicinarsi della
    "Space  Beagle"  poteva  avere  scatenato  in quegli esseri alieni una
    simile reazione ostile.  Grosvenor decise di agire in  base  a  questa
    ipotesi  -  del  resto,  era  la  sola  che  aveva - e di controllarne
    l'esattezza sfruttando le immagini.  Riflett per  qualche  tempo  sul
    modo migliore di farlo. Gli alieni volevano impadronirsi anche di lui,
    questo era certo;  perci,  avrebbe dovuto dare l'impressione di stare
    al loro gioco.  Una rapida occhiata  all'orologio  di  bordo  lo  fece
    trasalire: aveva meno di sette ore per salvare la nave!
    Rapidamente,   mise   a   fuoco   un   raggio   luminoso,   servendosi
    dell'adattatore encefalico.  Poi piazz uno schermo opaco  davanti  al
    raggio: una zona della parete trasparente rimase in ombra,  illuminata
    unicamente dalla luce pulsante modulata dall'adattatore.
    Immediatamente,  sull'area comparve un'immagine  di  alieno.  Era  una
    delle   figure   parzialmente   sdoppiate,    e   Grosvenor,    grazie
    all'adattatore, fu in grado di studiarla senza problemi.  Ora che pot
    vederla  distintamente  per la prima volta,  l'aspetto della figura lo
    sorprese.  L'alieno era solo vagamente umano,  ma  Grosvenor  comprese
    perch, nel vederlo inizialmente, l'avesse scambiato per una donna. La
    doppia  faccia sovrapposta era coronata da un cerchio di piume dorate,
    ma la testa - anche  se  adesso  sembrava  chiaramente  quella  di  un
    uccello  - aveva tratti vagamente umani.  Non c'erano piume sul volto,
    che era coperto da una sottile rete di  vene.  L'apparenza  umana  era
    data dal modo in cui le vene si infittivano in determinate zone, dando
    l'impressione di vedere le guance e il naso.  Il secondo paio di occhi
    e la seconda bocca  erano  spostati  verso  l'alto  di  circa  quattro
    centimetri.  Sembravano  fare  parte di una seconda testa che cresceva
    dalla prima.  Si vedeva inoltre un secondo  paio  di  spalle,  con  un
    secondo  paio  di  corte  braccia  che  terminavano  con  mani  e dita
    straordinariamente lunghe e delicate: l'effetto complessivo era ancora
    decisamente femminile.  Grosvenor  riflett  che  mani  e  braccia  si
    dovevano  separare  per  prime,  in modo da aiutare il secondo corpo a
    reggere il proprio peso.  Partenogenesi,  si disse.  Come per i tipici
    imenotteri terrestri.
    L'immagine  davanti  a  lui  possedeva  ali  rudimentali: sui polsi si
    scorgevano ciuffi di piume.  Aveva un corpo sorprendentemente  eretto,
    la  cui  linea ricordava superficialmente quella di un corpo umano,  e
    indossava una tunica di un brillante colore azzurro.  Se c'erano altre
    vestigia  di  un  passato  da pennuti,  l'abbigliamento le nascondeva.
    Chiaramente, comunque, quell'uccello non aveva mai volato,  n sarebbe
    stato in grado di farlo con le proprie forze.

    Grosvenor  complet rapidamente l'esame.  La sua prima mossa gli parve
    ovvia e indispensabile: in qualche modo  doveva  comunicare  a  quegli
    esseri  che  lui  era  disposto  a  lasciarsi ipnotizzare in cambio di
    informazioni. Come primo tentativo,  abbozz su una lavagna un disegno
    di  se stesso e dell'immagine che vedeva sul vetro.  Dopo tre preziosi
    quarti d'ora  e  decine  di  disegni,  l'immagine  dell'uccello  spar
    bruscamente.  Al  suo posto comparve l'immagine di una citt.  Non era
    una comunit molto grande, e inizialmente Grosvenor la vide dalla cima
    di un'altura vicina.  Colse un'immagine di  edifici  alti  e  stretti,
    raggruppati  cos fittamente che le parti pi basse dovevano essere in
    penombra anche in pieno giorno.  Grosvenor si chiese per un istante se
    ci  non  potesse  riflettere  le  abitudini  notturne  di  un passato
    primevo.  La sua mente abbandon  quel  filo  di  pensieri.  Ignor  i
    singoli  edifici,  cerc  di ottenere un'immagine complessiva.  Pi di
    ogni altra cosa,  voleva sapere che macchine possedessero,  il modo in
    cui  comunicavano  e  se  quella  era la citt da cui veniva l'attacco
    contro la nave.
    Non riusc a scorgere nessun tipo di macchina, n veicoli, n aerei: e
    niente,   soprattutto,    che   ricordasse   l'attrezzatura   per   le
    comunicazioni  interstellari  usata  dagli esseri umani.  Sulla Terra,
    quei sistemi di comunicazione richiedevano impianti che si estendevano
    su un'area di molti chilometri  quadrati.  Di  conseguenza,  l'origine
    dell'attacco non doveva essere in quella zona. Naturalmente, Grosvenor
    aveva gi pensato che gli "uccelli" non intendessero mostrargli niente
    di  vitale.  Mentre  faceva questa considerazione,  la visuale cambi.
    Invece di trovarsi sopra un'altura,  adesso era in cima a un edificio,
    in  centro  alla  citt.  Qualunque  fosse lo strumento che riprendeva
    quella perfetta immagine a colori,  esso si spost  in  avanti  e  gli
    permise  di  guardare  oltre  il  bordo,  verso il basso.  A Grosvenor
    interessava soprattutto la visione d'insieme,  ma trov  il  tempo  di
    chiedersi come facessero a mostrargli quelle immagini. Il passaggio da
    una scena all'altra era avvenuto in un batter d'occhio. Ed era passato
    meno  di  un  minuto da quando,  grazie ai disegni sulla lavagna,  era
    finalmente riuscito a chiarire il suo desiderio di informazioni.
    Quel pensiero,  come gli altri,  gli guizz nella mente in un istante.
    Nello   stesso  momento,   si  trov  a  scrutare  lungo  la  facciata
    dell'edificio,  dall'alto.  La distanza che lo separava dagli  edifici
    vicini  non  superava i tre metri.  Ma ora distinse anche qualcosa che
    non aveva visto dalla cima della collina: gli edifici erano  collegati
    tra  loro  da  passerelle  larghe  pochi centimetri.  Sopra di esse si
    svolgeva tutto il traffico pedonale della citt degli uccelli. Proprio
    sotto Grosvenor, due individui avanzavano l'uno verso l'altro lungo la
    medesima,  stretta passerella,  e parevano del tutto  indifferenti  al
    fatto  di trovarsi a pi di trenta metri dal suolo.  Si oltrepassarono
    vicendevolmente nel modo pi agile e disinvolto.  Ognuno dei due,  con
    un  largo  giro,  ruot la zampa attorno al corpo dell'altro,  la pos
    sulla passerella dietro il compagno,  pieg l'altra e  prosegu  senza
    interrompere neppure per un istante il passo.  Al di sotto,  a tutti i
    piani,  altri uccelli eseguivano con indifferenza la stessa complicata
    manovra.  Nell'osservarli,  Grosvenor  pens  che  anche  le loro ossa
    dovevano essere sottili e cave,  e che il peso del loro  corpo  doveva
    essere ridotto al minimo.
    La scena cambi una terza volta,  e poi una quarta. Pass da una parte
    all'altra della citt. Grosvenor vide ogni possibile fase dello stadio
    riproduttivo.  In alcuni casi,  il processo era talmente avanzato  che
    gambe,  braccia  e  gran parte del corpo si erano gi staccati.  Altri
    individui erano come quello che aveva visto nella nave.  In ogni caso,
    i "genitori" non parevano affatto impacciati dal peso del nuovo corpo.
    Grosvenor  stava aguzzando gli occhi per dare un'occhiata nell'interno
    in penombra di una delle case,  quando l'immagine della citt cominci
    a sparire dalla superficie del vetro.  In un attimo si cancell,  e al
    suo posto  ricomparve  la  doppia  immagine  iniziale.  Con  un  dito,
    l'immagine  indic  l'adattatore encefalico.  Un gesto inconfondibile:
    l'alieno aveva tenuto fede alla sua parte  del  patto.  Ora  Grosvenor
    doveva mantenere la sua. L'ingenua convinzione con cui s'aspettava che
    l'uomo mantenesse l'impegno era tipica dei "fellah".  Sfortunatamente,
    Grosvenor non aveva altra alternativa che quella  di  tenere  fede  al
    "patto".

    Sono  calmo  e rilassato diceva la voce registrata di Grosvenor.  I
    miei pensieri sono lucidi.  Ci che vedo non  necessariamente ci che
    si  trova  davanti ai miei occhi.  Ci che ascolto pu essere privo di
    significato per i centri interpretativi del mio cervello.  Ma ho visto
    la citt degli alieni come la vedono loro. Indipendentemente dal senso
    o  dalla  mancanza  di  senso  di  quel  che  vedo,  io rimango calmo,
    rilassato, tranquillo...
    Grosvenor ascolt la registrazione, poi annu.  Presto non avrebbe pi
    sentito  consciamente  il  messaggio,   ma  la  registrazione  avrebbe
    continuato a ripetersi, e si sarebbe impressa con crescente profondit
    nella sua mente.
    Continuando ad ascoltare,  esamin per l'ultima volta  l'adattatore  e
    vide  che  era regolato nel modo da lui voluto.  Poi,  con attenzione,
    posizion l'interruttore automatico in modo che scattasse dopo  cinque
    ore.  Alla  fine di quel periodo,  se lui fosse stato ancora vivo,  il
    doppio collegamento  si  sarebbe  interrotto.  Lui  avrebbe  preferito
    interromperlo dopo qualche secondo o qualche minuto, ma quel che stava
    per fare non era un esperimento scientifico: era una questione di vita
    o di morte.  Infine,  pronto ad agire, tese la mano verso i comandi, e
    l si ferm per un attimo,  perch quello  era  il  momento  decisivo.
    Entro pochi istanti, la mente collettiva di migliaia di alieni sarebbe
    entrata  in  alcune parti del suo sistema nervoso e avrebbe cercato di
    controllarlo come faceva con gli altri uomini della nave.
    Grosvenor era certo  di  dover  affrontare  un  gruppo  di  menti  che
    operavano in stretto collegamento.  Nella citt non aveva visto alcuna
    macchina: neppure un veicolo a ruote,  il pi primitivo  dei  congegni
    meccanici.  Anche  se  all'inizio  aveva  pensato che si servissero di
    telecamere, adesso era convinto di avere visto la citt attraverso gli
    occhi di vari individui: per gli alieni, la telepatia doveva essere un
    senso altrettanto nitido quanto la vista. Il potere mentale di milioni
    di quegli esseri-uccello riuniti riusciva a  superare  gli  anni-luce.
    Non avevano bisogno di macchine.
    Sulla  Terra e altrove,  quasi tutte le forme di vita inferiori che si
    riproducevano per partenogenesi lavoravano  insieme,  condividendo  in
    modo misterioso le stesse finalit.  Nella relazione tra loro,  i vari
    individui riuscivano a fare a meno del contatto fisico vero e proprio.
    La razza degli "uccelli" doveva trovarsi da lungo tempo  nello  stadio
    di  "fellah".  Nella  mente  del  singolo individuo non doveva esserci
    alcun dubbio sulla "verit" di quel che vedeva e sentiva.  Per  quella
    razza,    doveva    essere    stato    facile   adagiarsi   in   forme
    straordinariamente rigide di esistenza.  Ma adesso Grosvenor intendeva
    invaderla  con nuove idee,  che l'avrebbero colpita con la violenza di
    un maglio. E quando una civilt immobile subiva quel tipo di scossone,
    non c'era modo di prevederne gli effetti.
    Continuando ad ascoltare la registrazione,  Grosvenor spost i comandi
    dell'adattatore  e  modific leggermente il ritmo dei propri pensieri.
    Non osava modificarli pi di cos,  per non permettere agli alieni una
    completa  sovrapposizione.  Dalle  pulsazioni  della  macchina  poteva
    venire ogni stato mentale: ragione, squilibrio, demenza. Ma lui doveva
    ricevere solo onde che sul grafico di uno psicologo  potessero  essere
    giudicate "normali".
    L'adattatore  sovrappose  queste  onde  al  raggio  di luce proiettato
    sull'immagine. Forse l'alieno che la inviava ne fu influenzato,  forse
    no: Grosvenor non aveva modo di saperlo.  Del resto,  si aspettava che
    la prova gli venisse dai cambiamenti  dell'immagine:  cambiamenti  che
    lui avrebbe avvertito direttamente nel proprio sistema nervoso.
    Concentrarsi  sull'immagine  divenne  sempre  pi  faticoso,  ora  che
    l'adattatore encefalico interferiva con la  sua  vista,  ma  Grosvenor
    continu a fissare la figura sul vetro.  ...sono calmo e rilassato. I
    miei pensieri sono lucidi...
    Un istante prima,  le parole echeggiavano ancora nelle  sue  orecchie,
    forti e marcate;  l'istante successivo non le sent pi. Al loro posto
    sent solo un ruggito, come quello di un tuono lontano.

    Poi il rumore si affievol lentamente.  Divenne una pulsazione bassa e
    remota,  come il mormorio di una grossa conchiglia. Grosvenor cominci
    a percepire la presenza  di  una  debole  luce,  lontana,  indistinta,
    simile a una candela vista in mezzo alla nebbia.
    "Ho  ancora  il  controllo  dei  miei pensieri" si disse.  "Ora ricevo
    impressioni sensoriali attraverso il sistema  nervoso  dell'alieno,  e
    lui le riceve attraverso il mio."
    Non  aveva fretta.  Poteva rimanere seduto ad aspettare che l'oscurit
    si diradasse,  che il  suo  cervello  cominciasse  a  fornire  qualche
    interpretazione  dei fenomeni sensoriali che gli venivano trasmessi da
    quel sistema nervoso lontano. Poteva starsene seduto e...
    S'interruppe. "Seduto?" si chiese.  Ma l'alieno lo era davvero?  Cerc
    di analizzare la cosa, e sent una voce lontana: ...Indipendentemente
    dal  senso  o  dalla  mancanza  di senso di quel che vedo,  io rimango
    calmo....
    Era la sua voce,  proveniente dal registratore,  e questo lo  rianim.
    Non  avrebbe  corso alcun pericolo,  finch il suo corpo fosse rimasto
    accanto a quel suono rassicurante e all'adattatore encefalico.  Finch
    l'alieno non avesse cercato di allontanarlo,  Grosvenor avrebbe potuto
    consentire alle sue impressioni di penetrare in lui.
    Poi il naso cominci a prudergli.  Pens: "Gli  alieni  non  hanno  il
    naso;  almeno, non gliel'ho visto. Perci, o si tratta del mio naso, o
    si tratta di una stimolazione accidentale dei  centri  nervosi".  Fece
    per sollevare una mano,  con l'intenzione di grattarsi, e subito sent
    una fitta acuta allo stomaco. Si sarebbe piegato in due per il dolore,
    tanto era forte,  ma non ne era in grado: non poteva n  grattarsi  il
    naso n portarsi le mani all'addome.
    Si  rese  conto  che  quelle sensazioni - il prurito e il dolore - non
    avevano origine dal suo corpo,  n avevano necessariamente  lo  stesso
    significato  nel  sistema  nervoso  dell'alieno.  Due  forme  di  vita
    altamente evolute si scambiavano segnali  (Grosvenor  si  augurava  di
    inviarne,  oltre che di riceverne) e nessuno dei due riusciva ancora a
    interpretarli bene.  Il vantaggio di Grosvenor stava nel fatto che lui
    se l'era aspettato;  invece, l'alieno, se era allo stadio dei "fellah"
    e se la teoria di Korita era valida,  non se l'era aspettato e non era
    in  grado  di  aspettarselo.  Stando cos le cose,  Grosvenor aveva la
    possibilit  di  adattarsi;   l'alieno,   invece,   non   poteva   che
    disorientarsi sempre pi.
    Il  prurito pass,  il dolore allo stomaco si trasform in un senso di
    saziet, come dopo un pasto troppo abbondante. Un ago rovente lo colp
    alla schiena, affond in ogni vertebra. Giunto a met percorso,  l'ago
    divenne  di  ghiaccio,  e il ghiaccio si sciolse,  per poi scivolargli
    sulla pelle sotto forma di un rivolo gelido.  Qualcosa (una  mano?  un
    pezzo  di  metallo?  un  paio  di  pinze?)  gli afferr il muscolo del
    braccio e minacci di strapparglielo via con violenza.  La  sua  mente
    url  per  la  crudelt  di quei messaggi dolorifici;  Grosvenor quasi
    perse i sensi.
    Sussultava ancora, quando finalmente la sensazione svan.  Erano tutte
    illusioni.  Nessuno di quei tormenti aveva veramente luogo: n nel suo
    corpo, n in quello dell'alieno. Il cervello di Grosvenor riceveva una
    complessa serie di impulsi,  attraverso il senso  della  vista,  e  li
    interpretava male.  In quel genere di trasmissione,  il piacere poteva
    diventare dolore,  un qualsiasi stimolo poteva suscitare una qualsiasi
    sensazione. Tuttavia, Grosvenor non si era aspettato che gli errori di
    interpretazione potessero essere cos violenti.
    Dimentic  tutto  quando  si  sent  sfiorare le labbra da qualcosa di
    morbido e di umido.  Una voce disse: "Io sono amato..."  ma  Grosvenor
    respinse questa interpretazione. "No, non amato." Anche ora, pens, il
    suo cervello cercava d'interpretare fenomeni sensoriali provenienti da
    un  sistema nervoso che stava provando reazioni diverse dalle analoghe
    emozioni umane.  Consciamente,  cambi le parole: "Io  sono  stimolato
    da..." e poi lasci che la nuova sensazione seguisse il proprio corso.
    Alla fine, per, non cap bene la natura di quel che aveva sentito. Di
    per  s,  la  sensazione  non  era  stata  sgradevole.  Le sue papille
    gustative erano state solleticate da una  sensazione  di  qualcosa  di
    dolce, e gli occhi gli avevano lacrimato.
    Da  quel  momento in poi,  l'esperienza divenne sempre pi rilassante.
    Nella mente gli comparve  l'immagine  di  un  fiore:  un  meraviglioso
    garofano  rosso,  della  Terra,  che  dunque  non  poteva avere alcuna
    relazione con la flora del mondo dei Riim.  "Riim?" pens,  e tutta la
    sua  mente si tese,  affascinata.  La parola gli era giunta attraverso
    l'abisso dello spazio?  In  qualche  modo  irrazionale,  il  nome  gli
    sembrava giusto. Il dubbio, ovviamente, gli sarebbe rimasto.
    Le ultime sensazioni erano state tutte piacevoli,  ma Grosvenor attese
    con ansia le successive manifestazioni.  La luce era sempre  velata...
    poi,  ancora  una  volta,  gli  occhi gli si riempirono di lacrime,  e
    questa volta sent un violento prurito ai piedi.  La sensazione pass,
    lasciandolo  inspiegabilmente in preda a una vampata di calore e a una
    soffocante mancanza d'aria.
    "E' tutto falso" disse a se stesso.  "Niente di questo sta  succedendo
    in realt."
    Le stimolazioni cessarono.  Ancora una volta ud la bassa pulsazione e
    scorse  la  chiazza  luminosa  che  copriva  la  visuale.  Cominci  a
    preoccuparsi.  Era possibile che il suo metodo fosse giusto e che, con
    il tempo,  riuscisse a impadronirsi della mente di una,  o di  pi  di
    una,  delle  creature  aliene.  Ma  il  tempo era proprio quel che gli
    mancava.  Ogni istante che passava  lo  avvicinava  alla  distruzione.
    Laggi nello spazio...  no,  l dov'era (per un attimo, si confuse)...
    una delle pi grandi e costose navi  costruite  dall'uomo  divorava  i
    chilometri  a  una  velocit  ormai  priva di significato per la mente
    umana.
    Grosvenor conosceva le parti del cervello che  venivano  stimolate  da
    quelle sensazioni. Per udire un suono o un rumore, occorreva stimolare
    certe aree della corteccia temporale. E quando veniva stimolata l'area
    cerebrale sopra l'orecchio, riaffioravano sogni e vecchi ricordi. Ogni
    parte  del  cervello  umano  era  stata catalogata gi da lungo tempo.
    L'esatta collocazione delle aree da stimolare differiva leggermente da
    un individuo all'altro, ma la struttura generale era sempre la stessa,
    in tutti gli esseri umani.
    L'occhio umano era uno  strumento  piuttosto  fedele.  Il  cristallino
    metteva   a   fuoco  sulla  retina  un'immagine  conforme  all'oggetto
    osservato.  E,  a giudicare dalle immagini della loro  citt  che  gli
    avevano  trasmesso,  anche  i  Riim dovevano possedere occhi capaci di
    riprodurre in modo accurato la realt.  Se Grosvenor fosse riuscito  a
    coordinare  tra  loro  i  suoi  centri visivi e gli occhi dell'alieno,
    avrebbe ricevuto immagini fedeli.
    Passarono altri minuti. Grosvenor pens,  disperato: "Possibile che io
    debba  trascorrere cinque ore qui dentro senza riuscire a stabilire un
    contatto utile?".  Per la prima volta,  dubit del proprio buon senso,
    per essersi gettato totalmente in quell'impresa.  Poi, quando cerc di
    portare la mano ai comandi dell'adattatore encefalico,  non ci riusc.
    Fu  invece  investito  da  tutta una nuova serie di sensazioni tra cui
    regnava un inconfondibile odore di gomma bruciata. Per la terza volta,
    gli occhi gli si riempirono  di  lacrime.  E  poi,  vivida  e  chiara,
    un'immagine lampeggi per un istante davanti a lui e scomparve, ma per
    Grosvenor,  addestrato  alle  tecniche  pi  progredite  di percezione
    veloce, l'immagine postuma, trasmessa dalla retina al cervello, rimase
    vivida come se l'avesse osservata a lungo. Gli pareva di essere in uno
    degli edifici alti e stretti,  nella debole  luminosit  che  filtrava
    dalle  porte.  Non  c'erano finestre.  Invece di pavimenti,  la "casa"
    aveva passatoie.  Su di queste sedevano alcuni  esseri-uccello.  Sulle
    pareti  si  scorgevano  file  di  porte  che dovevano corrispondere ad
    armadi e ripostigli.
    L'immagine gli diede un senso di sollievo e insieme  di  inquietudine.
    Da  un  lato,  era finalmente giunto allo stadio in cui il suo sistema
    nervoso e  quello  dell'alieno  si  influenzavano  a  vicenda.  Presto
    sarebbe  giunto ad ascoltare con le sue orecchie,  a vedere con i suoi
    occhi e a condividere parte delle sensazioni  dell'essere-uccello.  Ma
    queste erano solo impressioni sensoriali, e Grosvenor non sapeva se si
    poteva  superare la fase dei puri messaggi di senso e passare a quella
    dei messaggi motori, costringendo la creatura a muoversi.  Per mandare
    a effetto il suo piano, Grosvenor doveva riuscire a farla camminare, a
    farle  girare  la  testa  e  muovere  le  braccia  come  se  il  corpo
    dell'alieno fosse il suo. E non era ancora finita. L'attacco contro la
    nave era condotto da un  gruppo  che  operava  unito,  che  pensava  e
    percepiva con sincronismo perfetto. Una volta impadronitosi di uno dei
    membri del gruppo, era davvero possibile influenzare gli altri?
    L'immagine  vista  da  Grosvenor doveva essergli giunta attraverso gli
    occhi di un singolo individuo.  In tutto ci che aveva provato fino  a
    quel  momento non c'era stato alcun contatto con un gruppo.  Grosvenor
    era come un uomo legato in una stanza buia e posto davanti a  un  foro
    coperto  di  materiale  traslucido;  filtrava  una debole luce,  e lui
    vedeva occasionalmente qualche immagine che si faceva strada in  mezzo
    al  barlume  confuso,  e cos riceveva qualche immagine del mondo.  Le
    immagini erano accurate, ma lo stesso non si poteva dire dei suoni che
    gli arrivavano da un altro foro, posto su una parete laterale, o delle
    sensazioni che gli giungevano da ulteriori fori del  pavimento  e  del
    soffitto.
    Gli  esseri  umani  potevano udire le frequenze acustiche fino a 20000
    cicli al secondo.  Ma altre specie  viventi  erano  sensibili  solo  a
    frequenze  molto  pi alte.  Sotto ipnosi,  gli uomini potevano essere
    condizionati a ridere fragorosamente mentre erano torturati o a urlare
    di dolore quando gli si faceva  il  solletico.  Una  stimolazione  che
    significava  "dolore"  per  una  forma di vita poteva essere del tutto
    priva di significato per un'altra.
    Grosvenor cerc di vincere quelle ansie.  Non poteva  fare  altro  che
    rilassarsi e aspettare.

    Poco   pi  tardi  gli  venne  il  sospetto  che  potesse  esserci  un
    collegamento tra i suoi pensieri e le sensazioni ricevute.  L'immagine
    dell'interno dell'edificio...  che cosa aveva pensato,  poco prima che
    gli apparisse?  In  quel  momento,  si  ricord,  aveva  pensato  alla
    struttura  dell'occhio.  Il  collegamento  era cos ovvio che si sent
    tremare per l'eccitazione.  Inoltre,  cap che fino ad allora  si  era
    limitato  a  cercare  di  vedere  e  di  sentire attraverso il sistema
    nervoso dell'alieno.  Tuttavia,  il suo piano richiedeva di entrare in
    contatto  con  il  GRUPPO  di  menti  che  attaccava la nave,  per poi
    prenderne il controllo.
    Ora comprese che,  per farlo,  era essenziale il controllo del proprio
    cervello.  Occorreva virtualmente spegnere, per cos dire, certe aree,
    tenendole ai minimi livelli di funzionamento. Altre, invece,  dovevano
    essere  sensibilizzate  al  massimo,  in  modo  che  le  sensazioni in
    ingresso trovassero pi facile esprimersi  attraverso  di  esse.  Come
    soggetto altamente addestrato all'auto-ipnosi,  Grosvenor era in grado
    di ottenere entrambe le cose mediante la suggestione. Per prima doveva
    venire la  vista,  naturalmente.  Poi  doveva  ottenere  il  controllo
    muscolare  dell'individuo alieno di cui si serviva il gruppo per agire
    contro di lui.
    La concentrazione di Grosvenor venne interrotta  da  sprazzi  di  luce
    colorata,   che   dimostravano  come  la  sua  auto-suggestione  fosse
    efficace.  Ne ebbe ulteriore conferma quando la vista gli  si  schiar
    all'improvviso  e  rimase limpida.  La scena era identica a quella che
    gi aveva visto.  La creatura che lo controllava era ancora seduta  su
    uno   dei   posatoi,   all'interno  dell'alto  edificio.   Augurandosi
    fervidamente  che  la  visione  non  svanisse,  Grosvenor  cominci  a
    concentrarsi sui muscoli del Riim.  Purtroppo,  per,  era costretto a
    lavorare a un  livello  troppo  vago  e  superficiale:  non  riusc  a
    ottenere il controllo dei singoli muscoli, e l'alieno rimase fermo.
    Irritato  ma deciso,  Grosvenor rinunci a controllare le singole fasi
    del movimento e prov a  inserire  un  codice  ipnotico:  una  singola
    parola-chiave che attivasse l'intera serie di movimenti.
    Lentamente,  una  delle corte braccia si sollev.  Un altro ordine,  e
    l'alieno  da  lui  controllato  si  alz  lentamente  in  piedi.  Poi,
    Grosvenor lo costrinse a girare la testa.  Nel posare lo sguardo sulla
    parete,  il Riim si ricord che quell'armadietto,  quel ripostiglio  e
    quel  cassetto  erano "suoi".  Il ricordo sfior a malapena il livello
    cosciente. La creatura conosceva le sue propriet e le accettava senza
    pensarci.
    Grosvenor fece fatica a soffocare l'emozione.  Con  pazienza,  obblig
    l'essere a rizzarsi del tutto,  gli fece alzare tutt'e due le braccia,
    gliele fece nuovamente abbassare,  lo fece camminare avanti e indietro
    lungo  la  passerella.  Infine lo fece sedere di nuovo.  A quel punto,
    Grosvenor doveva avere ormai raggiunto una sintonia  perfetta,  capace
    di  rispondere  a ogni minima sensazione.  Infatti,  non appena il suo
    cervello riprese a concentrarsi,  tutto il suo essere fu investito  da
    un  messaggio  che  perme  ogni livello dei suoi pensieri e delle sue
    sensazioni.  In modo pi o  meno  automatico,  Grosvenor  tradusse  in
    parole  umane  quei  concetti carichi di angoscia: "...I Riim chiedono
    aiuto, aiuto. I Riim hanno paura, Oh, i Riim sentono dolore! Sul mondo
    dei Riim  scesa un'ombra.  Interrompi il contatto con quell'essere...
    lontano   dai  Riim...   Ombre,   buio,   tumulto...   I  Riim  devono
    respingerlo... ma non possono.  Avevano ragione,  quando hanno cercato
    di distruggere l'entit che  uscita dal grande buio. La notte diventa
    sempre  pi  cupa.   I  Riim  vogliono  ritirarsi...  ma  non  possono
    farlo...".
    Grosvenor pens, esultante: "Ci sono!".  Ma,  dopo il primo istante di
    eccitazione,  si calm.  Il suo problema pi complesso non si limitava
    agli esseri-uccello.  Se lui avesse interrotto  il  contatto,  i  Riim
    sarebbero stati liberi. Una volta liberi, avrebbero evitato di entrare
    nuovamente  in  contatto  con  lui e avrebbero ripreso l'attacco,  con
    l'intento di distruggere la "Space Beagle".  E  Grosvenor  si  sarebbe
    trovato di nuovo ad affrontare Morton e le altre fazioni.  Perci, non
    aveva alternative: doveva procedere con il suo piano.

    Per prima cosa pass al pi logico stadio intermedio: si concentr per
    trasferire il suo controllo su un altro individuo.  E la  scelta,  nel
    caso di quegli esseri, era ovvia.
    "Io  sono  amato!"  disse  a  se  stesso,  riproducendo volutamente la
    sensazione che in precedenza l'aveva disorientato. "Sono amato dal mio
    genitore,  su cui cresco fino a essere completo.  Condivido i pensieri
    del mio genitore,  ma gi vedo con i miei occhi e so di fare parte del
    gruppo..."
    Il passaggio ebbe luogo  all'improvviso,  proprio  come  Grosvenor  si
    aspettava.  Mosse le dita, piccole e in corso di duplicazione. Sollev
    le spalle gracili.  Poi  Grosvenor  si  orient  nuovamente  sul  Riim
    genitore.
    Il  tentativo  fu  cos  soddisfacente  da farlo sentire pronto per il
    grande balzo che l'avrebbe portato a entrare nel sistema nervoso di un
    alieno pi distante.
    Anche ora,  si tratt semplicemente di stimolare un  opportuno  centro
    cerebrale. Quando pos gli occhi sul nuovo ambiente che lo circondava,
    Grosvenor  si  trov  su  una  collina  coperta  di arbusti selvatici.
    Davanti a lui scorreva un esile ruscello,  e  pi  avanti,  nel  cielo
    rosso,  fra nubi sfilacciate,  si scorgeva un sole arancione, prossimo
    al tramonto.  Grosvenor fece compiere una completa rotazione al  nuovo
    essere da lui controllato.  L'unica abitazione in vista era un piccolo
    edificio,  con le sue passatoie,  annidato  tra  gli  alberi,  a  poca
    distanza dal corso d'acqua.  Grosvenor si diresse verso quell'edificio
    e vi guard dentro.  Nella penombra si scorgevano due  esseri-uccello,
    appollaiati-sul    posatoio,    entrambi   con   gli   occhi   chiusi.
    Probabilmente,  pens Grosvenor,  facevano parte del gruppo che  stava
    attaccando la "Space Beagle".
    Da  laggi,  grazie  a  una combinazione di vari stimoli,  trasfer il
    proprio controllo su un  altro  individuo,  nella  zona  notturna  del
    pianeta.
    Questa volta la transizione fu ancor pi rapida, Si trov in una citt
    priva di luci, irta di edifici spettrali e di passerelle. Rapidamente,
    Grosvenor  prosegu  con  i  suoi spostamenti,  associandosi a sistemi
    nervosi  sempre  nuovi.  Non  capiva  perch  il  rapporto  venisse  a
    stabilirsi  con  un determinato Riim e non con un altro che possedesse
    gli stessi requisiti.  Forse alcuni di loro reagivano allo stimolo con
    una  velocit  superiore  a  quella  di  altri.  O  forse  erano tutti
    discendenti, o parenti, dell'individuo che aveva preso sotto controllo
    per primo. Dopo essersi associato con una trentina di Riim su tutta la
    superficie  del  pianeta,  Grosvenor  ritenne  di  essersi  fatto  una
    soddisfacente idea d'insieme.
    Era un mondo di mattoni, di pietra e di legno, con un'intima comunanza
    neurologica  che  probabilmente non aveva uguali.  Una razza che aveva
    saltato un'intera epoca della storia umana: la civilt delle  macchine
    e  la  scoperta  dei  segreti  della  materia  e dell'energia.  Adesso
    Grosvenor era pronto per il  penultimo  passo  del  suo  contrattacco.
    Concentr  l'attenzione  sullo  schema  che  caratterizzava  uno degli
    esseri che attaccavano la nave. (Solo ora, per la prima volta, ebbe la
    sensazione di un breve attimo di ritardo nel passaggio.) E si trov  a
    guardare dall'immagine l'interno della nave.
    Avrebbe  voluto  precipitarsi immediatamente a vedere come si svolgeva
    la battaglia,  ma dovette frenarsi,  perch la sua salita a bordo  era
    solo  una  premessa  per il condizionamento psicologico che desiderava
    effettuare su quegli esseri.  Doveva influenzare un gruppo  che  forse
    comprendeva  milioni  di  individui,  e  influenzarlo in modo talmente
    forte da costringerlo a ritirarsi dalla "Space Beagle",  convinto  che
    da quel momento in poi avrebbe fatto meglio a tenersene lontano.
    Aveva  avuto  la prova di poter ricevere i loro pensieri,  e di essere
    anche in grado di trasmettere i suoi. Altrimenti,  la sua associazione
    con  un  sistema nervoso dopo l'altro degli esseri-uccello non sarebbe
    stata possibile.  Adesso era pronto.  Pens,  rivolto  al  buio:  "Voi
    vivete in un universo, e dentro di voi formate immagini dell'universo,
    quale appare a voi.  Di quell'universo, voi non conoscete nulla, e non
    potete conoscere nulla all'infuori  delle  immagini,  ma  le  immagini
    dell'universo che sono dentro di voi non sono l'universo...".
    Com'  possibile influenzare la mente di un altro essere?  Cambiandone
    gli assiomi.  Come cambiare  il  comportamento  di  un  altro  essere?
    Cambiando le sue credenze fondamentali, le sue certezze emotive.
    Attentamente,  Grosvenor  prosegu:  "E le immagini che sono dentro di
    voi non mostrano tutto l'universo,  perch esistono molte cose che non
    potete conoscere direttamente, perch non possedete organi di senso in
    grado  di rivelarle.  L'universo possiede un proprio ordine,  e quando
    l'ordine che vi mostrano le immagini,  dentro di voi,  non corrisponde
    all'ordine dell'universo, allora siete voi che vi ingannate...".

    Da  che  vita  era  vita,  ben  poche  creature pensanti avevano fatto
    qualcosa d'illogico...  all'interno del loro sistema  di  assiomi.  Se
    per   le   basi   del  sistema  erano  false,   se  gli  assiomi  non
    corrispondevano alla realt,  allora la logica dell'individuo,  che ne
    derivava automaticamente, poteva condurlo a conclusioni disastrose.
    Occorreva cambiare gli assiomi.  Grosvenor li cambi intenzionalmente,
    freddamente,  con efficacia.  L'ipotesi su cui si basava per farlo era
    semplice:  secondo  lui,  i  Riim  non  avevano difesa.  Quelle da lui
    suggerite erano le prime idee nuove con cui entravano in contatto dopo
    innumerevoli generazioni,  e  Grosvenor  non  dubitava  che  l'impatto
    sarebbe  stato  tremendo.  La  loro  civilt  era di tipo "fellah",  e
    affondava le radici in credenze che,  prima di allora,  non erano  mai
    state  messe  in  dubbio.  E  la storia insegnava che anche un piccolo
    attacco dall'esterno poteva esercitare un influsso decisivo, capace di
    cambiare un'intera razza allo stadio "fellah".
    L'antica, gigantesca India si era sfasciata di fronte a poche migliaia
    di inglesi.  Allo stesso modo,  tutti i  popoli  "fellah"  dell'antica
    Terra  erano  stati  conquistati con facilit dagli stranieri e non si
    erano ripresi finch il loro nocciolo duro e inflessibile di  certezze
    non era stato spezzato per sempre dalla crescente constatazione che la
    realt  era  assai  pi vasta di quel che insegnava il loro immutabile
    sistema di vita. E i Riim erano particolarmente vulnerabili alle nuove
    idee.  Il loro sistema di comunicazione,  per quanto fosse mirabile  e
    unico,  permetteva di influenzarli tutti con un'unica, intensa azione.
    Grosvenor continu a ripetere il messaggio infinite volte, aggiungendo
    sempre un'istruzione finale che riguardava la nave: "Cambiate il  tipo
    di influsso mentale che usate contro gli esseri a bordo della nave,  e
    poi ritiratevi.  Cambiate il tipo di influsso,  in  modo  che  possano
    rilassarsi   e   dormire,   e   poi   ritiratevi;   non  ripetete  pi
    l'attacco...".
    Aveva solo una vaga idea del tempo da lui trascorso a riversare i suoi
    ordini nell'immenso circuito nervoso dei Riim.  Due  ore,  gli  parve.
    Comunque,  indipendentemente  dalle sue impressioni,  la sua azione fu
    improvvisamente troncata quando scatt l'interruttore  dell'adattatore
    encefalico,  che stacc il contatto fra lui e l'immagine sulla parete.
    All'improvviso,  Grosvenor torn a vedere l'ambiente familiare del suo
    reparto.  Fiss  il  punto  dove si era trovata l'immagine,  e con una
    certa sorpresa vide che era ancora l. Subito, per,  scosse la testa.
    Non poteva certo aspettarsi una reazione cos in fretta. Anche il Riim
    si stava riprendendo in quell'istante dall'interruzione del contatto.
    Poi,  sotto lo sguardo di Grosvenor,  gli impulsi luminosi provenienti
    dall'immagine cambiarono leggermente. Grosvenor pieg la testa,  colto
    dal  sonno.  Ma  subito la raddrizz,  con un sussulto,  ricordando le
    istruzioni che  aveva  dato:  rilassarsi  e  dormire.  Quello  era  il
    risultato. Dovunque, a bordo della nave, gli uomini si addormentavano,
    a  mano  a mano che il nuovo schema ipnotico estendeva la sua paralisi
    sugli emisferi del cervello. '
    Passarono circa tre minuti.  Improvvisamente,  la doppia immagine  del
    Riim  svan  dalla  parete lucida davanti a lui.  Un attimo pi tardi,
    Grosvenor usc nel corridoio. Mentre correva,  vide dappertutto uomini
    stesi  a  terra,  privi di sensi;  ma le pareti erano vuote.  Lungo il
    tragitto fino alla sala comando non vide neppure un'immagine.
    Giunto in sala comando,  scavalc il corpo  del  capitano  Leech,  che
    giaceva  sul pavimento vicino al quadro principale.  Con un sospiro di
    sollievo,  Grosvenor fece scattare  l'interruttore  che  innalzava  lo
    schermo d'energia attorno alla nave.
    Qualche istante pi tardi,  seduto sul seggiolino del pilota, cambiava
    rotta alla "Space Beagle".

    4. Genere: Mostro marziano.
    VILLAGGIO INCANTATO.

    "Esploratori di una 'nuova frontiera'" erano stati chiamati prima  che
    il razzo decollasse per Marte.
    Ora  che  il  razzo era precipitato su un deserto marziano,  uccidendo
    tutti a  bordo  meno  -  miracolosamente  -  lui,  Bill  Jenner  aveva
    continuato   a   ripetere   con  rabbia  e  con  disprezzo  la  frase,
    scagliandola nel vento ininterrotto, saturo di sabbia,  che lo colpiva
    ferocemente.
    Si disprezzava per l'orgoglio provato quando le aveva ascoltate per la
    prima volta.
    Ma  il  suo furore si plac a misura che i chilometri si aggiunsero ai
    chilometri e la  cupa  disperazione  per  gli  amici  morti  fin  per
    diventare  una  tristezza  plumbea.  Finch non si rese conto di avere
    commesso un disastroso errore di calcolo.
    Aveva sottovalutato la velocit a cui il razzo  volava.  Jenner  aveva
    previsto  di dover percorrere cinquecento chilometri,  per raggiungere
    il mare  polare,  dalle  acque  basse,  che  lui  e  compagni  avevano
    osservato  durante le manovre di discesa dallo spazio interplanetario.
    In  realt,   il  razzo  aveva  percorso  una  distanza   immensamente
    superiore, prima di precipitare senza pi obbedire ai comandi.
    I  giorni  si  accumulavano  alle  sue  spalle,   ora,   e  divenivano
    innumerevoli come i granelli della sabbia rossiccia, torrida e aliena,
    che gli penetrava negli abiti stracciati e gli  tormentava  la  pelle.
    Ridotto a una specie di spaventapasseri, continuava a camminare per il
    deserto interminabile, arido. Non intendeva darsi per vinto.
    Quando arriv ai piedi della montagna, le sue vettovaglie erano finite
    da  un  pezzo.  Di quattro borracce piene d'acqua,  gliene era rimasta
    solo una,  e anche questa era pressoch vuota: Jenner  si  limitava  a
    inumidirsi  le  labbra  screpolate e la lingua gonfia,  solo quando la
    sete diventava intollerabile.
    Jenner si arrampicava gi  da  molto  tempo,  quando  si  accorse  che
    l'ostacolo  che  gli sbarrava la strada non era semplicemente un'altra
    duna sabbiosa.  Si ferm,  e nell'alzare lo sguardo sulla montagna che
    giganteggiava sopra di lui, sent vacillare la propria volont. Per un
    istante  prov  tutta la disperazione del suo viaggio folle,  privo di
    meta...  ma riusc lo stesso a raggiungere la vetta.  E vide  ai  suoi
    piedi  una  depressione chiusa tra monti,  anche pi alti di quello su
    cui era giunto. Annidato nella conca formata da quei monti si scorgeva
    un villaggio.
    L'uomo riusc a distinguere alcuni alberi,  e il pavimento marmoreo di
    un  cortile.  Intravide  complessivamente  qualche  decina di edifici,
    raccolti attorno a quella che doveva essere  la  piazza  centrale.  In
    gran parte,  le costruzioni erano basse,  a un piano solo,  ma c'erano
    anche quattro torri o guglie,  elegantemente puntate verso  il  cielo.
    Tutte  le  facciate  risplendevano  come  se  fossero  fatte di pietra
    lucidata.
    Debolissimo,  giunse all'orecchio di Jenner un suono  sottile,  acuto,
    una  specie  di  sibilo.  Si  elevava  nell'aria immobile e rarefatta,
    scendeva di tono per poi salire di nuovo;  era limpido  e  sgradevole.
    L'uomo  si  mise  a correre nella direzione da cui veniva il suono;  a
    mano a mano che si avvicinava,  si sent sempre pi lacerare i timpani
    da quel rumore stridulo e irreale.
    Jenner  continu a scivolare su rocce lisce e ad ammaccarsi ogni volta
    che cadeva.  Met della discesa verso la conca,  la fece  a  rotoloni.
    Quando ebbe raggiunto gli edifici, vide che avevano un aspetto nuovo e
    lucente:  i  muri  lampeggiavano  di riflessi,  come specchi.  Ovunque
    girasse lo sguardo,  scorgeva vegetazione: cespugli di  colore  verde-
    rossiccio, alberi giallo-verdi carichi di frutti rossi e violacei.
    Mosso  da  una fame rabbiosa,  Jenner corse verso l'albero pi vicino.
    Visto da breve  distanza,  l'albero  era  secco  e  aveva  un  aspetto
    fragile.  Ma  il  frutto  che  l'uomo stacc da uno dei rami pi bassi
    pareva molle e sugoso.
    Nel portarselo alla bocca,  Jenner si ricord di  quanto  gli  avevano
    detto  durante  il  periodo  di  addestramento:  non assaggiare nessun
    prodotto marziano, senza averlo prima sottoposto a un'accurata analisi
    chimica.  Ma l'avvertimento non aveva senso per un uomo  il  cui  solo
    laboratorio chimico era il proprio corpo.

    Il  rischio,  tuttavia,  lo  rese  prudente.  Dette il primo morso con
    cautela. Era amaro,  e Jenner si affrett a sputarlo.  Ma il succo che
    gli  era rimasto in bocca gli bruci le gengive.  Era un bruciore cos
    forte, che dalla nausea gli venne il capogiro.  I suoi muscoli presero
    a  contrarsi  spasmodicamente,  e Jenner dovette stendersi a terra per
    non cadere.
    Infine,  dopo un tormento che,  a Jenner,  parve durare  per  ore,  il
    tremito  feroce  lo  abbandon e la vista gli ritorn normale.  L'uomo
    lanci un'occhiata disperata all'albero.
    Quando il dolore fu scomparso, l'uomo si rilass lentamente. Una molle
    brezza agitava le foglie aride,  e Jenner,  pensando alla tempesta che
    aveva  dovuto  affrontare nel deserto,  si stup nel constatare che il
    vento, laggi nella conca, era soltanto un sussurro.
    Non si udiva altro suono, ora.  A un tratto,  l'uomo ricord il sibilo
    acuto,  modulato su tonalit sempre diverse,  che aveva sentito al suo
    arrivo.  Rest  perfettamente  immobile  e  tese  l'orecchio,  ma  ud
    soltanto  il  frusciare  delle  fronde.  Il  fischio  raccapricciante,
    insopportabile,  taceva.  Jenner si chiese se per caso non fosse stato
    un suono d'allarme, per avvertire del suo arrivo gli abitanti.
    Ansiosamente,  si  lev  a fatica in piedi e si frug nelle tasche per
    cercare la rivoltella. Un sensazione di catastrofe s'impadron di lui,
    quando si accorse di non averla.  Dapprima  non  riusc  a  pensare  a
    nulla, poi si ricord vagamente che gi da una decina di giorni si era
    accorto   della   scomparsa   dell'arma.   Si   guard  attorno,   con
    preoccupazione,  ma non vide  la  minima  traccia  di  vita.  Si  fece
    coraggio.  Non  poteva  andarsene  perch  non  c'era altro posto dove
    andare. Se necessario, si sarebbe battuto fino alla morte, per restare
    laggi.
    Con estrema parsimonia, Jenner bevve un sorso d'acqua dalla borraccia,
    per  inumidirsi  le  labbra  screpolate  e  la  lingua  gonfia.   Poi,
    riavvitato  il  tappo,  s'avvi  in mezzo a una doppia fila di alberi,
    verso l'abitazione pi vicina. Le gir attorno,  a una certa distanza,
    per  esaminarla dai vari lati.  Su una delle facciate c'era un'arcata,
    bassa e larga, che si apriva verso l'interno.
    Al di l della soglia,  Jenner scorse la lucentezza di un pavimento di
    marmo levigato.
    Mantenendosi  sempre  a  rispettosa  distanza,  Jenner  esamin  altri
    edifici. Non vide traccia di vita animale.  Giunse fino al bordo della
    piattaforma  di  marmo  su  cui  sorgeva  il villaggio,  poi torn con
    decisione sui suoi passi.  Era giunto  il  momento  di  esplorare  gli
    interni.  Scelse  uno  dei quattro edifici su cui si levava una torre.
    Giunto a pochi metri dall'arcata,  vide che era  necessario  chinarsi,
    per entrare.
    Per  un  attimo,  questo  particolare lo fece riflettere.  Gli edifici
    dovevano essere stati costruiti per una forma di  vita  assai  diversa
    dall'uomo.
    Ma  poi  riprese  ad  andare avanti,  e,  piegatosi in due,  entr con
    riluttanza, pronto ad allontanarsi di corsa.
    Si trov in una camera priva di qualsiasi  arredamento.  C'erano  solo
    alcune lastre di marmo, verticali, che uscivano dalla parete, come per
    formare quattro bassi scomparti. In ogni scomparto c'era una specie di
    vaschetta, scavata direttamente nel pavimento.
    Nella seconda camera c'erano invece quattro piani inclinati, sempre di
    marmo,  che  salivano  fino  a una specie di piattaforma: Jenner pens
    immediatamente a una sorta di giaciglio.  Complessivamente,  al  piano
    terreno  c'erano quattro stanze.  In una di esse,  una rampa circolare
    saliva alla torre.
    Jenner non sal a esplorare i piani superiori.  La paura di poco prima
    - di trovarsi dinanzi a qualche forma di vita aliena - stava lasciando
    il posto a un'altra paura: quella, ancor pi terribile, di non trovare
    nessuna   vita.   Nessuna   vita  significava  niente  cibo,   nessuna
    possibilit di procurarsene.  In preda a una specie di angoscia  e  di
    furia,  si  mise a correre da un edificio all'altro,  a spiare in ogni
    camera silenziosa e deserta,  fermandosi solo di tanto  in  tanto  per
    lanciare un richiamo roco, disperato.
    Infine,  non ebbe pi dubbi.  Era solo,  in un villaggio deserto di un
    pianeta privo di vita,  ed era senza cibo,  senza acqua  -  tranne  le
    poche  gocce  che gli rimanevano nella borraccia - e soprattutto senza
    speranze.
    Si trovava nella quarta camera,  la pi piccola,  di uno degli edifici
    dotati  di  torre,  quando  cap  di essere giunto alla fine delle sue
    ricerche. La camera aveva un solo scomparto che sporgeva dalla parete.
    Jenner si appoggi contro di esso:  era  sfinito.  Cadde  addormentato
    all'istante.
    Quando si svegli,  not due cose,  in rapida successione. Della prima
    si rese  conto  ancor  prima  di  aprire  gli  occhi:  il  sibilo  era
    ritornato.  Un fischio acutissimo, intenso, che tremolava sulla soglia
    degli ultrasuoni.
    La seconda cosa da lui notata fu uno spruzzo sottilissimo  di  qualche
    liquido,  che  scendeva  dal soffitto.  Aveva un odore pungente,  e al
    tecnico Jenner bast aspirarne  una  sola  zaffata.  Corse  via  dalla
    stanza  a  precipizio,  tossendo,  con gli occhi pieni di lacrime,  la
    pelle della faccia gi arrossata dalla reazione chimica.
    Cerc affannosamente il fazzoletto e  si  affrett  ad  asciugarsi  le
    parti del corpo e della faccia che erano state colpite.
    Poi,  quando fu all'aperto, si ferm davanti all'abitazione e cerc di
    spiegarsi l'accaduto.

    Il villaggio sembrava immutato.  Le foglie tremolavano al tocco  della
    brezza  gentile.  Il  sole  era  immobile sulla cima di uno dei monti.
    Dalla posizione dell'astro, Jenner cap che era sorto un nuovo mattino
    e che dunque lui doveva avere dormito almeno per una dozzina  di  ore.
    La  luce  del sole,  bianca e abbagliante,  illuminava l'intera valle.
    Seminascosti fra gli alberi e i cespugli,  gli edifici lampeggiavano e
    sembravano danzare.
    A  quanto pareva,  Jenner si trovava in un'oasi perduta nell'immensit
    del deserto marziano. Un'oasi, certo, riflett amaramente,  ma non per
    gli esseri umani. Per lui, con i suoi frutti velenosi, l'oasi era solo
    un miraggio irraggiungibile.
    Rientr  nell'edificio  e  cautamente  and a spiare nella camera dove
    aveva dormito.  Lo spruzzo corrosivo era cessato,  non restava  alcuna
    traccia di odore, e l'aria era fresca e pulita.
    Si  sporse  sulla  soglia,  con una mezza idea di fare un esperimento.
    Vedeva mentalmente l'immagine di un marziano,  morto da  chiss  quale
    infinit di tempo, seduto pigramente sul fondo dello scomparto, mentre
    gli veniva spruzzata sul corpo una doccia rilassante.  Il fatto che il
    composto chimico della doccia fosse mortale per gli esseri  umani  non
    faceva  che sottolineare le enormi differenze che correvano tra l'uomo
    e la forma di vita che si era sviluppata su Marte. Ed evidentemente lo
    spruzzo di liquido aveva una sola spiegazione: la misteriosa  creatura
    era abituata a fare una doccia mattutina.
    Nella  "stanza da bagno",  Jenner si sedette in terra e infil i piedi
    nello scomparto,  poi si spinse lentamente in avanti.  Quando anche  i
    suoi fianchi furono entrati nell'apertura, dal soffitto, completamente
    privo di fori, scatur uno spruzzo di liquido giallastro che gli colp
    le  gambe.  Jenner  si  affrett a uscire dallo scomparto.  Lo spruzzo
    cess bruscamente, cos come era cominciato.
    Ripet la prova,  per avere la certezza che si trattasse di un sistema
    automatico. Il getto riprese e poi cess, con precisione meccanica.
    Le  labbra di Jenner,  gonfie a causa della sete,  si schiusero per la
    sorpresa. Pens: "Se esiste un processo automatico,  possono esisterne
    altri".
    Con  il  fiato  grosso,  si  precipit nella camera vicina.  Con molta
    cautela, infil le gambe in uno dei due scomparti. Nell'istante in cui
    i suoi fianchi giunsero all'altezza delle ripartizioni,  una specie di
    pappa fumante riemp la vaschetta accanto alla parete.
    L'uomo  fiss  la  brodaglia  oleosa:  era  inorridito  e  affascinato
    insieme, perch era cibo, era bevanda.  Si ricord del frutto velenoso
    e  si sent rivoltare lo stomaco,  ma,  con uno sforzo di volont,  si
    chin e immerse un dito nella sostanza calda  e  viscida.  Poi  se  lo
    port, gocciolante, alla bocca.
    Aveva  un sapore opaco e legnoso,  come di legno bollito.  Gli scivol
    lenta e vischiosa nella gola.  Gli occhi gli si riempirono di lacrime,
    e  le  sue  labbra  si contrassero spasmodicamente sui denti.  Cap di
    essere sul punto di vomitare,  e allora si mise  a  correre  verso  la
    porta, ma non fece in tempo a raggiungerla.
    Quando i conati cessarono e pot finalmente uscire,  si sentiva debole
    e agitato insieme.  E in quello  stato  di  depressione  profonda,  si
    accorse nuovamente della presenza del sibilo acuto.
    Si  stup di essersi dimenticato di quel suono atroce,  anche solo per
    qualche  istante.   Si  guard  intorno,   rapidamente,   cercando  di
    individuarne  la  fonte,  ma  non  pareva  provenire da alcun punto in
    particolare.  Ogni volta che Jenner si avvicinava a una zona  dove  il
    suono  era  pi  forte,  ecco che il fischio si attenuava,  o forse si
    trasferiva all'altro capo del villaggio.
    Cerc di capire che utilit potesse avere, per una civilt sconosciuta
    di altri mondi,  un suono capace di sconvolgere la  mente;  anche  se,
    forse,  per  una  razza  aliena,  quel  fischio stridulo poteva essere
    gradevole.
    S'immobilizz,  schioccando le  dita  davanti  a  quell'idea,  che  di
    istante  in  istante  gli pareva sempre pi plausibile.  Che fosse una
    sorta di musica?
    Si gingill con l'idea,  cerc di immaginare come fosse il  villaggio,
    molto  tempo  prima.  Forse  una razza amante della melodia svolgeva i
    suoi doveri quotidiani  con  l'accompagnamento  di  bellissimi  motivi
    musicali.
    L'insopportabile fischio proseguiva senza sosta, salendo e scemando di
    tono. L'uomo cerc di porre il maggior numero possibile di edifici tra
    s  e  la  fonte sonora.  Cerc rifugio in varie camere,  sperando che
    almeno una di esse fosse a prova di suono.  Niente.  Il sibilo ingrato
    lo perseguitava dovunque.
    Dovette  ritirarsi  nel  deserto  e salire fin quasi a met di uno dei
    pendii,  prima che il suono  si  affievolisse  al  punto  di  divenire
    tollerabile.  Infine,  senza  pi  fiato,  ma  con un senso d'infinito
    sollievo,   l'uomo  si  lasci  cadere  sulla  sabbia  e   si   chiese
    desolatamente: "E ora?".

    La  scena  che  si  stendeva  ai  suoi piedi era insieme il paradiso e
    l'inferno.  Ogni cosa gli era familiare,  adesso: la sabbia rossastra,
    le dune rocciose, il piccolo villaggio alieno, cos carico di promesse
    e cos poco atto a mantenerle.
    Jenner lo guard ancora, con occhi luccicanti di febbre, e si pass la
    lingua  gonfia  sulle  labbra  secche.  Sapeva di essere ormai un uomo
    morto, a meno di non riuscire a modificare le macchine automatiche che
    producevano il cibo e che dovevano essere nascoste nelle pareti e  nel
    sottosuolo degli edifici.
    Anticamente,  gli ultimi resti della civilt marziana erano riusciti a
    sopravvivere in quel  villaggio.  Poi,  anche  quei  superstiti  erano
    infine   scomparsi,   ma  il  villaggio  aveva  continuato  a  vivere,
    mantenendosi sgombro dalla sabbia e  pronto  a  offrire  ospitalit  a
    qualunque  marziano  che  vi  giungesse.  Ma non c'erano pi marziani.
    C'era solo Bill Jenner, pilota del primo razzo sceso su Marte.
    E Bill Jenner doveva  costringere  il  villaggio  a  produrre  cibi  e
    bevande  adatti  a  lui.  Senza  strumenti,  tranne  le sue mani;  con
    scarsissime conoscenze di  chimica,  doveva  costringerlo  a  cambiare
    abitudini.
    Lentamente,  sollev  la  borraccia.  Bevve un altro sorso e lott con
    tutte le sue forze  contro  la  tentazione  di  bere  fino  all'ultima
    goccia.  E  quando  ebbe  vinto  ancora  una volta,  si alz e prese a
    scendere lungo il pendio.
    Poteva resistere ancora, calcol, tre giorni al massimo. E in quei tre
    giorni doveva conquistare il villaggio.
    Si trovava gi in mezzo ai filari di piante,  quando si accorse che la
    "musica" era cessata.  Con un profondo senso di sollievo,  si chin su
    un arbusto, lo afferr saldamente, e diede uno strattone.
    L'arbusto venne via con facilit;  e Jenner vide che c'era un pezzo di
    marmo  attaccato  in  fondo al fusto.  L'uomo lo esamin con stupore e
    not che si era sbagliato a credere che la pianta crescesse attraverso
    un  foro  praticato  nel  marmo.   No,   il  fusto  era  semplicemente
    "incollato" alla superficie.  Inoltre,  l'arbusto era privo di radici;
    istintivamente, Jenner abbass lo sguardo sulla zona da cui era venuto
    via, insieme con la pianta, anche il pezzo di marmo,  e vide che c'era
    della sabbia in quel punto.
    Lasci  cadere  l'arbusto,  si butt in ginocchio e infil le dita nel
    foro.  Incontr solo sabbia asciutta.  Cerc  a  maggiore  profondit,
    spingendo  nel foro la mano e il braccio,  con tutta la sua forza.  Ma
    non incontr che sabbia.
    Si alz e freneticamente and a  strappare  un  altro  arbusto.  Anche
    questo  venne  via docilmente,  portando con s un frammento di marmo.
    Anch'esso era privo di radici; e nel foro non c'era che sabbia.
    Jenner stentava a capire.  Corse presso una pianta da frutto e si mise
    a  spingerne  il  tronco,  con  tutte  le  sue forze.  Ci fu una breve
    resistenza, e alla fine il marmo dove cresceva la pianta si spacc,  e
    la lastra si sollev lentamente.  L'albero croll con un fruscio e con
    un crepitio di foglie  e  di  rami  secchi  che  si  spezzavano  e  si
    sbriciolavano  in una miriade di frammenti.  Nel punto dove sorgeva la
    pianta non rimase altro che sabbia.
    Sabbia dappertutto.  Una  citt  costruita  sulla  sabbia.  Marte,  il
    pianeta delle sabbie. Non era del tutto vero, naturalmente. Nei pressi
    delle  calotte  glaciali  polari  si  era  osservata vegetazione,  che
    cresceva secondo cicli stagionali.
    Tutte quelle piante,  tranne le pi resistenti,  morivano  all'avvento
    dell'estate  marziana.  L'astronave terrestre sarebbe dovuta atterrare
    nei pressi di uno di quei mari bassi e senza onde.
    Ma,   quando  era  precipitata  senza  pi  rispondere   ai   comandi,
    l'astronave  aveva  distrutto  qualcosa  di  pi che se stessa.  Aveva
    distrutto ogni  probabilit  di  vita  per  l'unico  superstite  della
    trasvolata.

    Jenner  impieg  diverso  tempo  per riprendersi dallo stupore.  E gli
    venne un'idea.  Recuper uno degli arbusti da lui strappati,  punt  i
    piedi  contro  il pezzo di marmo che vi era attaccato,  e tir,  prima
    dolcemente, poi con forza sempre maggiore.
    Il pezzo di pavimentazione si stacc,  alla fine,  ma non c'era dubbio
    che  le  due  parti  formavano  un  tutto  unico.  L'arbusto  cresceva
    direttamente dal marmo.
    Ma era poi davvero marmo? Jenner si inginocchi accanto a uno dei fori
    da lui fatti e ne osserv  attentamente  i  bordi.  Era  un  materiale
    poroso,  probabilmente  una  roccia  calcarea,  ma non sembrava vero e
    proprio marmo.  L'uomo tendeva la mano  per  staccarne  un  frammento,
    quando  la  pietra  cambi  colore.  Spaventato,  Jenner  si  ritrasse
    immediatamente.  Sull'orlo della frattura,  la pietra aveva assunto un
    vivace colore giallo-arancio.  L'uomo la osserv senza capire,  e alla
    fine, cautamente, la tocc.
    Fu come immergere le dita in un acido corrosivo.  Un  bruciore  acuto,
    intensissimo. Con un'imprecazione, Jenner tir indietro la mano.
    Il  dolore  lancinante  gli  fece  quasi  perdere  i sensi.  Vacill e
    gemette, stringendosi le dita ferite. Quando il bruciore finalmente si
    attenu e l'uomo pot osservare il danno subito, vide che la pelle era
    stata del tutto consumata e che,  sulla carne  viva,  si  stavano  gi
    formando   grosse   vesciche.   Jenner  aggrott  la  fronte  e  diede
    un'occhiata alla frattura nella pietra. Vide che gli orli continuavano
    a essere di uno smagliante giallo-arancione.
    Il villaggio era vigile e attento,  pronto a difendersi  da  ulteriori
    attacchi.
    In  preda  a  un'improvvisa spossatezza,  l'uomo venuto dalla Terra si
    trascin fino all'ombra di un albero.  Da quel che gli era successo si
    poteva  trarre una sola conclusione,  che quasi sfidava il buon senso.
    Il villaggio solitario era un organismo vivente.
    Appoggiato all'albero,  Jenner cerc d'immaginare un'enorme  massa  di
    sostanza   organica   che   si  sviluppava  sotto  forma  di  edifici,
    modellandosi sulle esigenze di altre creature viventi,  che  accettava
    il ruolo del servitore nella pi vasta accezione del termine.
    E  se era disposta a servire una razza,  perch non servirne un'altra?
    Se si era adattata ai marziani,  perch  non  adattarsi  a  un  essere
    umano?
    C'erano  difficolt,  naturalmente.  Jenner  aveva  l'impressione  che
    potesse mancare qualche elemento chimico  essenziale.  L'ossigeno  per
    produrre l'acqua poteva essere tratto dall'aria,  migliaia di composti
    chimici si potevano ottenere a partire dalla sabbia. Anche se la morte
    era la sola alternativa qualora non riuscisse a trovare la  soluzione,
    Jenner  cadde  addormentato  non  appena  cominci a chiedersi il nome
    degli elementi chimici che potevano mancare.
    Quando si svegli, era buio.

    Jenner si alz con fatica.  Sentiva una stanchezza,  un indolenzimento
    di tutti i muscoli,  che lo spavent. Si umett la bocca con un po' di
    acqua  della  borraccia,  e  si  avvi  barcollando  verso  l'ingresso
    dell'edificio  pi  vicino.  Eccettuato  il  pesante fruscio delle sue
    scarpe sul "marmo", il silenzio era assoluto.
    Si arrest di colpo, tese l'orecchio, si guard intorno.  Il vento era
    caduto.  Jenner non poteva distinguere le montagne che circondavano la
    conca,  ma gli edifici erano ancora visibili,  come nere sagome in  un
    mondo di ombre.
    Per  la prima volta pens che,  nonostante le sue nuove speranze,  era
    preferibile morire. Anche se fosse riuscito a sopravvivere, che futuro
    poteva aspettarsi?  Ricordava perfettamente le  difficolt  incontrate
    per  richiamare  l'interesse  dell'opinione  pubblica e poi i capitali
    necessari per approntare il  razzo.  Ricordava  i  colossali  problemi
    ch'era    stato    necessario   risolvere   durante   la   costruzione
    dell'astronave: e  alcuni  degli  uomini  che  avevano  contribuito  a
    risolverli giacevano ora sepolti sotto la sabbia del deserto marziano,
    presso il relitto.
    Ci significava che forse sarebbero passati altri vent'anni, prima che
    un  nuovo  razzo  partito  dalla Terra tentasse di raggiungere l'unico
    altro pianeta del sistema solare che potesse accogliere la vita.
    E per tutti quegli innumerevoli giorni, per tutti quegli anni,  Jenner
    sarebbe rimasto solo.  Era il massimo che potesse sperare...  se fosse
    riuscito a sopravvivere.  E mentre si  dirigeva  a  tentoni  verso  il
    giaciglio di una delle camere,  Jenner si pose un altro problema: come
    far capire a un villaggio vivente che  esso  doveva  alterare  i  suoi
    processi?
    In  un  certo senso,  il villaggio doveva gi avere capito di avere un
    nuovo inquilino.  Come fargli capire che gli occorrevano  cibi  aventi
    una  composizione  chimica  diversa  da  quelli che il villaggio aveva
    sempre prodotto;  che anche a lui piaceva la musica,  ma su  lunghezze
    d'onda diverse;  e che amava,  s,  una buona doccia la mattina, ma di
    acqua, non di liquido venefico?
    Cadde in un dormiveglia agitato,  di malattia pi che di sonno vero  e
    proprio.  Si  svegli  due volte,  con le labbra brucianti,  gli occhi
    infiammati, il corpo fradicio di sudore. Parecchie volte venne destato
    dal suono della sua stessa voce che gridava di paura e di rabbia nella
    notte.
    Pens che la morte si stava ormai avvicinando.

    Pass le lunghe ore della notte ad agitarsi,  a voltarsi,  sommerso da
    vampate  di  calore.  Quando  la  prima  luce del giorno gli colp gli
    occhi,  rimase vagamente sorpreso di essere ancora vivo.  Pi che  mai
    irrequieto, scese dal giaciglio e si diresse verso la porta.
    Soffiava un vento gelido e tagliente,  ma fu come una carezza benefica
    sulla sua faccia infuocata.  Jenner si chiese se nel suo sangue  fosse
    rimasto  un  numero  sufficiente di pneumococchi per fargli venire una
    buona polmonite. No, si disse poi, non dovevano essercene abbastanza.
    Dopo alcuni istanti,  batteva i denti.  Si  ritir  all'interno  della
    casa, e per la prima volta si accorse di un particolare: nonostante la
    soglia priva di porta, il vento non penetrava nell'edificio. Le camere
    erano fredde, ma non vi entravano correnti d'aria.
    Quel particolare gli ricord qualcosa: da dove venivano le incredibili
    vampate  di calore che l'avevano colpito durante la notte?  Per prova,
    ritorn a stendersi sul ripiano dove aveva trascorso la  notte;  pochi
    secondi  pi  tardi,  soffocava  in una temperatura di almeno sessanta
    gradi centigradi.
    Scese immediatamente a terra,  imprecando per  la  propria  stupidit.
    Calcol  di  avere  sottratto  non  meno di due litri di sudore al suo
    povero corpo disidratato, in quella fornace di letto.
    Il villaggio non era assolutamente adatto agli esseri  umani.  Laggi,
    anche  i  letti erano riscaldati per forme di vita che avevano bisogno
    di temperature assai superiori a quelle adatte alla vita dell'uomo.
    Jenner trascorse quasi tutta  la  giornata  all'ombra  di  una  grande
    pianta.  Era sfinito,  e solo occasionalmente si ricordava di avere un
    problema da  risolvere.  Quando  l'odioso  sibilo  si  fece  di  nuovo
    sentire,  all'inizio  prov  fastidio,  ma  era  troppo  spossato  per
    allontanarsi.  Per lunghi periodi non lo sent neppure,  tanto i  suoi
    sensi erano intorpiditi.
    Nel  tardo  pomeriggio gli tornarono in mente gli arbusti strappati la
    vigilia, e si chiese che fine avessero fatto.  Si umett la lingua con
    le  ultime  gocce della borraccia,  si alz in piedi a fatica e and a
    cercare i resti essiccati delle piante.
    Erano spariti. E non gli fu nemmeno possibile rintracciare i buchi nel
    pavimento,  l dove aveva strappato i cespugli.  Il villaggio  vivente
    aveva riassorbito i propri tessuti morti e medicato i guasti recati al
    suo "corpo".
    Jenner si sent ritornare le forze. Riprese a pensare: alle mutazioni,
    alle ricombinazioni genetiche,  all'adattamento delle forme viventi al
    mutare delle condizioni ambientali.  Aveva ascoltato varie  conferenze
    su  questi  temi,  prima  che  il  razzo  lasciasse  la Terra: lezioni
    piuttosto generiche,  ma sufficienti a informare gli  esploratori  del
    genere di problemi che si potevano incontrare su un pianeta alieno. Il
    principio fondamentale era semplicissimo: adattarsi o morire.
    Il  villaggio  doveva  adattarsi  a  lui.  Non  pensava  di riuscire a
    danneggiarlo seriamente, ma doveva tentare. La sua necessit di vivere
    doveva essere posta su basi cos ostili e decise.
    Freneticamente, cominci a frugarsi nelle tasche. Prima di abbandonare
    il relitto  del  razzo,  se  l'era  riempite  di  un'intera  serie  di
    attrezzature  miniaturizzate:  un  coltello  a serramanico,  una tazza
    pieghevole di metallo,  un apparecchio radio a circuiti  stampati,  un
    piccolo  super-accumulatore,   che  si  poteva  caricare  girando  una
    rotellina dentata,  e per il quale aveva portato con s,  tra le altre
    cose, anche un potente accendino elettrico.
    Jenner  inser  l'accendino  nella batteria e deliberatamente ne pass
    l'estremit incandescente sulla superficie del "marmo". La reazione fu
    immediata.  La pietra si accese di un rabbioso colore rosso scarlatto.
    Quando un'intera sezione del pavimento ebbe cambiato colore, Jenner si
    diresse  al  pi  vicino  scomparto  con vaschetta,  e vi entr quanto
    bastava per attivarlo.
    L'attesa fu piuttosto lunga.  Quando il cibo  cominci  finalmente  ad
    affluire  nella  vaschetta,  era chiaro che il villaggio vivente aveva
    capito il motivo delle azioni di Jenner.  La  pappa  aveva  una  tinta
    pallida, cremosa, mentre quella precedente era di colore grigiastro.
    L'uomo vi intinse il dito, ma lo ritrasse con un grido e si affrett a
    pulirselo.  Continu  a  bruciargli  per  vari minuti.  La domanda era
    adesso questa: il villaggio gli aveva deliberatamente servito il  cibo
    letale,  o cercava semplicemente di accontentarlo,  ma senza conoscere
    le sue esigenze?
    Decise di compiere un ulteriore tentativo,  ed entr  nello  scomparto
    accanto.  La pappa granulosa che col questa volta nella vasca era pi
    gialla. Non gli bruci il dito, ma quando Jenner prov ad assaggiarla,
    fu costretto a sputarla immediatamente. Gli pareva che gli fosse stato
    servito un miscuglio oleoso di terra e benzina.
    Adesso la sua sete  era  una  necessit  assoluta,  accresciuta  dallo
    sgradevole sapore che gli era rimasto in bocca.  Disperatamente, corse
    all'esterno e apr la borraccia,  scuotendola per recuperare le ultime
    gocce.  Nella  sua  ansia,  gli accadde di lasciarne cadere alcune sul
    pavimento del cortile. Si gett a terra e cominci a leccarle.
    Mezzo minuto dopo, c'era ancora acqua per terra.
    All'improvviso,  Jenner  cap  l'importanza  del  fatto.   Si  sollev
    leggermente  da  terra  e  guard sbalordito le goccioline d'acqua che
    salivano scintillanti dalla superficie liscia della pietra. E,  mentre
    guardava, un'altra goccia usc dalla superficie compatta e brill alla
    luce del sole basso.
    Jenner  si  chin  e raccolse con la punta della lingua tutte le gocce
    che riusciva a scorgere.  Per lungo tempo rimase con la bocca  premuta
    contro  il marmo,  a succhiare le poche gocce d'acqua che il villaggio
    gli misurava avaramente.

    Il sole bianco e abbagliante  scomparve  dietro  una  montagna.  Scese
    rapida la notte, come un sipario scuro. L'aria si fece fredda, per poi
    diventare  gelida.  Jenner  rabbrivid,  quando  il vento tagliente si
    insinu fra i cenci che lo ricoprivano.  Ma ci  che  lo  costrinse  a
    smettere  di bere fu il crollo della superficie a cui aveva appoggiato
    le labbra fino a quel momento.
    Jenner si lev stupito;  nelle  tenebre,  si  affrett  a  palpare  la
    pietra.  Si era letteralmente sbriciolata.  Evidentemente, il "marmo",
    nel dare tutta l'acqua che conteneva,  aveva finito per disintegrarsi.
    Jenner  calcol  di avere bevuto complessivamente meno di un bicchiere
    d'acqua.
    Dimostrazione di buona volont da parte del villaggio, certo; ma c'era
    anche un'altra considerazione, meno soddisfacente.
    Se il villaggio era costretto a distruggere una  parte  di  se  stesso
    ogni  volta  che  doveva dissetarlo,  chiaramente le sue risorse erano
    limitate.
    Jenner corse all'interno dell'edificio pi vicino,  sal  su  uno  dei
    giacigli...  e si affrett a uscirne subito,  davanti al calore che lo
    invest.  Attese,   per  dare  modo  all'Intelligenza  di  capire  che
    bisognava cambiare; poi sal di nuovo sulla piattaforma.
    Il calore era pi forte che mai.
    A quel punto, Jenner si arrese, perch era troppo stanco per pensare a
    un  sistema  che  facesse intendere al villaggio che gli occorreva una
    temperatura  pi  bassa.  Dorm  sul  pavimento,   con  la  sgradevole
    impressione che non potesse sorreggerlo a lungo.  Si svegli parecchie
    volte durante la notte,  pensando: "Non ha acqua  a  sufficienza.  Per
    quanto si sforzi...".  Poi si riaddorment,  ma solo per svegliarsi di
    nuovo, teso e infelice.
    Eppure,  il mattino lo trov sveglio e attento,  e pi deciso che mai:
    era  di  nuovo  animato  dalla  forza  di  volont che gli aveva fatto
    attraversare quasi mille chilometri di deserto sconosciuto.
    Si diresse alla  vaschetta  pi  vicina.  Questa  volta,  dopo  averla
    attivata,  dovette attendere pi di un minuto; alla fine, un cucchiaio
    d'acqua cre una piccola pozzanghera sul fondo della vaschetta.
    Jenner la lecc fino ad asciugarla completamente,  poi attese pieno di
    ottimismo.   Quando  cap  che  non  ne  avrebbe  avuto  altra,  pens
    tristemente che in qualche punto del villaggio  un  intero  gruppo  di
    cellule doveva essersi dissolto per dargli la propria acqua.
    In  quel  momento,  Jenner  prese  una  decisione: spettava all'essere
    umano, che era in grado di camminare, andare alla ricerca di una nuova
    fonte di acqua per il villaggio, che non poteva muoversi.
    Nel frattempo, naturalmente, il villaggio avrebbe dovuto mantenerlo in
    vita,  per dargli modo di esaminare le varie  possibilit.  E  questo,
    soprattutto, significava che lui doveva avere il cibo che gli desse la
    forza di fare le ricerche necessarie.

    Per  prima  cosa,  cerc  nelle  proprie tasche.  Quando le sue scorte
    alimentari si erano avvicinate alla  fine,  Jenner  aveva  avvolto  in
    piccoli  pezzi di tela tutti gli avanzi e se li era cacciati in tasca.
    Si erano sparse molte briciole,  e lui aveva cercato  di  recuperarle,
    nei lunghi giorni di marcia nel deserto.  Ora, strappando le cuciture,
    trov ancora pezzetti microscopici di carne e di  pane,  frammenti  di
    grasso e di altre sostanze non identificabili.
    Con  attenzione  si  sporse sull'orlo della vaschetta e pos sul fondo
    tutti quei rimasugli di cibo.  Da solo,  il villaggio non era in grado
    di  dargli  pi  di un lontano facsimile.  Ma se le poche gocce sparse
    sulle lastre del cortile erano bastate a fargli capire il suo  bisogno
    d'acqua,  ora un'analoga offerta poteva suggerirgli le caratteristiche
    chimiche degli alimenti adatti a un essere umano.
    Jenner attese,  poi entr nel secondo scomparto  e  lo  attiv.  Circa
    mezzo  litro  di  una sostanza densa,  cremosa,  filtr lentamente sul
    fondo della vaschetta.  La scarsit della razione pareva indicare  che
    conteneva acqua.
    L'assaggi.  Aveva un gusto un po' acido,  amaro,  e un odore rancido.
    Era quasi asciutta come farina... ma il suo stomaco l'accett.
    Jenner mangi lentamente,  del tutto consapevole che il villaggio,  in
    un momento come quello, l'aveva del tutto in suo potere. Come avere la
    certezza  che  tra  gli  ingredienti  di  quella pappa non ci fosse un
    veleno ad azione lenta?
    Quando ebbe finito di mangiare,  si rec davanti a un'altra vaschetta,
    in  un edificio diverso dal precedente.  Non mangi il cibo che sgorg
    sul fondo della vaschetta, ma attiv un'altra mangiatoia. Questa volta
    ricevette alcune gocce d'acqua.
    Si era recato appositamente in uno degli edifici  con  la  torre.  Ora
    sal la rampa che portava ai piani superiori.  Fece soltanto una breve
    pausa nella prima stanza in cui arriv,  perch aveva gi scoperto che
    si  trattava  di  dormitori  supplementari.  Vi figuravano le consuete
    piattaforme, in numero di tre.
    Ci che lo  interessava  era  il  fatto  che  quella  rampa  circolare
    continuava a salire.  Prima portava a un'altra camera pi piccola, che
    non sembrava avere alcuna particolare ragione di essere;  poi fino  in
    cima alla torre,  a una ventina di metri dal suolo. Abbastanza in alto
    perch Jenner potesse vedere al di l dei monti circostanti. Aveva gi
    pensato che l'altezza fosse sufficiente, ma fino a quel momento si era
    sentito troppo debole,  per la salita.  Adesso pot guardare  in  ogni
    direzione, fino all'orizzonte. E subito perse tutte le speranze che lo
    avevano portato lass.
    L'intero  panorama era di una desolazione infinita.  Fin dove giungeva
    il  suo  sguardo,   si  scorgeva  una  smisurata  distesa   desertica.
    L'orizzonte era coperto di vortici e di tempeste di sabbia.
    Jenner  guard  con  disperazione  profonda quella scena.  Se esisteva
    davvero un mare marziano, era irraggiungibile.
    Poi strinse i pugni, rabbiosamente, perch il suo destino gli sembrava
    ormai inevitabile.  Aveva sperato di trovarsi,  se non vicino al mare,
    almeno in una regione montuosa. Mari e montagne erano in genere le due
    principali sorgenti d'acqua. Eppure, avrebbe dovuto sapere che c'erano
    poche   montagne   su  Marte.   Sarebbe  stato  chiedere  troppo  alla
    coincidenza,  pretendere  di  essere  davvero  finito  in  una  catena
    montuosa.
    Ma  la  sua  debolezza  era  tale,  che  il  furore sboll dopo alcuni
    istanti.  Con la mente annebbiata,  torn a scendere  lungo  la  rampa
    elicoidale.
    Cos  fin  il  suo confuso progetto di aiutare il villaggio a trovare
    acqua.
    I giorni continuarono a passare lentamente, ma quanti fossero,  Jenner
    non  avrebbe  saputo  dirlo.  Ogni  volta  che  andava a mangiare,  la
    quantit d'acqua che gli veniva data era  sempre  pi  scarsa,  e  lui
    continuava  a  ripetersi  che  quello  era  il  suo ultimo pasto.  Era
    irragionevole aspettarsi che il villaggio si autodistruggesse per lui,
    ora che il suo destino era segnato.
    Cosa ancora pi grave, appariva ogni giorno pi chiaro che il cibo non
    era adatto a lui.  Aveva messo il villaggio  sulla  strada  sbagliata,
    dandogli  campioni alimentari vecchi e forse guasti,  prolungando cos
    il proprio tormento.  A volte,  dopo avere mangiato,  Jenner aveva  la
    nausea  per  ore.  Spesso  la  testa  gli  faceva  male e il suo corpo
    rabbrividiva per la febbre.
    Il villaggio faceva quello che poteva.  Il resto dipendeva da  Jenner,
    che per non riusciva neppure ad adattarsi a quell'approssimazione del
    cibo terrestre.
    Per due giorni si sent talmente male da non riuscire ad avvicinarsi a
    una delle vasche.  Dovette limitarsi a rimanere disteso sul pavimento,
    ora dopo ora.  Durante la  seconda  notte,  i  dolori  divennero  cos
    lancinanti da spingerlo a prendere una decisione.
    "Se  posso  trascinarmi  fino  a uno dei giacigli" si disse "il calore
    spaventoso baster a uccidermi; assimilando il mio corpo, il villaggio
    almeno riavr una parte della sua acqua."
    Gli occorse quasi un'ora per trascinarsi  faticosamente  sulla  rampa,
    fino  al  pi vicino giaciglio;  quando alla fine vi giunse,  si stese
    come se fosse gi morto.  Il suo ultimo pensiero cosciente fu: "Amici,
    miei cari compagni, sto per unirmi a voi".
    L'allucinazione  era  cos  perfetta  che  per un istante gli parve di
    essere ancora a bordo, in sala comando,  e di avere intorno a s tutti
    i suoi antichi compagni.
    Poi,  con  un sospiro di sollievo,  Jenner sprofond in un sonno senza
    sogni.

    Si dest alle note di un violino.  Era una musica dolce e triste,  che
    narrava  l'ascesa  e  la  caduta  di  una  razza  scomparsa  in  tempi
    lontanissimi.
    Jenner ascolt a lungo, e poi, con commozione, comprese all'improvviso
    la verit.  Quelle  note  avevano  sostituito  il  sibilo  odioso.  Il
    villaggio aveva adattato la musica su di lui!
    Altre sensazioni si fecero lentamente strada.  Dal giaciglio veniva un
    calore moderato e gradevole;  non pi il  torrido  inferno  di  prima.
    Prov una meravigliosa sensazione di benessere fisico.
    Affannosamente, scivol lungo la rampa fino alla pi vicina vaschetta.
    E  mentre  strisciava verso di essa,  con il naso quasi a contatto del
    pavimento,  il contenitore si riemp di una broda fumante.  Il profumo
    era  cos  aromatico  e  stimolante,  che  non  seppe  resistere  alla
    tentazione di tuffarvi subito la bocca per lapparla con avidit. Aveva
    il sapore di una minestra ricca e densa, era calda e carezzevole sulle
    labbra e sul palato. Quando l'ebbe divorata tutta,  per la prima volta
    non sent il bisogno di bere.
    "Ho vinto!" pens Jenner.  "Il villaggio ha finalmente trovato il modo
    giusto!"
    Dopo qualche tempo,  gli torn in mente un particolare e  si  trascin
    fino a una camera da bagno.  Con estrema cautela, spiando il soffitto,
    si lasci andare all'indietro, sotto la doccia. Gli spruzzi giallastri
    scesero a colpirlo, freschi e deliziosi.
    In un'estasi voluttuosa,  Jenner agit la lunghissima coda fremente  e
    sollev  il  muso oblungo,  lasciando che i minuscoli getti di liquido
    gli mondassero dai frammenti di cibo i denti aguzzi.
    Quindi,  con  movimenti  brevi  e  ondeggianti,   strisci  fuori,   a
    crogiolarsi al sole e ad ascoltare la musica senza tempo.


    5. Genere: Mostro con mistero.
    NASCONDIGLIO.

    La nave spaziale proveniente dalla Terra oltrepass cos fulmineamente
    il   sole  Gisser,   privo  di  pianeti,   che  il  sistema  d'allarme
    dell'osservatorio meteorologico posto sull'asteroide non ebbe  nemmeno
    il tempo di reagire. La grande nave spaziale era gi visibile a occhio
    nudo prima che il Guardiano se ne accorgesse.
    I  dispositivi  d'allarme  dovevano  essere  scattati anche nella nave
    spaziale,  perch l'immensa macchina rallent visibilmente  e,  sempre
    frenando,  effettu un largo giro.  Ora tornava sul percorso di prima,
    tentando di localizzare il piccolo oggetto che aveva  colpito  i  suoi
    schermi energetici.
    Mentre  si  avvicinava  all'osservatorio,  la nave spaziale si stagli
    nello splendore del lontano sole bianco-giallastro,  ed era pi grande
    di  qualsiasi  altro  scafo che si fosse visto nei Cinquanta Soli.  Un
    vascello  infernale,  sbucato  dallo  spazio  remoto,  un  mostro  che
    proveniva  da  un  mondo  semi-mitico  e che era riconoscibile,  dalle
    descrizioni dei libri di storia,  come un incrociatore stellare  della
    Terra Imperiale. Terribili erano stati gli ammonimenti della storia su
    ci che poteva succedere un giorno... ed ecco che era successo.
    Il  Guardiano  conosceva  bene  il  suo dovere.  C'era un segnale - il
    segnale da tanto tempo temuto - da trasmettere  ai  Cinquanta  Soli  a
    mezzo   della  radio  subspaziale  non  direzionale.   Doveva  inoltre
    assicurarsi che non rimanesse  niente,  della  stazione,  che  potesse
    tradirli.
    Non ci fu alcuna fiammata. Quando le macchine atomiche, sovraccariche,
    si  dissolsero,  il  massiccio  edificio  che  era  stato una stazione
    meteorologica  si  polverizz  semplicemente  negli  elementi  che  lo
    componevano.
    Il  Guardiano non fece alcun tentativo di sfuggire alla morte.  Il suo
    cervello,  con tutte le informazioni che conteneva,  non doveva essere
    letto.  Prov  solo  un  breve,  accecante  spasmo  di  dolore  quando
    l'energia lo annient in atomi.

    La  donna  non  si  cur  di  accompagnare  la  spedizione   atterrata
    sull'asteroide,  ma  osserv  con  attenzione  tutti  i  procedimenti,
    attraverso l'astroschermo.
    Fin dal  primo  momento,  quando  i  raggi-spia  avevano  rivelato  la
    presenza  di  una  figura  umana  in  una stazione meteorologica - una
    stazione meteorologica "laggi!" - aveva  capito  l'enorme  importanza
    della   scoperta.   La   sua  mente  era  subito  balzata  alle  varie
    possibilit.
    Una  stazione  meteorologica  significava  la   presenza   di   viaggi
    interstellari.  Esseri  umani significavano un'origine terrestre.  Non
    faceva fatica a  immaginare  quel  che  doveva  essere  successo:  una
    spedizione,  molto  tempo  prima.  Doveva  essere passato molto tempo,
    perch ora i coloni  avevano  un  commercio  interstellare,  e  questo
    richiedeva la presenza di vaste popolazioni su molti pianeti.
    Sua Maest, pens, avrebbe accolto la notizia con soddisfazione.
    Ne era soddisfatta anche lei.  In uno slancio di generosit, chiam la
    sala energie.
    - La sua pronta azione,  capitano Glone - disse con  voce  cordiale  -
    nell'avvolgere l'intero asteroide in una sfera di energia protettiva 
    stata veramente esemplare e sar premiata.
    L'uomo  la  cui immagine era comparsa sull'astroschermo si inchin.  -
    Grazie,  nobile signora.  - E aggiunse: - Credo  sia  stato  possibile
    salvare  i  componenti  elettronici  e  atomici  dell'intera  stazione
    meteorologica. Sfortunatamente, a causa dell'interferenza dell'energia
    atomica della stazione stessa, il reparto fotografico non  riuscito a
    ottenere immagini molto chiare.
    La donna gli rivolse  un  sorriso  obliquo  e  disse:  -  L'uomo  sar
    sufficiente,  e  "quella"  una matrice per cui non abbiamo bisogno di
    modelli.
    Interruppe il collegamento,  senza smettere di sorridere,  e  torn  a
    osservare  i  lavori che si svolgevano sull'asteroide.  Nell'osservare
    gli assorbitori di materia ed  energia  che  inghiottivano  la  nebbia
    luminescente dell'esplosione, pens: c'erano segnate diverse tempeste,
    nella mappa contenuta all'interno della stazione meteorologica. Lei le
    aveva  viste con il raggio-spia;  e una delle tempeste le era parsa di
    dimensioni enormi.
    La sua grande astronave non poteva permettersi di  viaggiare  a  tutta
    velocit  finch  non  avessero  conosciuto  la posizione esatta della
    tempesta.
    L'addetto le era sembrato  un  giovanotto  di  bella  presenza,  nella
    fuggevole  impressione  che  ne  aveva  avuto  al raggio-spia: un uomo
    dotato di una grande forza di volont,  coraggioso.  Doveva essere una
    persona interessante, in un modo leggermente barbarico.
    Prima,   naturalmente,  doveva  essere  condizionato,  e  svuotato  di
    qualsiasi informazione utile.  Anche  ora,  un  banale  errore  poteva
    costringerli a intraprendere una lunga, laboriosa ricerca. Si potevano
    perdere  interi  secoli,  su quelle brevi distanze di pochi anni-luce,
    dove una nave spaziale non poteva guadagnare velocit e  dove  non  si
    poteva   mantenere  la  velocit  massima  senza  esatte  informazioni
    meteorologiche.
    Vide che gli uomini lasciavano l'asteroide.  Con gesto deciso,  spense
    il  comunicatore  interno,   manovr  un  quadrante  ed  entr  in  un
    trasmettitore  di  materia  per  raggiungere  la  sala  ricevitori,  a
    ottocento metri di distanza.

    L'ufficiale di servizio le venne incontro e la salut. Era accigliato.
    -  Ho  ricevuto  proprio  ora le immagini dal reparto fotografico.  La
    macchia di nebbia atomica  sulla  mappa    un  fatto  particolarmente
    sgradevole.  Secondo  me,  dovremmo tentare per prima la ricostruzione
    dell'edificio e del suo contenuto, lasciando l'uomo per ultimo.
    Parve intuire la  disapprovazione  della  donna,  perch  continu  in
    fretta:  - Dopotutto,  l'uomo rientra nella normale matrice umana.  La
    sua ricostruzione  intrinsecamente pi  difficile,  ma    analoga  a
    quanto  si    verificato  quando  lei  stessa  passata attraverso il
    trasmettitore del ponte di comando ed  venuta qui.  In tutt'e  due  i
    casi c' stata dissoluzione di elementi... che devono essere riportati
    nella disposizione originale.
    - Ma perch lasciarlo per ultimo? - ribatt lei.
    -  Ci  sono  ragioni  tecniche  legate alla maggiore complessit degli
    oggetti inanimati. La materia organica, come lei sa,   poco pi di un
    composto di idrocarburi, che si possono ricostruire facilmente.
    -  Benissimo.  -  Diversamente  dal  suo ufficiale,  non era del tutto
    convinta che un uomo e il suo cervello,  creatori di quella mappa e di
    tutte  le  informazioni  che conteneva,  fossero meno importanti della
    mappa stessa.  Tuttavia,  visto che si potevano avere tutt'e due...  -
    Proceda! - conferm, decisa.
    Poi  osserv  l'edificio  prendere  forma  entro il grande ricevitore.
    L'intera    costruzione,    sulle    ali    dell'antigravit,     usc
    dall'apparecchiatura e venne depositata in centro all'enorme pavimento
    metallico.
    Il  tecnico scese dalla cabina di controllo.  Scuoteva la testa per la
    delusione. Insieme ad alcuni colleghi che erano sopraggiunti, condusse
    la donna attraverso una visita minuziosa della stazione  meteorologica
    ricostruita, additandone i difetti.
    - Soltanto ventisette punti solari visibili sulla mappa - disse.  - E'
    un numero assurdamente basso,  anche partendo dal punto di  vista  che
    questa  gente  si sia organizzata solo per una piccola area di spazio.
    Inoltre,  noti quante tempeste sono segnate,  alcune considerevolmente
    al di l dell'area ricostruita...
    S'interruppe,  con gli occhi fissi su un punto del pavimento in ombra,
    dietro una macchina, ad alcuni metri di distanza.
    La donna segu la direzione del suo sguardo.  C'era  il  corpo  di  un
    uomo, che si contorceva sul pavimento.
    - Lei mi aveva detto - osserv la donna, aggrottando le sopracciglia -
    che l'uomo sarebbe stato lasciato per ultimo.
    Lo scienziato era confuso.  - Il mio assistente non deve avere capito.
    Ma...
    - Non importa - lo interruppe la donna.  - Lo faccia mandare subito al
    reparto psicologia, e dica al tenente Neslor che arriver tra poco.
    - Subito, nobile signora.
    -  Aspetti!  Saluti  per me il meteorologo capo e gli dica di scendere
    qui, di esaminare la mappa e di riferirmi quel che vi scoprir.
    Pass lo sguardo sul gruppo che la circondava e rivolse agli ufficiali
    un largo sorriso,  mostrando per un attimo i denti bianchi e regolari.
    - Per lo Spazio Infinito,  finalmente c' qualcosa da fare, dopo dieci
    anni di noioso lavoro di cartografia!  Riusciremo  in  breve  tempo  a
    scovare questi appassionati del gioco del nascondino.
    L'eccitazione le fiammeggiava nel cuore come una forza viva.

    Per  un  fenomeno  inspiegabile,  ancor  prima  di  tornare in s,  il
    Guardiano sapeva  di  essere  ancora  vivo.  Non  molto  tempo  prima,
    comunque.
    "Sent"   avvicinarsi   il   momento  di  riprendere  conoscenza,   e,
    istintivamente,   cominci  il  suo  normale  esercizio  delliano   di
    preparazione dei muscoli, dei nervi e della mente prima del risveglio.
    Giunto a met di quello strano sistema ritmico di respirazione, il suo
    cervello si arrest improvvisamente, atterrito.
    Ritornava alla conoscenza? Lui?
    Fu  a  quel punto,  mentre il cervello minacciava di scoppiargli nella
    testa, che cap cosa avessero fatto.
    Poi si fece calmo,  pensoso.  Fiss la giovane donna che sedeva su una
    poltroncina, accanto al suo letto. Aveva un viso grazioso, ovale, e un
    aspetto molto autorevole,  per una persona cos giovane.  Lo osservava
    con occhi grigi, scintillanti. Sotto lo sguardo fermo di lei, la mente
    del Guardiano si immobilizz del tutto.
    Poi, un pensiero prese forma,  nella sua mente: "Mi hanno condizionato
    per  un  risveglio  tranquillo.   Ma  che  altro...  sono  riusciti  a
    scoprire?".
    Quel pensiero crebbe a  dismisura,  finch  non  parve  spezzargli  il
    cranio: "Che altro?".
    Vide che la donna gli sorrideva: un lieve sorriso divertito.  Per lui,
    fu come un tonico.  Il Guardiano divenne ancora pi calmo,  mentre  la
    donna gli diceva,  con voce argentina: - Non si allarmi. Intendo dire,
    non si allarmi troppo. Come si chiama?
    Il Guardiano apr le labbra,  poi le chiuse  di  nuovo  e  scosse  con
    decisione  il  capo.  Prov  la tentazione di spiegare che rispondendo
    anche a una sola domanda  avrebbe  spezzato  il  dominio  dell'inerzia
    mentale   delliana,   e   avrebbe  finito  per  rivelare  informazioni
    importanti.
    Ma fornire una simile spiegazione sarebbe stato solo un genere diverso
    di sconfitta.  Cancell dalla mente la tentazione e ancora  una  volta
    scosse la testa.
    Not  allora che la giovane donna corrugava la fronte.  Disse,  ora: -
    Non vuole rispondere neppure a una domanda cos semplice? Certo il suo
    nome non pu fare male a nessuno.

    Gi, il suo nome, pens il Guardiano. Poi gli avrebbe domandato da che
    pianeta veniva,  dov'era ubicato quel pianeta  in  relazione  al  sole
    Gisser, quali tempeste si potevano trovare lungo la rotta. E cos via,
    tutta la serie. Domande senza fine.
    Ogni  giorno di ritardo nel fornire ai terrestri le informazioni tanto
    desiderate avrebbe dato tempo ai Cinquanta Soli di organizzarsi contro
    la pi grande macchina che  avesse  attraversato  quella  parte  dello
    spazio.
    I  suoi  pensieri  continuarono a divagare.  La donna aveva rizzato il
    busto e adesso lo fissava con occhi che erano divenuti d'acciaio.
    Con un timbro metallico nella voce,  gli disse:  -  Sappia  una  cosa,
    chiunque  lei  sia.  Si  trova  a  bordo  dell'incrociatore  imperiale
    "Ammasso Stellare",  alla presenza  del  comandante,  l'alto  capitano
    Laurr. Sappia inoltre che  nostro inderogabile volere che prepari per
    noi  una  rotta che ci porti senza pericoli fino al vostro pianeta pi
    importante.
    Poi prosegu, in tono vibrante: - Sono convinta che gi lei sappia che
    la Terra non riconosce governi separati.  Lo  Spazio    indivisibile.
    L'universo non deve diventare il campo di lotta di innumerevoli popoli
    sovrani, in perpetua disputa per il potere.
    "Questa  la legge. Coloro che si pongono contro di essa sono nemici e
    vanno incontro a qualsiasi punizione possa essere decisa nel loro caso
    speciale.
    "Stia attento!"
    Senza  attendere  la  risposta,  gir  la  testa  verso  la parete che
    fronteggiava il Guardiano.  - Tenente  Neslor  -  disse.  -  Ha  fatto
    qualche progresso?
    Una  voce  femminile  rispose: - S,  nobile signora.  Ho preparato un
    integrale basato sui dati  di  Muir-Grayson  per  i  popoli  coloniali
    rimasti isolati dalla grande corrente della vita galattica.  Tuttavia,
    non ci sono precedenti storici per un isolamento lungo come quello che
    deve  essersi  verificato  qui.   Ho  perci  supposto   che   abbiano
    oltrepassato  il periodo statico e che abbiano fatto qualche progresso
    per conto proprio.
    "Credo per che dovremmo cominciare in  modo  molto  semplice.  Alcune
    risposte  forzate  apriranno il suo cervello a ulteriori pressioni.  E
    intanto giungeremo a utili conclusioni considerando  la  velocit  con
    cui   adatta   la  propria  resistenza  al  crescere  della  pressione
    esercitata dalla macchina cerebrale. Devo procedere?"
    La donna seduta sulla poltroncina fece un cenno d'assenso. Un lampo di
    luce scatt dalla parete di  fronte  al  Guardiano.  Questi  cerc  di
    sottrarsi al raggio luminoso,  ma scopr in quel momento, per la prima
    volta, che "qualcosa" lo teneva fermo sul letto. Non era una corda, n
    una catena,  n qualsiasi altra cosa visibile.  Ma la si poteva  quasi
    toccare,   ed   era  come  una  striscia  di  gomma  della  resistenza
    dell'acciaio.
    Prima che riuscisse a pensare ad altro,  la luce gli era gi penetrata
    negli occhi e nella mente,  come una furia abbagliante. In quella luce
    si facevano strada alcune voci,  che danzavano e cantavano,  e che gli
    parlavano  nel  cervello per dirgli: - Una domanda cos facile,  certo
    risponder... Certo. Certo.  Mi chiamo Guardiano di Gisser.  Sono nato
    sul  pianeta  Kaider  Terzo,  e sono di discendenza delliana.  Ci sono
    settanta  pianeti  abitati,   cinquanta  soli,   trenta  miliardi   di
    cittadini,  quattrocento  tempeste  importanti,  la  pi  grossa  alla
    latitudine 473.  Il governo  centrale  si  trova  sul  grande  pianeta
    Cassidor Settimo...
    Con  un  impeto  di  orrore  per  quanto  stava dicendo,  il Guardiano
    imprigion in un nodo delliano la propria mente ormai lanciata a ruota
    libera e arrest di colpo il rovinoso fiume di rivelazioni. Sapeva che
    non si sarebbe pi lasciato cogliere di sorpresa, ma era troppo tardi,
    pens, ormai era troppo tardi.

    Tuttavia, la donna che gli stava accanto non ne era altrettanto certa.
    Si alz, usc dalla stanza ed entr nel locale dove un'altra donna, di
    mezza et,  il tenente  Neslor,  stava  controllando  sul  nastro  del
    ricevitore le dichiarazioni del prigioniero.
    La  psicologa  sollev  lo sguardo dal suo lavoro e disse con profondo
    stupore - -Nobile signora,  la sua resistenza,  nel momento in cui s'
    interrotto,  ha raggiunto un equivalente di Q.I.  800.  Ora,  questo 
    assolutamente impossibile,  soprattutto  se  si  tiene  conto  che  ha
    cominciato  a  parlare  a  una pressione equivalente a Q.I.  167,  che
    concorda con il suo aspetto e che rientra nella media.
    "Dietro  una  simile  resistenza  ci  deve  essere   un   sistema   di
    addestramento  mentale.  Credo  che  sia  collegato  a  quella che lui
    definisce  la  sua  'discendenza  delliana':  il  grafico      salito
    bruscamente di intensit quando ha pronunciato la parola.
    "Si tratta di una cosa molto grave, e potrebbe causare seri ritardi...
    a meno che non ci decidiamo a spezzargli la mente."
    Ma  l'alto  capitano  scosse  la  testa  e  disse  solo:  -  Riferisca
    direttamente a me le eventuali novit.
    Nel dirigersi verso il trasmettitore,  fece una pausa per  controllare
    la posizione della sua nave da guerra. Sorrise con amarezza nel vedere
    sullo   schermo   l'immagine   di   un   vascello  in  orbita  attorno
    all'immagine, molto pi luminosa, di un sole.
    Segnavano  il  passo,  pens,  con  una  sorte  di  premonizione.  Era
    possibile che un uomo solo potesse tenere in scacco un'astronave tanto
    potente da conquistare una galassia intera?

    Il  meteorologo  capo  dell'astronave,  tenente  Cannons,  si alz per
    accoglierla,  quando lei gli si avvicin,  nella vasta sala  ricezione
    trasmissioni,  dove  si  trovava  ancora la stazione meteorologica dei
    Cinquanta Soli.  L'uomo aveva i capelli grigi ed  era  vecchio,  molto
    vecchio,  a  quanto  lei  ricordava.  Nell'avvicinarsi  a lui,  l'alto
    capitano pens: la vita,  in quegli uomini che osservavano  le  grandi
    tempeste dello spazio, veniva ad assumere un ritmo molto pi lento.
    Dovevano  avere  un senso della futilit di ogni cosa,  una concezione
    senza tempo.  Quando le tempeste  impiegavano  un  secolo  e  pi  per
    raggiungere la loro piena, tonante maturit, tra loro e gli uomini che
    le  studiavano  doveva  finire  per  esserci  una  sorta  di  affinit
    spirituale.
    Perfino la voce del meteorologo parve possedere una sua lenta  maest,
    quando  l'uomo  le  rivolse con eleganza un inchino e le disse: - Alto
    capitano, onorevole Gloria Cecilia, Sua Grazia Laurr dei Nobili Laurr,
    sono onorato della sua attenzione personale.
    Lei rispose al saluto e  gli  fece  ascoltare  il  nastro  registrato.
    L'uomo ascolt, corrugando la fronte, e poi disse: - La latitudine che
    ha  dato per quella tempesta  un numero privo di significato.  Questa
    gente assurda si serve di un sistema di cartografia spaziale esclusivo
    della Piccola Nube Magellanica,  con un centro arbitrario che  non  ha
    alcun   rapporto   con   il   centro   magnetico  della  Nube  stessa.
    Probabilmente hanno preso un sole, lo hanno scelto come centro e hanno
    costruito attorno a esso tutti i loro riferimenti.
    Il  vecchio  si  gir  di  scatto  e  la   condusse   nella   stazione
    meteorologica,  fino  al  tavolo  basso  su  cui  si  librava la mappa
    spaziale ricostruita.
    - Questa mappa ci  assolutamente  inutile  -  le  disse  senza  mezzi
    termini.
    - Come?
    La donna lo fissava; i suoi occhi grigi erano pensierosi.
    -  Perch,  che  idea  aveva,  per  usare  questa  mappa?  - chiese il
    meteorologo.
    Dapprima la donna non rispose,  per non  compromettersi  di  fronte  a
    tanta sicurezza dell'esperto. Poi aggrott la fronte e disse: - La mia
    impressione   corrisponde   alla   sua.   Adottano   un  sistema  loro
    particolare, e noi non dobbiamo fare altro che trovarne la chiave.
    Poi riprese,  con maggiore fiducia: - Il nostro  principale  problema,
    per,    quello  di  determinare  la rotta da seguire nelle immediate
    vicinanze   della   stazione   meteorologica   che   abbiamo   trovato
    sull'asteroide.  Se  dovessimo  scegliere  la direzione sbagliata,  ci
    sarebbero dei seri ritardi,  ma in qualsiasi caso il  nostro  ostacolo
    principale    l'impossibilit  di  viaggiare  a piena velocit per il
    timore di possibili tempeste.
    Fiss con aria interrogativa l'uomo, mentre finiva di parlare,  e vide
    che scuoteva la testa, con preoccupazione.
    -  Temo  -  disse  infatti il meteorologo - che non sia cos semplice.
    Quelle immagini luminose di soli ci sembrano  grosse  come  piselli  a
    causa  della  distorsione  della  luce,  ma  se  le  esaminiamo con un
    metroscopio, non hanno che un diametro di poche molecole.  Se  questa
    la proporzione tra le immagini e i soli che rappresentano...
    Lei  aveva  imparato  in  momenti  di  grave  crisi  a  nascondere  ai
    subordinati i suoi  veri  sentimenti.  Adesso,  anche  se  la  notizia
    l'aveva  colpita  come  una  mazzata,   riusc  a  mostrarsi  calma  e
    riflessiva. Poi disse: - Vuole dire che ciascuno di quei soli,  i loro
    soli,  nascosto in mezzo a mille altre stelle?
    -  Molto peggio.  Voglio dire che hanno colonizzato solo un sistema su
    diecimila.  Non dobbiamo dimenticare che la Piccola Nube Magellanica 
    un  universo  di  cinquanta  milioni  di  stelle.  Significa un numero
    sterminato di punti luminosi...
    Il vecchio concluse,  con calma: - Se  lo  desidera,  posso  tracciare
    rotte  con  velocit  massima  di  dieci  giorni-luce al minuto per le
    stelle pi vicine. Pu darsi che abbiamo fortuna.
    La donna scosse il capo,  energicamente.  - Uno su diecimila!  Non sia
    ingenuo.  Conosco  la legge della media,  relativa a uno su diecimila.
    Dovremmo  visitare  duemilacinquecento  soli  se   saremo   fortunati,
    tremilacinquecento se non lo saremo.
    "No,  no - concluse,  con un gelido sorriso sulle labbra sottili - non
    intendo perdere cinquecento anni a cercare  un  ago  in  un  pagliaio.
    Piuttosto di dovermi affidare alla sorte,  preferisco ancora affidarmi
    alla psicologia. Abbiamo un uomo che capisce quella mappa,  e anche se
    la cosa ci coster del tempo, alla fine parler."
    Fece per andarsene,  ma poi si ferm ancora una volta.  - Che ne dice,
    dell'edificio in s?  Dal tipo di struttura ha potuto  trarre  qualche
    indicazione?
    L'uomo  annu.  -  E'  del  tipo  usato  nella nostra Galassia,  circa
    quindicimila anni fa.
    - Qualche perfezionamento, qualcosa di diverso?
    - Nessuno,  per quanto ho potuto  vedere.  Un  osservatore  solo,  che
    compie tutto il lavoro. Un'installazione semplice, primitiva.
    La  donna  riflett  a  lungo,  scuotendo  la  testa  come  se volesse
    snebbiarsi il cervello.
    - Mi sembra strano - disse poi. - Sicuramente, dopo quindicimila anni,
    dovrebbero  avere  aggiunto  qualcosa.  Le  colonie  sono  normalmente
    statiche, ma non fino a questo punto.
    Tre ore pi tardi, era intenta a esaminare i consueti rapporti, quando
    squill  due  volte,  in sordina,  la suoneria dell'astroschermo.  Due
    messaggi.
    Il primo proveniva dal reparto psicologia ed  era  costituito  da  una
    sola   domanda:   Ci   d  il  permesso  di  spezzare  la  mente  del
    prigioniero?.
    - No! - rispose l'alto capitano Laurr.
    Il secondo messaggio la spinse a dare uno sguardo al  quadrante  delle
    rotte.  Sullo  schermo  scintillavano  i simboli di rotte nuove.  Quel
    vecchio caparbio aveva disobbedito al suo  ordine  di  non  prepararne
    nessuna!
    Con  un  sorriso  obliquo,  si  curv  sullo  schermo  e studi i vari
    simboli.
    Infine trasmise un ordine alla sala motori.  Rimase poi a osservare la
    sua grande astronave che si lanciava nella notte.
    Dopotutto,  pensava, nessuno vietava di giocare contemporaneamente due
    partite.  Il contrappunto era stato scoperto ancor prima nel campo dei
    rapporti umani che in quello musicale.

    Il  primo  giorno,  passarono  accanto  al  pianeta esterno di un sole
    bianco-azzurro.   Il   pianeta   galleggiava   nell'oscurit,    sotto
    l'astronave,  ed era una massa di roccia e di metallo, senz'aria, nuda
    e terribile come  un  asteroide:  un  mondo  di  montagne  e  di  gole
    primordiali, ancora non toccate dal brivido e dal respiro della vita.
    I raggi-spia non mostrarono che rocce; un'infinit di rocce, ma non un
    segno di movimento presente o passato.
    C'erano  tre  ulteriori  pianeti,  e  uno  di essi era un mondo caldo,
    verde,  dove il vento  soffiava  su  foreste  vergini  e  gli  animali
    sciamavano nelle pianure.
    Non si vedeva una sola casa, n la figura eretta di un essere umano.
    Accigliata,  la donna chiese,  parlando nel comunicatore: - Fino a che
    distanza,  esattamente,  i nostri  raggi-spia  possono  penetrare  nel
    terreno?
    - Trenta metri.
    - E ci sono metalli che possono simulare trenta metri di terra?
    - Parecchi, nobile signora.
    Contrariata,  la  donna  stacc  la  comunicazione.  Non  ci  fu alcun
    messaggio, quel giorno, dal reparto psicologico.
    Il secondo giorno,  una gigante rossa entr lentamente  nel  campo  di
    ripresa  dello  schermo  visivo,  sotto gli occhi impazienti dell'alto
    capitano.  Novantaquattro pianeti giravano nelle loro  immense  orbite
    attorno al massiccio genitore.  Due pianeti erano abitabili,  ma anche
    laggi c'era la grande quantit di foreste e di animali che  si  trova
    solo sui pianeti non toccati dalla mano e dall'ascia della civilt.
    L'ufficiale  capo  zoologo  rifer  il  fatto  con  voce precisa: - La
    percentuale di animali corrisponde alla media dei mondi non abitati da
    esseri intelligenti.
    - E non avete pensato - scatt la donna - che  potrebbe  essere  stata
    volutamente adottata una politica di conservazione della vita animale,
    con  leggi  che proibiscono lo sfruttamento del suolo,  anche solo per
    hobby?
    Non s'aspettava risposta,  e non ne ricevette.  Dal tenente Neslor del
    reparto psicologico, silenzio anche quel giorno.
    Il  terzo  sole  era  pi lontano.  Fece aumentare la velocit a venti
    giorni-luce al minuto...  e ricevette un severo ammonimento quando  la
    nave  incapp  in una piccola tempesta.  Piccola perch il fremito del
    metallo, non appena iniziato, subito fin.
    - Mi  stato riportato - disse pi tardi la donna,  ai trenta capitani
    raccolti  in  sala  ufficiali  - che molti chiedono di ritornare nella
    nostra Galassia per chiedere una spedizione capace di scoprire  questi
    banditi nascosti.
    "Una  delle  richieste  pi lamentose che mi sono giunte alle orecchie
    dice anche che, dopotutto,  stavamo ritornando a casa,  quando abbiamo
    fatto  la nostra scoperta,  e che dopo dieci anni trascorsi nella Nube
    ci meritiamo un giusto riposo."
    I suoi occhi grigi lampeggiarono.  In tono gelido,  aggiunse: - Potete
    essere  certi che coloro che incoraggiano questo genere di disfattismo
    non sono le stesse persone che  dovranno  presentarsi  di  persona  al
    governo  di Sua Maest per fare rapporto del loro insuccesso.  Perci,
    intendo assicurare agli animi deboli  e  ai  nostalgici  di  casa  che
    continueremo  ancora  per  dieci anni,  se sar necessario.  Dite agli
    ufficiali e all'equipaggio di regolarsi di conseguenza. Non c' altro.

    Ritornata al ponte di comando,  vide che non c'era alcun messaggio del
    reparto  psicologico.  Con  ira  e  impazienza,  fece  il  numero,  ma
    controll le proprie emozioni non appena vide comparire sullo  schermo
    la faccia del tenente Neslor.
    Chiese:  -  Che  cosa  succede,  tenente?  Attendo con ansia ulteriori
    informazioni da parte del prigioniero.
    La psicologa scosse la testa. - Niente da riferire.
    - Niente? - Per lo stupore, la voce dell'alto capitano divenne aspra e
    dura.
    - Ho  chiesto  due  volte  -  fu  la  risposta  -  l'autorizzazione  a
    spezzargli la mente. Dovrebbe sapere che non suggerirei con leggerezza
    di adottare un passo cos grave.
    -  Oh!  -  Lo  sapeva,  infatti,  ma  la disapprovazione che l'avrebbe
    accolta al ritorno,  la necessit di giustificare ogni azione immorale
    contro singoli individui, l'avevano spinta automaticamente a rifiutare
    l'autorizzazione.  Ora,  invece... Per, prima che potesse parlare, la
    psicologa  prosegu:  -  Ho  tentato  di  condizionarlo   nel   sonno,
    sottolineando l'inutilit di resistere alla Terra,  quando  certo che
    prima o poi verranno scoperti.  Ma questo  solo servito a convincerlo
    che le sue precedenti rivelazioni non ci sono state di nessun aiuto.
    L'alto capitano trov infine la parola.
    -  Intende  dire,  tenente,  che  non ha altro mezzo all'infuori della
    violenza? Nient'altro?
    Nello schermo visivo, la psicologa fece un cenno di diniego. Poi disse
    semplicemente: - Una resistenza da Q.I. 800 in un cervello da Q.I. 167
     qualcosa di nuovo nella mia esperienza.
    L'alto capitano rimase perplesso. - Non riesco a capire - disse.  - Ho
    l'impressione  che  abbiamo trascurato qualche particolare importante.
    Di punto in bianco ci imbattiamo in una stazione meteorologica,  entro
    un ammasso di cinquanta milioni di soli;  una stazione in cui si trova
    un  essere  umano  che,   in  spregio  a  tutte  le  leggi  dell'auto-
    conservazione, si uccide immediatamente per impedirci di catturarlo.
    "Quanto  alla  stazione meteorologica stessa,  appartiene a un vecchio
    modello della nostra Galassia,  ma in quindicimila anni non le  stato
    apportato alcun miglioramento.  Eppure la vastit del tempo trascorso,
    l'elevata intelligenza delle persone  interessate,  suggerirebbero  di
    aspettarsi tutti i cambiamenti prevedibili.
    "C' poi il nome di quell'uomo,  'Guardiano', che  tipico dell'antico
    metodo pre-spaziale terrestre,  di chiamare gli uomini a seconda della
    loro  professione.  E'  possibile che persino il sole che teneva sotto
    osservazione sia  una  sorta  di  assegnazione  ereditaria  della  sua
    famiglia.  C'  qualcosa  di  deprimente,  in  tutto questo,  qualcosa
    che..."
    S'interruppe, aggrottando la fronte.  - Qual  il suo piano?  - chiese
    alla psicologa.
    Dopo avere ascoltato per qualche momento, annu. - Capisco. Benissimo,
    lo  porti  in una delle camere da letto del ponte di comando.  E lasci
    perdere l'idea di prendere una delle sue ragazze della sorveglianza  e
    di truccarla come me.  Far tutto quello che sar necessario.  Domani.
    Bene.

    Freddamente,   la  donna  osserv   sullo   schermo   l'immagine   del
    prigioniero.  Quell'uomo, il Guardiano, giaceva nel letto con il corpo
    quasi immobile,  gli occhi  chiusi,  ma  con  l'espressione  del  viso
    curiosamente  tesa.  L'espressione di una persona,  pens la capitana,
    che per la prima volta dopo quattro  giorni  aveva  scoperto  che  era
    stata  ritirata la linea di forza invisibile che l'aveva tenuta legata
    fino a quel momento.
    Al suo fianco,  la psicologa bisbigli:  -  E'  ancora  sospettoso,  e
    probabilmente  lo  rester finch non l'avrete un po' rassicurato.  Le
    sue reazioni si concentreranno sempre di pi su un unico piano. A ogni
    minuto che passa,  aumenter la  sua  convinzione  di  avere  un'unica
    possibilit   di  distruggere  l'astronave  e  di  dover  agire  senza
    scrupoli, senza curarsi dei rischi.
    "Nelle  scorse  dieci  ore  l'ho  condizionato,   in  modo   pressoch
    inavvertibile,  a opporci resistenza.  Vedr che tra un momento... ah,
    ecco!"
    Il Guardiano si era levato a sedere sul letto.  Sporse una gamba sotto
    il  lenzuolo,  poi scivol avanti e si rizz in piedi.  Il suo modo di
    muoversi suggeriva una forza straordinaria.
    Per un attimo, l'uomo rimase immobile: un'alta figura che indossava un
    pigiama grigio.  Doveva avere studiato in precedenza il proprio  corso
    d'azione, perch, dopo avere rivolto una breve occhiata alla porta, si
    diresse ad alcuni cassetti incassati nella parete.  Controll dapprima
    se fossero aperti,  poi li spalanc senza sforzo  visibile,  facendone
    saltare le serrature, una dopo l'altra.
    All'esclamazione  di  sorpresa  dell'alta capitana fece eco quella del
    tenente Neslor.
    - Santo Cielo!  - disse la psicologa.  - Non mi chieda come  riesca  a
    spezzare  quelle  serrature di metallo.  Una tale forza deve essere il
    risultato di qualche addestramento particolare. Nobile signora...
    Lo disse in tono ansioso, e l'alto capitano la guard. - S?
    - Ritiene sempre,  date le circostanze,  di dover  prendere  parte  di
    persona alla sua sottomissione?  Ha una forza tale,  evidentemente, da
    poter fare a pezzi chiunque, qui a bordo...
    Ma l'alta capitana la interruppe con un gesto imperioso. - Non posso -
    disse l'onorevole Gloria Cecilia -  correre  il  rischio  che  qualche
    sciocco commetta uno sbaglio. Prender una pillola antidolore. Mi dica
    quando  il momento di entrare.

    Il Guardiano si sentiva teso,  deciso, nell'entrare in sala quadranti,
    sul ponte di comando.  Aveva trovato i suoi vestiti in alcuni cassetti
    chiusi  a  chiave.  Non  sapeva  che fossero l dentro,  ma i cassetti
    avevano  stimolato  la  sua  curiosit.  Aveva  eseguito  i  movimenti
    preliminari delliani per accumulare extra-energia; poi le serrature si
    erano spezzate di colpo, sotto la sua forza superiore.
    Si  ferm  sulla  soglia  e  pass  lo  sguardo  sull'ampia stanza dal
    soffitto a volta. Dopo un attimo, il suo terribile timore che lui e la
    sua razza fossero perduti lasci il posto a una  nuova  speranza.  Era
    libero. Veramente libero!
    Quella  gente non poteva avere il bench minimo sospetto della verit.
    Il grande genio,  Joseph M.  Dell,  doveva essere  stato  dimenticato,
    sulla  Terra.  Il  fatto  che  lo  avessero liberato doveva nascondere
    qualche piano, naturalmente, ma...
    "Morte" pens ferocemente.  "Morte a tutti,  come l'hanno inflitta una
    volta, e come sono pronti a infliggerla di nuovo."
    Esaminava le lunghe file di quadri di controllo allorch,  con la coda
    dell'occhio, vide giungere la donna, da una parete laterale.
    Alz gli occhi e pens con gioia selvaggia:  "La  capitana!".  C'erano
    indubbiamente  delle  armi  che  la  proteggevano,  ma i terrestri non
    sapevano che lui, in tutti quei giorni,  non aveva fatto che chiedersi
    freneticamente come costringerli a usare le armi.
    E  soprattutto  non  "potevano"  essere  pronti a raccogliere un'altra
    volta i suoi elementi costitutivi.  Il fatto stesso  che  lo  avessero
    liberato  indicava  che  intendevano agire su di lui con le armi della
    psicologia.
    Prima che il Guardiano parlasse, la donna gli disse,  sorridendo: - In
    realt, non dovrei lasciarle esaminare i quadri di comando. Ma abbiamo
    deciso di adottare con lei una tattica completamente diversa.  Libert
    di circolare in tutta l'astronave,  libert di parlare  con  i  membri
    dell'equipaggio. Desideriamo convincerla... convincerla...
    La  donna  doveva  avere avvertito in lui qualcosa di implacabile,  di
    deciso,  perch s'interruppe,  scosse la testa  con  fastidio,  e  poi
    sorrise  e  prosegu:  -  Desideriamo  farle comprendere che non siamo
    orchi. Non deve temere che intendiamo fare del male alla sua gente. Si
    deve rendere conto che, adesso che conosciamo la vostra esistenza,  la
    scoperta dei vostri pianeti  solo questione di tempo.
    "La Terra non  una potenza crudele,  n dominatrice;  o, almeno, oggi
    non lo  pi.  Si chiede solo un minimo di obbedienza,  in particolare
    all'idea  di  una comune unit,  dell'indivisibilit dello spazio.  Si
    chiede inoltre che il codice penale sia uguale per tutti,  e che siano
    fissati  certi  salari  minimi.  Inoltre le guerre di qualsiasi genere
    sono assolutamente vietate.
    "A parte questo, ogni pianeta o gruppo di pianeti pu avere la propria
    forma di governo,  commerciare con chi preferisce,  vivere a modo suo.
    Come  vede,  non  c'  niente di cos terribile,  in tutto questo,  da
    giustificare il curioso tentativo di suicidio da lei  compiuto  quando
    abbiamo scoperto la stazione meteorologica."
    Mentre  la  ascoltava,  il  Guardiano  pensava  che  per prima cosa le
    avrebbe spaccato il cranio.  Il sistema migliore sarebbe stato  quello
    di  afferrarla  per  i  piedi  e  di  scaraventarla  contro  le pareti
    metalliche,  o contro il pavimento.  Le ossa si  sarebbero  frantumate
    facilmente,  e quel gesto sarebbe servito a due scopi importantissimi:
    sarebbe stato un  avvertimento  terribile,  salutare,  per  gli  altri
    ufficiali  dell'astronave.  E  avrebbe  attirato  su  di  lui il fuoco
    mortale delle guardie.
    Fece un passo verso la  capitana,  e  diede  inizio  ai  movimenti  di
    muscoli  e  nervi,  pressoch  inavvertibili all'esterno,  necessari a
    portare il suo corpo delliano al massimo della sua forza sovrumana. La
    donna, intanto, diceva: - In precedenza, lei ha detto che la sua gente
    ha colonizzato cinquanta soli, in questa nube.  Perch solo cinquanta?
    In  dodicimila  anni e pi,  non sarebbe stato impossibile raggiungere
    una popolazione di dodicimila miliardi di individui.
    L'uomo fece ancora un passo avanti.  E un altro.  Poi cap che  doveva
    parlare,  se non voleva destare sospetti nei pochi,  vitali istanti in
    cui si avvicinava a lei.  Si avvicin e disse: - Circa due  terzi  dei
    matrimoni sono sterili.  E' una situazione molto sgradevole, ma, vede,
    apparteniamo a due tipi diversi,  e non essendoci niente che  vieti  i
    matrimoni misti...
    La  distanza  era  quasi  sufficiente;  sent che la donna chiedeva: -
    Intende dire che c' stata una mutazione e che  i  due  ceppi  non  si
    possono incrociare?
    Non  ci  fu  bisogno di rispondere a questa domanda.  Era appena a tre
    metri da lei; come una tigre attravers d'un balzo il breve spazio.
    Il primo raggio di fuoco che gli attravers il corpo, troppo basso per
    essere mortale,  gli caus  una  terribile  nausea  e  una  spaventosa
    pesantezza.  Ud  l'alto capitano gridare: - Tenente Neslor,  che cosa
    fa?
    L'aveva raggiunta, ora.  Le dita del Guardiano le avevano afferrato il
    braccio  con  cui  tentava  di  difendersi.  Ma  il  secondo  colpo lo
    raggiunse in alto,  alle costole,  e gli port una  schiuma  sanguigna
    alle  labbra.  Malgrado  tutta  la sua forza di volont,  sent che le
    braccia gli scivolavano a terra, che lasciava libera la donna. Oh, per
    lo Spazio Infinito,  come gli sarebbe piaciuto trascinarla con s  nel
    regno  della  morte!  La  donna  grid  di nuovo: - Tenente Neslor,  
    impazzita? "Cessate il fuoco!".
    Un attimo prima che  il  terzo  raggio  gli  bruciasse  le  carni  con
    indescrivibile violenza, l'uomo pens, con un'ultima, tremenda ironia:
    "Non  aveva ancora alcun sospetto.  Ma qualcuno ha sospettato per lei;
    qualcuno che all'ultimo momento ha intuito la verit".
    E pens ancora: "Troppo tardi,  pazzi che siete!  Fate  pure,  cercate
    quanto  volete.  Hanno  ricevuto  il segnale,  hanno avuto il tempo di
    nascondersi ancor pi accuratamente.  E ciascuno dei Cinquanta Soli  
    disperso fra un milione di stelle...".
    Poi la morte ruppe il corso dei suoi pensieri.

    La donna si alz dal pavimento e rimase ritta,  cercando, con la mente
    ancora confusa, di capire quel che era successo.  Si accorse vagamente
    che  il  tenente  Neslor  usciva  da  un trasmettitore di materia,  si
    soffermava per un attimo a osservare il corpo del Guardiano di  Gisser
    e poi correva verso di lei.
    -  E'  sana e salva,  mia cara?  E' stato difficile fare fuoco in quel
    modo, da dietro uno schermo visivo, e...
    - Pazza! - L'alta capitana era senza fiato, fuori di s.  - Non sa che
    un  corpo  non  pu essere ricostituito dopo la distruzione di qualche
    organo vitale?  La dissoluzione e la ricostruzione non possono  essere
    fatte come si vuole. Ora dovremo tornarcene a casa senza...
    S'interruppe,  nel  vedere  che  la  psicologa la fissava.  Il tenente
    Neslor disse: - La sua intenzione di assalire era inconfondibile,  e a
    stare  ai miei grafici  giunta con troppo anticipo.  Fin dall'inizio,
    il suo comportamento non  mai rientrato nei canoni  della  psicologia
    umana.
    "Poi,  all'ultimo  momento,  mi  sono  ricordata  di Joseph Dell e del
    massacro  dei  superuomini  delliani,   quindicimila   anni   fa.   E'
    straordinario  pensare  che  alcuni  di  loro siano sfuggiti e abbiano
    fondato una civilt in questa remota porzione dello spazio.
    "Lo capisce, adesso? I delliani! Joseph M. Dell...  il costruttore del
    perfetto uomo artificiale delliano."
    6. Genere: Mostro degli abissi.
    LA CREATURA DEL MARE.

    La  creatura  usc  a  fatica dall'acqua e si rizz sulle gambe umane,
    barcollando come ubriaca.  Stranamente,  ogni cosa le  parve  sfocata;
    aveva la mente velata come da una nebbia, ma cerc di abituarsi al suo
    corpo  umano  e  alla  sensazione  fredda e umida della sabbia sotto i
    piedi.
    Dietro di lei, le onde sussurravano alla sabbia illuminata dalla luna.
    E davanti...
    Con uno strano senso d'allarme,  guard  il  mondo  di  ombre  che  la
    attendeva;  provava una ritrosia, una grande, malinconica riluttanza a
    lasciare il bordo dell'acqua.  Un'inquietudine serpeggi lungo i nervi
    da  pesce del suo corpo umano,  nel rendersi conto che il suo compito,
    mortale ma necessario,  non le lasciava alternative.  Non c'era  paura
    che potesse toccare il suo freddo cervello da pesce, e tuttavia...
    La  creatura  rabbrivid  nel  sentire  la  risata di un uomo,  roca e
    cavernosa, che scuoteva l'aria notturna. L'aliseo,  lento e caldo,  ne
    port  fino  a lui il suono,  stranamente distorto dalla distanza: una
    risata  senza  corpo   che   giungeva   dall'altro   lato   dell'isola
    cristallina.  Era  una risata arrogante,  e la creatura,  nell'udirla,
    sent un nodo alla gola.  I suoi lineamenti umani si storsero  fino  a
    divenire, per un momento, quelli di uno squalo tigre: una testa dura e
    feroce  che  quasi abbandon il suo contorno umano.  I denti d'acciaio
    scattarono con il secco rumore metallico delle fauci di  un  pescecane
    che addenta la preda.
    Con  un fremito,  la creatura inal il respiro dalla sua bocca umana e
    lo fece scendere lungo la sua gola umana.  Dopo il  breve  ritmo  allo
    stadio  di  pesce,  l'aria  le  parve stranamente secca e rovente;  la
    creatura fu scossa da un accesso di tosse che minacci di  soffocarla.
    Si  port  le  dita alla gola e per un attimo cerc di allontanare dal
    cervello l'oscurit.
    Lungo i suoi freddi nervi da pesce corse una bruciante rabbia  per  il
    corpo  umano  che  aveva dovuto indossare.  Odiava quella forma,  quel
    debole corpo di braccia e gambe, quella piccola,  orribile costruzione
    di  testa tonda e di collo da serpente,  assicurata precariamente a un
    pezzo pressoch rigido  di  carne  e  di  ossa  prive  di  resistenza.
    Nell'acqua  era  quasi  inutile,  e  anche fuori dell'acqua non valeva
    molto di pi.
    Abbandon quel filo di pensieri e scrut l'isola avvolta nella  notte.
    A  poca  distanza da lei,  l'oscurit s'infittiva a mano a mano che la
    spiaggia lasciava il  posto  agli  alberi.  Anche  nella  distanza  si
    scorgevano  altre  macchie  di  oscurit,  ma  era difficile capire se
    fossero alberi, alture... o costruzioni!
    Una delle macchie era chiaramente  un  edificio:  da  alcune  aperture
    della sua sagoma bassa e tozza filtrava una luce giallastra. Mentre la
    creatura  la  guardava  con  ira,  un'ombra  pass  davanti alla luce:
    l'ombra di un uomo!
    Quegli uomini bianchi erano individui temibili,  assai  diversi  dagli
    indigeni di pelle olivastra delle isole vicine. Non era ancora l'alba,
    ma erano gi in piedi e si preparavano per il lavoro della giornata.
    La creatura soffi di rabbia, nel pensare alla natura del loro lavoro.
    Le  sue  labbra  umane  si  atteggiarono  a una smorfia minacciosa nei
    riguardi di quegli esseri umani che osavano dare la caccia agli squali
    per ucciderli.
    Niente in contrario,  finch rimanevano sulla terraferma  che  era  il
    loro regno.  Ma l'oceano,  grande e selvaggio,  non era per loro; e di
    tutte le creature del mare,  i  re-pescecani  erano  le  pi  sacre  e
    intoccabili.  Null'altro aveva importanza, ma loro non dovevano essere
    sistematicamente  sterminati.   La   prima   legge   di   natura   era
    l'autodifesa!
    Con un grido di rabbia,  la creatura si avvi lungo la spiaggia grigia
    e  poi  si  diresse  verso  l'interno,   in  direzione  della  lampada
    giallastra che gi impallidiva al cospetto delle prime luci dell'alba.

    Il  globo  della luna,  enorme,  si stava tuffando nell'acqua,  quando
    Corliss s'incammin sullo stretto sentiero che  dalla  spiaggia,  dove
    era  andato  a  bagnarsi,  portava  alla baracca della cucina.  L'uomo
    davanti a lui,  Progue,  l'olandese,  oltrepass  la  soglia  in  quel
    momento  e col suo corpo massiccio copr quasi del tutto la luce della
    lampada.
    Con voce  cavernosa,  Progue  protest:  -  Non    ancora  pronta  la
    colazione? Ti sei di nuovo addormentato, maledetto fifone?
    Corliss  imprec tra s.  In un certo senso,  il tremendo olandese gli
    era simpatico,  ma gli saltava troppo facilmente la mosca al  naso.  -
    Piantala, Progue! - gli grid con ira.
    L'olandese si gir e disse a Corliss: - Quando ho fame, capo, ho fame;
    e oggi quello sgorbio mi fa aspettare, che il diavolo si prenda la sua
    animaccia cockney. Io...
    S'interruppe  e  gir  la  testa  di lato,  in direzione della luna al
    tramonto.  Con uno strano tono di preoccupazione,  chiese: -  Corliss,
    siamo  tutti qui,  vero?  Tutti e sedici?  Da questa parte dell'isola,
    voglio dire.
    - Un minuto fa,  c'eravamo tutti - rispose il capo del  gruppo,  senza
    capire.  -  Siamo usciti tutti insieme dal dormitorio e siamo andati a
    lavarci. Perch lo chiedi?
    Progue rispose,  preoccupato: - Guarda sullo sfondo  della  luna.  Pu
    darsi che si faccia vedere di nuovo.
    Detto  questo,  l'olandese  torn  a scrutare verso la luna.  Era cos
    rigido e attento,  che Corliss rinunci a fare domande e guard a  sua
    volta in quella direzione.
    Con  il  passare  dei secondi,  cominci a provare uno strano senso di
    irrealt.  L'intera isola era solo una macchia scura,  a parte qualche
    riflesso  lunare,  e  sulle  acque  della laguna e su quelle pi scure
    dell'oceano scintillava una  striscia  di  luce  pallida  e  argentea:
    un'alba  quasi  magica,  su cui dominava il lontano ruggito delle onde
    oceaniche che si avventavano contro l'anello di scogli che  proteggeva
    l'isola.
    Con uno sforzo,  Corliss torn a rivolgere la sua attenzione a Progue,
    che in quel momento diceva: - Giuro di  avere  visto  qualcuno,  sullo
    sfondo della luna.
    Corliss spezz definitivamente la magia di quell'alba. - Sei pazzo! Un
    uomo, qui, nel punto pi remoto del Pacifico. Te lo sei immaginato.
    - Pu darsi...  - mormor Progue. - Da come lo dici tu, sembra davvero
    una pazzia.
    Con riluttanza, si gir e segu Corliss nella baracca.

    Quando giunse accanto alla macchia di luce giallastra che usciva dalla
    baracca, la creatura rallent istintivamente.  Dall'interno giungevano
    numerose  voci  umane,  una  confusa eco di altri suoni,  e l'odore di
    strani cibi.
    Dopo avere esitato ancora  per  un  istante,  la  creatura  entr  con
    decisione  nella macchia di luce e oltrepass la soglia.  Poi si ferm
    e, con i suoi occhi da pesce, osserv la scena.
    Sedici uomini sedevano a una lunga tavolata,  e un diciassettesimo  li
    serviva.
    Fu il servitore - una sparuta,  orribile caricatura umana, che portava
    un grembiule unto e bisunto - a incrociare per primo  lo  sguardo  con
    quello della creatura.
    - Blimey!  - esclam. - Che mi prenda un colpo se non  uno straniero.
    Da dove diavolo arrivi, tu?
    Sedici teste si sollevarono di scatto. Trentadue occhi, gelidi e duri,
    fissarono con sorpresa la creatura.  Sotto il loro attento esame,  lei
    prov  un  vago  disagio,   un  lontano  senso  d'allarme,   una  vaga
    premonizione che uccidere quegli uomini sarebbe  risultato  assai  pi
    difficile del previsto.

    Passarono  i  secondi,  e  la  creatura  ebbe all'improvviso la strana
    impressione di essere esaminata da milioni di occhi  sospettosi.  Solo
    dopo  qualche istante comprese la domanda del piccolo cockney.  Mentre
    stava ancora riflettendo sulle sue parole,  un altro  uomo  ripet  la
    domanda: - Da dove sei venuto?
    Da  dove  era  venuto!  La  domanda  si fece lentamente strada nel suo
    cervello. Dal mare, naturalmente! Da dove poteva venire?  Tutt'intorno
    all'isola  c'erano solo il mare e le onde che si alzavano e scendevano
    con moto incessante.  L'oceano primordiale,  che bisbigliava  di  cose
    indescrivibili.
    -  Be' - grid Progue,  prima che Corliss riuscisse a parlare - non ce
    l'hai la lingua? Chi sei? Da dove vieni?
    - Io... - cominci la creatura, debolmente. - Io...
    Nei suoi gelidi nervi da pesce si diffuse lo  sgomento.  Anche  se  la
    cosa le sembrava incredibile, non si era preparata alcuna spiegazione.
    Che risposta dare, per soddisfare quegli uomini ostili?
    - Ecco...  - riprese, disperata. Frug fra i suoi ricordi, per cercare
    qualcosa che, a quanto aveva ascoltato, potesse succedere agli uomini.
    Affior l'immagine di una barca,  e della  sua  possibile  sorte.  Con
    ansia, disse: - La... la mia barca... rovesciata. Remavo e...
    - Una barca a remi!  - esclam Progue, in tono sprezzante, come se una
    simile spiegazione mettesse in dubbio la sua intelligenza. - Maledetto
    bugiardo.  Una barca a remi,  a mille miglia di distanza dal porto pi
    vicino! Che cosa ci vuoi far credere? Chi credi di poter imbrogliare?
    -  Calma,  Progue!  -  esclam  Corliss.  -  Non hai capito che cosa 
    successo a questo poveretto?
    Si alz e fece il giro del tavolo.  Prese un asciugamani  e  lo  porse
    alla creatura. - Prendi, straniero. Asciugati.
    Guard i compagni, con un'espressione d'accusa sul volto. - Non capite
    che  ha  visto  in  faccia la morte?  E' arrivato a nuoto,  in un mare
    infestato di pescecani. Deve essere quasi impazzito, prima di arrivare
    qui, e adesso non ricorda pi niente. La chiamano "amnesia".  Ecco dei
    vestiti asciutti, straniero.
    Corliss  prese  da  un  attaccapanni  un  vecchio  paio di jeans e una
    camicia di tela grigia e  li  porse  alla  creatura,  che  cominci  a
    infilarseli con cautela.
    - Ehi - disse uno degli uomini - si  messo i calzoni al contrario.
    -  Vedete  a  che  punto  di  confusione    arrivato - disse Corliss,
    scuotendo la testa,  mentre  la  creatura  correggeva  con  esitazione
    l'errore.  - Non sa neppure pi come ci si veste. Ma, se non altro, ci
    capisce.  Qua,  straniero,  accomodati e  mangia  qualcosa  di  caldo.
    Dovrebbe farti piacere, dopo tutto quello che hai passato.

    L'unico  posto  libero era di fronte a Progue;  la creatura si sedette
    con esitazione e, con altrettanta esitazione,  servendosi di forchetta
    e  coltello  come  aveva visto fare agli altri,  mangi il cibo che il
    cuoco gli porse.
    Progue continu a protestare: - Questo tizio non mi piace!  Che occhi!
    Adesso  che  si    dimenticato  chi  ,  sar forse un agnellino,  ma
    scommetto che  una tale carogna che l'hanno sbattuto gi  da  qualche
    nave. Quegli occhi mi fanno venire i brividi!
    - Piantala!  - grid Corliss,  incollerito. - Non si possono criticare
    le persone per la faccia che hanno,  e il primo che  dovrebbe  esserne
    contento sei proprio tu.
    -  Bah!  -  fece  Progue.  Continu a mormorare parole sconnesse: - Se
    fossi il capo...  credetemi,   un maledetto sbaglio...  quando non mi
    fido   di   una  persona,     sempre  una  sorta  di  sesto  senso...
    probabilmente era  il  nostromo  di  qualche  mercantile...  una  tale
    carogna che l'hanno gettato in mare...
    -  E'  impossibile  -  disse Corliss.  - Qui vicino,  non passa nessun
    mercantile.  Il prossimo sar quello che verr da noi  a  ritirare  la
    merce,  tra cinque mesi.  La spiegazione di quest'uomo, pur essendo un
    po' confusa,  abbastanza chiara. Era su una barca; e sapete anche voi
    che ci sono isole, a sud, abitate da indigeni e da qualche bianco. Pu
    venire da una di quelle.
    - Bah!  - esclam Progue.  Aveva la faccia paonazza dall'ira.  Corliss
    riconobbe uno di quegli occasionali accessi di collera durante i quali
    il  massiccio  olandese  diventava intrattabile.  - A me non piace,  e
    basta! Ehi, tu, mi senti?
    La creatura sollev la testa;  nel suo cervello inumano  cominciava  a
    montare  la rabbia: con la sua ostilit e i suoi sospetti,  quell'uomo
    rischiava di ostacolare il suo piano.
    - S - grid con la sua bocca umana. - Ti sento!
    Balz in piedi e con un  singolo  movimento,  incredibilmente  rapido,
    afferr Progue per il colletto della camicia e lo sollev di peso!
    L'olandese  grid di rabbia,  ma due braccia d'acciaio lo trascinarono
    sul tavolo e lo scagliarono fuori della porta.
    Alcuni piatti caddero sul pavimento di legno,  ma erano di  terracotta
    robusta e non si spezzarono.
    Un uomo disse, con voce piena di rispetto: - Avr perso la memoria, ma
    non c' da stupirsi, se ha nuotato per tante miglia.
    Poi,  nell'assoluto  silenzio,  la creatura torn a sedere e riprese a
    mangiare.  Le girava la testa per il desiderio di lanciarsi  sull'uomo
    steso a terra e di farlo a pezzi,  ma, con uno sforzo enorme, riusc a
    dominarsi. La sua azione, si accorse, aveva fatto buona impressione su
    quegli uomini rudi.

    All'orecchio di Corliss,  il silenzio aveva una nota falsa.  Alla luce
    dei  lumi a petrolio,  le facce dei suoi compagni apparivano ancor pi
    tese. Era ancora intento a guardarle quando not che ormai era l'alba.
    Dall'esterno giunsero gli ansimi di Progue che  si  rialzava.  Era  un
    suono   rabbioso:   la   rabbia   di  un  violento  che  aveva  subito
    un'umiliazione.  Corliss trattenne il fiato,  aspettandosi il  peggio:
    l'olandese era imprevedibile.
    Poi Progue entr,  e Corliss disse: - Progue,  non ricominciare, se ci
    tieni al mio rispetto.
    L'olandese lo  guard  con  occhi  fiammeggianti,  e  rispose:  -  Non
    ricomincio niente. Me lo sono voluto. Ma il suo sguardo continua a non
    piacermi. Tutto qui.
    Torn  al  suo  posto,  e  Corliss  riflett che,  stranamente,  aveva
    conservato il rispetto degli altri,  anche  se  lo  straniero  l'aveva
    sollevato come un bambino.  Nessuno pensava che Progue si fosse tirato
    indietro per paura. E lui, infatti, non ne aveva provata.
    Non appena si fu seduto,  l'olandese  riprese  a  mangiare  a  quattro
    palmenti,  e  tutti tornarono a respirare,  compreso Corliss,  che gi
    aveva temuto di trovarsi con una baracca sfasciata.
    Uno degli uomini - il francese,  Perratin - disse in fretta,  per  far
    dimenticare  l'incidente:  -  Capo,  penso  che  due di noi dovrebbero
    andare a vedere se  affiorato alla superficie il mostro  che  abbiamo
    visto  ieri.  Io  sono  assolutamente  convinto,  e "le bon Dieu" mi 
    testimone, di averlo colpito in mezzo agli occhi.
    - Un mostro? - chiese un uomo alto e magro, dal fondo della tavola.  -
    Che storia  questa?
    - L'hanno visto dalla barca numero due - spieg Corliss. - Perratin me
    ne  ha  parlato ieri sera,  ma avevo sonno e non sono stato a sentirlo
    bene.  Parlava di una grossa creatura con pinne come quelle del  pesce
    diavolo.
    - "Sacr du Nom" - esclam Perratin.  - Il pesce diavolo  uno scherzo
    per bambini, al confronto. Era tutto grigio-azzurro... voglio dire che
    era difficile da vedere,  e aveva la testa e  la  coda  da  pescecane,
    lunghe e pericolose...  - S'interruppe.  - Che hai,  Cervello? Da come
    sgrani gli occhi, sembra che tu ne abbia gi visto uno.
    - Visto,  no,  ma ne ho sentito parlare!  - disse lentamente l'inglese
    magro e allampanato.
    Parl  con voce cos tirata,  che lo stesso Corliss alz la testa e lo
    fiss con  attenzione.  Nutriva  un  grande  rispetto  per  "Cervello"
    Stapley.  Si diceva che quell'uomo avesse una laurea universitaria; il
    suo passato era un mistero,  ma questo non era affatto  strano;  tutti
    coloro che erano nella baracca avevano un passato da nascondere.
    Stapley prosegu: - Forse non lo sai,  Perratin,  ma quella che mi hai
    descritto  la forma naturale del mitico  dio-pescecane.  Non  pensavo
    che potesse esistere qualcosa di simile.
    -  Per  l'amor  del Cielo - disse qualcuno - dobbiamo perdere tempo ad
    ascoltare le superstizioni degli indigeni? Continua, Perratin.
    Perratin guard con rispetto Stapley;  poi,  nel vedere che l'inglese,
    assorto  nei  suoi  pensieri,  taceva,  disse:  - Per primo l'ha visto
    Denton. Diglielo tu.
    Denton era un uomo di bassa statura,  con occhi neri vivacissimi,  che
    parlava  a  scatti.  Spieg:  - Come ha detto Perratin,  eravamo sulla
    barca,  e il grosso pezzo di carne che usavamo come esca  era  gi  in
    acqua.  Ieri  abbiamo dovuto prendere carne di squalo,  e sapete tutti
    che i pescecani si tengono a una certa distanza da quel tipo di carne.
    Si limitavano a girare attorno alla carne, senza addentarla. Credo che
    ce ne fossero almeno quindici,  e a un certo punto ho visto  un  lampo
    nell'acqua ed  arrivata quella creatura.
    "Non era sola.  Era accompagnata da un gruppo di pesci martello: i pi
    grossi e pericolosi che ho visto.  E questa grossa creatura nuotava in
    mezzo a loro come se fosse il loro re.
    "Be',  non c'era niente di strano in questo. Abbiamo visto pesci spada
    che nuotavano con gli squali,  e squali di tutte le  specie  a  caccia
    insieme,  come se sapessero di appartenere alla stessa famiglia; per,
    adesso che ci  penso,  non  ho  mai  visto  un  pesce  diavolo  con  i
    pescecani, e anche lui  di quella famiglia.
    "Comunque,  era l,  grosso come non so cosa.  Si  fermato a guardare
    l'esca che avevamo messo nell'acqua, e poi,  come se volesse dire agli
    altri:  'Be',  che  paura  avete?'  si    lanciato contro di essa,  e
    nient'altro.  Allora,  tutto il gruppo si  buttato sulla carne e si 
    messo  a  mordere  come  un  branco di diavoli...  proprio come noi ci
    aspettavamo."
    Corliss not che lo straniero guardava  Denton  con  attenzione,  come
    affascinato  dalle sue parole.  Per un attimo,  l'avversione di Progue
    gli parve giustificata.  Cerca di non pensarci e disse:  -  Denton  si
    riferisce  a  questo:  abbiamo  scoperto  che  gli  squali,  una volta
    cominciato ad  attaccare,  abbandonano  definitivamente  ogni  timore,
    anche  se  vedono uccidere i loro compagni.  Tutto il nostro commercio
    delle pelli di pescecane, quaggi, si basa su questo fatto.
    Lo straniero lo guard, come per indicare che aveva capito.
    Denton prosegu: - Be',   andata proprio cos.  Non appena l'acqua ha
    smesso  di  ribollire  per  i  loro  movimenti,  abbiamo  cominciato a
    prenderli...
    Perratin lo interruppe: - Ed  stato proprio allora che  l'ho  notato:
    quello  con  le  grandi  pinne  si  era  spostato  da  una  parte e ci
    osservava... almeno,  mi  parso che ci osservasse.  Era fermo laggi,
    con uno sguardo freddo, duro e calcolatore, e ci studiava; e allora io
    l'ho  centrato proprio in mezzo agli occhi.  E' schizzato in aria come
    un mulo punto da un calabrone, e poi  calato a picco come un pezzo di
    piombo.
    "Ti assicuro che l'ho  colpito,  capo,  e  ormai  sar  risalito  alla
    superficie. Due di noi dovrebbero andare a prenderlo."
    -  Uhm!  -  riflett  Corliss,  aggrottando la fronte.  - Non possiamo
    mandare pi di un uomo. Dovrai prendere la barca piccola.
    La creatura si sentiva fremere le viscere,  nel fissare Perratin.  Era
    l'uomo che,  con la sua arma, gli aveva sferrato quel colpo terribile.
    Ogni nervo torn a fargli male,  nel ricordare lo stupefacente  dolore
    del  colpo  alla testa.  Con sforzo,  riusc a vincere il desiderio di
    buttarsi su di lui,  e disse a bassa voce: - Sar lieto  di  aiutarlo.
    Almeno, mi guadagner il mio mantenimento. Posso aiutarvi in qualsiasi
    lavoro manuale.
    - Be', grazie - rispose Corliss, augurandosi che Progue rinunciasse ai
    suoi  sospetti,  dopo  questa  dimostrazione di buona volont da parte
    dello straniero. - E, gi che siamo sul discorso, visto che non si pu
    sapere il tuo nome, ti chiameremo Jones. Partiamo, adesso.  Ci attende
    una giornataccia.

    Nel  seguire  gli uomini,  la creatura pens: "E' pi facile di quanto
    pensassi!".  I suoi muscoli d'acciaio fremevano all'idea di  quel  che
    sarebbe  successo al suo feritore,  una volta che fossero rimasti soli
    sulla piccola barca.
    Fremente di passione all'idea del sangue,  accompagn gli uomini lungo
    uno  stretto  promontorio  che  si  spingeva  nelle acque grigie della
    laguna. In cima alla lingua di terra si scorgeva una tozza costruzione
    di legno, con una piattaforma che correva sull'acqua.
    Dalla costruzione veniva un fetore nauseabondo. Quando la prima folata
    di  quell'odore  incredibile  e  penetrante  la  colp,   la  creatura
    s'immobilizz. Pescecani morti. L'odore pungente del pesce putrefatto.
    La  creatura,  semistordita,  riprese  il cammino,  e il suo impulso a
    uccidere divenne sempre pi forte.
    Fiss con occhi roventi la schiena degli uomini,  e sent il desiderio
    di  balzare  sull'uomo  pi  vicino e di affondargli nel collo i denti
    affilati come rasoi,  e poi di gettarsi su quello davanti a lui  e  di
    farlo a pezzi prima che gli altri se ne accorgessero.
    Per  un  attimo,  fu quasi per cedere alla furia della sua bramosia di
    uccidere.  Ma all'ultimo momento  ricord  che  anche  il  suo  corpo,
    adesso,  era  umano,  e debole in proporzione.  Un attacco contro quel
    gruppo di uomini duri ed esperti sarebbe stato un  suicidio,  in  quel
    momento.

    Con  sorpresa,  la  creatura  vide  che Perratin le si era affiancato.
    L'uomo diceva: - Noi due andiamo da questa  parte,  Jones.  Bel  nome,
    Jones.  Copre  un  mucchio  di cose,  come Perratin!  Prendiamo questa
    barca. Dovremo remare a lungo, sempre verso ovest.  Tra l'altro,   la
    direzione  migliore.  Ci  sono  rocce molto pericolose che dividono la
    laguna  in  varie  sezioni.   Prima  dobbiamo  seguire  la  costa  per
    allontanarci dagli scogli, e poi uscire dal passaggio.
    La  creatura  si  chiese,  con  una leggera tensione,  se dovesse fare
    qualche commento.  Poi si rilass  nel  vedere  che  il  suo  compagno
    infilava i remi negli scalmi e le diceva: - Sali! Sali!
    Il mare era ancora buio, ma le onde prendevano una sfumatura azzurra a
    mano  a  mano che il sole si alzava.  All'improvviso,  quando il primo
    raggio di sole li raggiunse,  Perratin disse:  -  Che  ne  diresti  di
    prendere i remi anche tu? Due ore sono lunghe, a remare da solo!
    Quando l'uomo le pass vicino, per cambiare posto con lei, la creatura
    pens: "Adesso!".
    Poi  si ferm.  Erano ancora troppo vicini all'isola,  che scintillava
    dietro di loro come uno smeraldo incastonato nel platino,  con il sole
    alle spalle.
    Perratin  esclam:  - "Mon Dieu",  ma qui  pieno di pescecani.  Negli
    ultimi minuti ne avr visti almeno una ventina.  I  ragazzi  avrebbero
    fatto bene a ritornare in questa zona anche oggi.
    Sollev  il fucile.  - Forse dovrei colpirne qualcuno,  e poi potremmo
    portarcelo dietro. Ho un mucchio di corda.
    Solo in quel momento,  con grande stupore,  la creatura si accorse che
    l'uomo aveva un fucile. Un bruciante senso di allarme le corse lungo i
    nervi  inumani.  La  presenza  del  fucile  rendeva  le  cose diverse.
    Maledettamente diverse!  La creatura si  infuri  con  se  stessa  per
    essersi  messa  ai remi e per avere lasciato libere le mani dell'uomo.
    In quella posizione,  il francese era diventato una preda  assai  meno
    facile.

    Il sole era molto pi alto nel cielo,  e l'isola era una macchia scura
    sullo sfondo dell'oceano,  quando Perratin disse:  -  Dovremmo  essere
    arrivati.  Tieni gli occhi aperti,  Jones. Se quei maledetti pesci non
    se lo sono mangiato. Ehi, attento a non rovesciare la barca!
    La sua voce carica d'ansia pareva venire da una grande distanza.
    - Che diavolo vuoi combinare?  Questo posto  pieno di squali.  "Sacr
    du  Nom",  di'  qualcosa,  e  piantala  di  guardarmi con quegli occhi
    orribili...
    Lasci cadere il fucile e si afferr al  bordo  della  barca.  Con  un
    ruggito,  la  creatura  si  scagli  contro  di  lui  e con un singolo
    strattone lo scagli fuori bordo.  L'acqua  riboll,  i  grandi  corpi
    affusolati,  lunghi  e  scuri,  salirono  di  scatto  alla superficie.
    L'acqua azzurra si macchi di rosso, e la creatura riprese i remi.
    Tremava  di  soddisfazione.   Ma  ora,   si  disse,   avrebbe   dovuto
    giustificarsi  con  i compagni del morto.  Pensando freddamente a quel
    che doveva raccontare, torn a remare verso l'isola immersa nella pace
    del mattino.
    Ma arriv troppo presto! L'isola era silenziosa e deserta.  Da qualche
    parte,  doveva esserci il cuoco, ma la creatura non lo vide. Le barche
    degli uomini erano al di l dell'orizzonte  blu  scuro  che  tremolava
    sullo sfondo azzurrino del cielo.

    La  parte  pi  difficile  fu  l'attesa.  Il  pomeriggio  si  trascin
    stancamente,  e la creatura continu a camminare lungo la  riva  e  ad
    aspettare  sotto le palme frondose,  ripetendosi la spiegazione che si
    era preparata.
    Una volta,  dalla baracca del  cuoco,  le  giunse  un  acciottolio  di
    stoviglie.  Con  un  tuffo  al cuore,  sent il desiderio di correre a
    ucciderlo.  Ma l'astuzia soffoc quell'impulso  animalesco  di  ansia.
    Forse   poteva  recarsi  dal  cuoco  per  controllare  su  di  lui  la
    credibilit della sua storia... poi,  riflettendoci,  la cosa le parve
    inutile.
    Alla  fine,  gli  uomini fecero ritorno.  Le loro barche si tiravano a
    rimorchio lunghe file di squali morti. La creatura li guard con occhi
    fiammeggianti,  senza rimorso;  era torturata dalla furia,  e  per  un
    attimo  prov  solo il desiderio di gettarsi in mezzo al mucchio degli
    uomini e di farli a pezzi.
    Poi Corliss scese dalla barca e la creatura  gli  disse  qualcosa  con
    voce soffocata.  Corliss esclam,  con incredulit: - Ha attaccato! Il
    mostro vi ha attaccato e ha ucciso Perratin!
    Gli altri uomini arrivarono di corsa e cominciarono  a  fare  domande.
    Corliss fiss lo straniero, gli osserv la mascella robusta, gli occhi
    strani, il naso aquilino; un brivido gli corse lungo la schiena.
    Non  per  la  morte.  L'aveva  gi  vista molte volte: morti orribili,
    avvenimenti che avrebbero scosso chiunque. Sapeva che un giorno poteva
    succedere anche a lui. E gi diverse volte le era andato vicino.
    Non era la morte in s.  Erano l'incredulit,  il dubbio,  la sfiducia
    che  cominciava  a  provare per quel misterioso Jones e che divenivano
    una sorta di dolore sordo. Con voce roca, disse: - Perch Perratin non
    ha sparato a quella maledetta  bestia?  Un  paio  di  colpi  sarebbero
    bastati a...
    -  Ha  sparato,  ha  sparato!  -  si affrett a dire la creatura,  per
    adeguarsi alla nuova situazione.  Non aveva pi pensato al fucile,  ma
    se Corliss preferiva sentirsi dire che Perratin aveva sparato, lei era
    perfettamente   disposta  a  dirglielo.   Prosegu:  -  Non  ha  avuto
    possibilit di scampo.  Il mostro ha colpito la barca e gli  ha  fatto
    perdere l'equilibrio. Io ho cercato di tirarlo su, ma ormai era fatta.
    Il mostro l'ha portato sott'acqua,  e io, per paura che rovesciasse la
    barca,  mi sono messo ai remi e sono tornato all'isola.  Il cuoco  pu
    dirvelo: sono arrivato verso mezzogiorno.

    Da  dietro  le  spalle  di  Corliss,  Progue  scoppi  a ridere per la
    tensione e disse: - Di tutte le balle che ho sentito finora, il nostro
    amico racconta le peggiori. Ti avverto, Corliss,  qui c' qualcosa che
    puzza.  La  prima volta che questo tizio esce con uno dei nostri,  lui
    viene assassinato. S, lo ripeto, assassinato.
    Corliss fiss il massiccio olandese e per un istante condivise i  suoi
    sospetti. Poi comprese che era un'assurdit. Assassinato!
    -   Progue  -  disse  Corliss  -  impara  a  controllarti.   Non  dire
    sciocchezze!
    La creatura fiss l'olandese.  L'unica cosa a cui riusc a pensare  fu
    che  doveva  riprendere  in  mano la situazione: un pensiero pi forte
    della collera.  Disse: - Non  voglio  litigare  con  nessuno,  e  sono
    d'accordo  anch'io  che la situazione pu sembrare compromettente,  ma
    ricordate che davamo la caccia a un animale che lo stesso Perratin  ha
    descritto come un genere di squalo nuovo e pericoloso.  Del resto, non
    vedo perch avrei dovuto uccidere una persona che non avevo mai  visto
    prima...
    La  creatura s'interruppe,  perch Progue si era avvicinato alla barca
    con cui erano usciti lei e Perratin.  Per qualche tempo,  il massiccio
    olandese si limit a osservare il piccolo scafo, poi vi sal. Corliss,
    intanto,  diceva: - Jones ha ragione,  Progue. Fai troppo in fretta ad
    accusare. Che motivo avrebbe di...
    La creatura non sent  le  sue  ultime  parole.  Fissava  con  stupore
    Progue,  che  aveva preso il fucile di Perratin e ne aveva estratto un
    oggetto metallico.  Ora l'olandese disse: - Quanti  colpi  ha  sparato
    Perratin?
    Inorridita,  la  creatura  cap  che  quella  domanda  doveva avere un
    preciso significato, perch l'olandese attendeva una risposta. Era una
    trappola!  Ma di che genere?  Balbettando,  rispose: - Che so...  due,
    tre! - Con un orribile sforzo, riprese il controllo e aggiunse: - Due.
    S,  adesso  ne  sono sicuro: due.  Poi il pesce ha colpito la barca e
    Perratin ha mollato il fucile e...
    S'interruppe, perch Progue sorrideva con aria di trionfo. Lentamente,
    assaporandosi le parole,  l'olandese disse: -  Allora,  perch  questo
    caricatore  non  ha  sparato neppure un colpo?  Spiegamelo tu,  signor
    Furbo Straniero Jones...  - E con uno scoppio di rabbia,  aggiunse:  -
    Maledetto assassino!

    Era  strano,  pens  Corliss,  come  in un solo istante l'isola avesse
    perso tutta la capacit di dargli sicurezza che aveva posseduto fino a
    quel momento.  Tutt'a un tratto non gli pareva  pi  di  essere  sulla
    terraferma,  ma  su  una  piattaforma  nuda e indifesa,  in mezzo a un
    oceano smisurato e ostile.
    Poi si scosse,  e si disse che le parole di Progue non avevano  senso.
    Per un attimo, gli parve di leggere nella mente dell'olandese l'orrore
    per la sorte di Perratin,  fatto a pezzi da un mostro degli abissi. Ma
    tutto il resto era assurdo.  Disse: - Sei pazzo,  Progue.  Che  motivo
    avrebbe Jones di uccidere uno di noi?
    La  creatura  approfitt  subito di quest'ancora di salvezza.  Chiese,
    stupefatta: - Un caricatore?  E cosa ne so,  io?  Non capisco che cosa
    vuoi dire.
    L'olandese  la fiss.  - S!  - ringhi: - Ed  stato proprio questo a
    tradirti: non sai niente di caricatori. Questo  un fucile automatico,
    e ha venticinque colpi. Sono ancora tutti nel caricatore.
    La creatura cap finalmente  la  natura  della  trappola  in  cui  era
    caduta.  Ma,  nel  momento  del pericolo,  la mente le ritorn lucida.
    Ribatt con ira: - Non so cosa  sia  successo,  ma    come  dico  io.
    Perratin ha sparato due colpi,  e spiegamelo tu,  come ha fatto, se ci
    tieni tanto. Io ti dico solo una cosa: non vedo perch dovrei uccidere
    qualcuno, qui tra voi.
    - Penso di poter spiegare la cosa - disse Stapley, facendosi avanti. -
    Supponiamo che Perratin abbia sparato gli ultimi due colpi,  e che poi
    abbia  cambiato  il caricatore.  E' per riuscito solo a infilarlo nel
    fucile, perch intanto  stato gettato fuori bordo. Jones era talmente
    impressionato che non si  accorto di quel che faceva Perratin.
    - Jones non mi sembra  tanto  facilmente  impressionabile!  -  mormor
    Progue. ma anche lui sapeva che la ricostruzione era plausibile.
    -  C'  un'altra  cosa  che    pi  difficile  da spiegare - prosegu
    Stapley.  - Considerato che  gli  squali  possono  percorrere  fino  a
    settanta  miglia  all'ora,  non  molto credibile che Jones e Perratin
    abbiano trovato quella creatura nello stesso posto dove era  ieri.  In
    altre parole,  Jones mente nel dire che ha rivisto quella creatura,  a
    meno che...
    S'interruppe, e Corliss lo incit a proseguire: - A meno che?
    Stapley esit qualche istante, poi disse con riluttanza: - Torniamo al
    mio vecchio discorso, il dio-pescecane!
    Prima che gli altri potessero dire qualcosa,  prosegu: - Non dite che
     un'assurdit.  Lo so.  Ma tutti viviamo da anni nei mari del Sud,  e
    abbiamo visto succedere molte cose inspiegabili.  E  anche  noi  siamo
    diventati  irrazionali,  in  tutto questo tempo.  So benissimo che uno
    scienziato direbbe che sono diventato un  ingenuo  credulone,  ma  io,
    oggi come oggi,  non accetto pi un simile giudizio.  Io, invece, dico
    di essermi adeguato  al  mistero  che  regna  in  queste  terre.  Sono
    arrivato  a  vedere  e a sentire cose che non hanno significato per il
    normale occidentale.
    "Da anni, ormai,  abito in luoghi isolati,  e ho ascoltato il sussurro
    delle onde contro cento spiagge remote.  Ho guardato la luna del Sud e
    mi sono intriso del senso senza tempo di questo mondo acquatico; della
    sua primordiale, incredibile eternit.
    "Noi uomini bianchi siamo arrivati qui con la nostra solita invadenza,
    e abbiamo portato navi a motore e abbiamo  costruito  citt  ai  bordi
    dell'acqua. Citt assurde! Impongono la presenza del tempo in un regno
    dove  il  tempo  non  esiste,  e  tutti  sappiamo che sono destinate a
    scomparire.  Un giorno non rimarranno pi uomini  bianchi,  in  questa
    parte del mondo; ci saranno solo le isole e i loro abitanti, il mare e
    le creature dell'oceano.
    "Ecco  quel  che  voglio  dire: mi sono seduto attorno ai fuochi degli
    indigeni e ho ascoltato le antichissime storie degli dei-pescecane,  e
    della  forma  che  hanno quando si trovano nell'acqua.  Ed era proprio
    quella forma: ti assicuro, Corliss,  la forma della creatura descritta
    da  Perratin.  Di primo acchito,  mi  parso curioso che esistesse uno
    squalo di quel  genere.  Poi,  pensandoci  sopra,  ho  incominciato  a
    preoccuparmi.
    "Perch,  vedete, un dio-pescecane pu assumere forma umana. E non c'
    altra spiegazione per la presenza di un uomo che arriva qui a nuoto, a
    mille miglia di distanza dal porto pi vicino. Jones ..."
    Venne interrotto da una voce profonda,  irritata.  Con grande sorpresa
    di  Corliss,  fu Progue a parlare,  in tono sarcastico: - Per tutte le
    maledette idiozie superstiziose!  Stapley,  faresti meglio ad andare a
    ficcare  la  testa  nell'acqua  fredda.   Quest'uomo  continua  a  non
    piacermi; non mi piace come mi guarda;  non mi piace proprio niente di
    lui. Ma se speri che mi beva un'idiozia come questa...
    -  Piantatela tutt'e due - disse il piccolo inglese,  Denton.  Corliss
    not che si era portato ai margini dell'edificio,  da dove  si  vedeva
    gran  parte  dell'isola.  -  Se  veniste  qui,  la piantereste di dire
    scemenze.  C' un indigeno con una canoa,  ed  gi all'interno  della
    scogliera.  Se   arrivato a remi fin qui,  non vedo perch non ci sia
    potuto arrivare Jones.

    L'indigeno era uno splendido  giovane  dalla  pelle  olivastra  e  dai
    muscoli  poderosi.  Tir in secca la canoa e si avvicin sorridendo al
    gruppo di bianchi. Corliss gli sorrise a sua volta, ma si volt ancora
    a parlare a Progue e alla creatura.
    - Denton ha ragione...  e  tu,  Jones,  scusaci  se  ti  abbiamo  dato
    fastidio.
    La creatura gli rivolse un cenno d'assenso,  ma non allent la propria
    tensione  fisica  e   mentale.   Nel   vedere   l'indigeno,   si   era
    improvvisamente  ricordata  con  allarme che quegli uomini delle isole
    possedevano ancora l'antica sensibilit.
    Ansiosamente,  si allontan di qualche passo e si nascose in mezzo  al
    gruppo  degli uomini;  poi si chin e finse di allacciarsi una scarpa.
    Sent che Corliss diceva,  in uno dei dialetti delle isole: - Che cosa
    ti ha portato qui, amico?
    Il  giovane rispose con la cadenza musicale della sua gente: - Sta per
    giungere una tempesta,  uomo bianco,  e io ero in  mare.  La  tempesta
    arriva  dalla  direzione  della mia isola,  e io sono venuto a cercare
    riparo. Io...
    S'interruppe; e Corliss vide che guardava con occhi sbarrati Jones.  -
    Lo conosci? - chiese l'uomo bianco.
    La  creatura  si  sollev  in  piedi,  come  una tigre accerchiata dai
    cacciatori.  C'era un'insaziabile ferocia nello sguardo con cui  fiss
    l'uomo  dalla pelle olivastra.  L'odio incredibile di quel cervello da
    pesce giunse  fino  all'indigeno.  Questi  apr  la  bocca,  cerc  di
    parlare,  si  umett le labbra con la lingua e all'improvviso fugg di
    corsa, diretto verso la riva.
    - Che diavolo! - imprec Corliss. - Ehi, torna indietro!
    L'indigeno non si guard alle spalle. Alla massima velocit, raggiunse
    la sua barca.  Con un solo movimento la spinse  nell'acqua  e  sal  a
    bordo  e  cominci a pagaiare,  nel crepuscolo,  lungo il corridoio di
    mare chiuso tra scogli che rendevano la laguna,  in quella  zona,  una
    trappola per gli incauti.
    Corliss esclam: - Progue,  va a prendere gli uomini nel magazzino.  -
    E,  portandosi le mani accanto alla bocca:  -  Ehi,  pazzo,  non  puoi
    uscire con questa tempesta! Ti proteggeremo noi!
    L'indigeno  doveva  averlo  sentito.  Ma nell'oscurit non si riusc a
    vedere se aveva girato la testa.  Corliss si volt verso la  creatura;
    la sua faccia era carica di sospetto.
    -  Mi  pare  ovvio  -  disse  freddamente.  - Quell'uomo ti conosceva.
    Significa  che  sei   della   sua   isola,   o   di   un'altra   isola
    dell'arcipelago.  Ha paura di te: una paura tale che ha immediatamente
    pensato di essere caduto in mano alla tua banda. Progue aveva ragione.
    C' qualche carognata, dietro questa storia. Ma ti avverto!  Noi siamo
    la squadra pi dura che hai incontrato.  Non rimarrai mai pi solo con
    uno di noi,  anche se,  a dire il vero,  continuo a non credere che tu
    abbia ucciso Perratin.  La cosa non avrebbe senso. Quando sar cessata
    la tempesta, ti porteremo alle isole e vedremo di cosa si tratta.
    Poi gli gir la schiena e si allontan.  La creatura  non  gli  badava
    pi;  pensava: "L'isolano dovr ritornare qui, a causa della tempesta.
    Si ricorder che Corliss ha promesso di proteggerlo,  e  si  ricorder
    che gli uomini bianchi sono forti.  Impaurito,  mi denuncer.  C' una
    sola cosa da fare, a questo punto!"
    Era buio,  ormai,  e l'indigeno era a malapena visibile nella penombra
    che  gravava  sull'isola.  La  creatura  si  rec in un punto dove gli
    scogli scendevano  a  strapiombo  sulla  laguna  e  dove  l'acqua  era
    profonda.  La  creatura era cos intenta a fissare lo squalo affiorato
    pochi  istanti  prima,   in  un  mulinello  d'acqua,   che  non  sent
    avvicinarsi Corliss.  Poi, all'improvviso, si gir su se stessa e vide
    l'uomo,  a pochi passi di distanza,  che fissava le acque  buie  della
    laguna.
    Corliss  non  avrebbe  saputo spiegare l'impulso che lo aveva spinto a
    girarsi e a seguire la creatura.  In parte era il desiderio di  vedere
    dove  fosse  andato  l'indigeno,  in  parte  era  stato richiamato dal
    movimento che aveva visto nella laguna,  sotto Jones,  e in  parte  lo
    aveva incuriosito il fatto che Jones fosse chino sull'acqua.
    E ora si sent trafiggere dall'orrore nel vedere nel mare,  illuminata
    dall'ultimo chiarore del cielo,  una lunga  sagoma  scura,  una  forma
    maligna  che  s'immerse  in  profondit e svan.  Con la sensazione di
    correre un pericolo mortale,  Corliss fiss la creatura senza parlare.
    La  creatura  rimase  immobile  per  qualche  istante,  ricambiando lo
    sguardo di Corliss.  Erano soli laggi,  sulla  riva  dell'oceano;  la
    creatura  si  tese nell'anticipazione,  decisa a trascinare nell'acqua
    quell'uomo. Si pieg sulle ginocchia, pronta a balzare,  ma all'ultimo
    istante  colse un luccichio metallico nelle mani di Corliss,  e il suo
    desiderio si raffredd immediatamente.
    Corliss stava dicendo: - Santo Cielo, quello era uno squalo,  e tu gli
    parlavi! Devo essere impazzito...
    - Non dire sciocchezze!  - esclam la creatura. - Ho visto lo squalo e
    l'ho cacciato via.  Se la tempesta cesser,  domattina intendo  venire
    qui  a nuotare,  e non voglio avere squali vicino.  Togliti certe idee
    dalla testa. Io...
    Venne interrotto da una voce che  gridava  aiuto:  un  suono  acuto  e
    straziante  che  sembrava  l'urlo  di  qualcuno  che  avesse  visto il
    diavolo. Il grido veniva dall'oceano, dove l'indigeno era solo pi una
    sagoma confusa sullo sfondo scuro del mare e del cielo.  Nell'udire il
    grido, Corliss si sent raggelare il sangue.
    L'oscurit  scendeva  su  Corliss come una coltre pesante,  ma che non
    dava calore. A pochi metri da lui c'era... Jones... che lo fissava con
    occhi gelidi e inumani, che brillavano sinistramente nel buio.
    L'impressione che lo straniero potesse attaccarlo era cos  forte  che
    Corliss non os staccare gli occhi da lui per guardare l'indigeno.
    Istintivamente,  fece  alcuni  passi  indietro  e  torn  a  osservare
    l'oceano.   L'isolano  lottava  con  qualcosa  che  lo  attaccava   da
    sott'acqua:  calava  disperatamente  il remo,  impugnandolo a due mani
    come se fosse una fiocina.  Per  tre  volte  dovette  lasciare  l'arma
    improvvisata  e  afferrarsi  al  bordo  della  barca  per impedirle di
    rovesciarsi.  Corliss si gir nuovamente verso la creatura e  fece  un
    gesto minaccioso,  sollevando la pistola: - Avanti,  tu,  vieni qui. -
    Poi grid agli uomini fermi sul pontile: - Ehi, Progue, presto.  Monta
    sulla   lancia,   accendi  il  motore.   Dobbiamo  andare  a  prendere
    quell'indigeno. Due di voi, vengano qui, mi diano una mano!
    Dopo un istante,  uscirono  dal  gruppo  Denton  e  un  uomo  chiamato
    Tareyton,  un americano non troppo sveglio. Corliss esclam: - Portate
    quest'uomo nella baracca e tenetelo d'occhio fino al  nostro  ritorno.
    Denton, tieni tu la mia pistola!
    Consegn  l'arma  al  piccolo  inglese e corse via.  L'ultima cosa che
    sent fu Denton che diceva seccamente a Jones: - Muoviti, tu!
    Non appena vide salire il suo capo,  Progue,  che era al timone  della
    lancia,  si  allontan  dal molo.  Il massiccio olandese si gir verso
    Corliss e gli disse, scuotendo la testa.  - Siamo dei pazzi,  a uscire
    con questo buio!
    Corliss  rispose:  -  Dobbiamo  salvare l'indigeno...  scoprire perch
    aveva tanta paura di Jones. Ti assicuro,  Progue,  in questo momento 
    la cosa pi importante.
    Il  faro  della  lancia  illuminava  una lunga striscia di acqua nera.
    Corliss fiss con attenzione le due pareti di roccia tra cui  scorreva
    il  canale  di acqua profonda che portava alla laguna.  L'indigeno era
    invisibile.
    Poi,  all'improvviso,  la lancia  urt  contro  un  oggetto  sommerso.
    L'imbarcazione  si  inclin  e  Corliss  perse  l'equilibrio.  Dovette
    afferrarsi a una cima per rialzarsi. L'elica era uscita dall'acqua; il
    motore prese a girare follemente: Poi,  dopo  un  istante,  la  lancia
    riprese a navigare.
    Corliss esclam: - Abbiamo colpito una roccia!
    Attese  lo  scroscio  d'acqua  che li avrebbe trascinati a fondo.  Poi
    Progue rifer, in tono preoccupato: - Non era uno scoglio.  Li abbiamo
    gi  lasciati  da  pi  di un minuto.  Qui l'acqua  profonda.  Per un
    attimo,  ho pensato che fossimo passati sulla canoa di quell'indigeno,
    ma in tal caso l'avremmo vista.
    Corliss  torn a respirare...  ma venne nuovamente scagliato contro il
    capo di banda della lancia.  Brancol  alla  ricerca  di  qualcosa  da
    afferrare,  e  poi  vide  che l'imbarcazione era inclinata a un angolo
    folle.  Con  un  grido,   si  lanci  nella  direzione  opposta,   per
    equilibrare il peso, ma comprese di non essere in grado di farcela, da
    solo.
    Un attimo pi tardi, ringrazi la sua previdenza di avere scelto tutti
    uomini  esperti,  che  avevano  conosciuto il pericolo in tutte le sue
    forme e che non avevano bisogno di  ordini  per  sapere  che  cosa  si
    dovesse fare in un momento di emergenza.  Anch'essi si lanciarono come
    un sol uomo a equilibrare l'imbarcazione.
    E ancora una volta la lancia si raddrizz e prosegu.
    - Rallenta!  - grid  Corliss.  -  E  puntate  sull'acqua  quel  faro.
    Dobbiamo vedere dove ci troviamo.
    Qualcuno mosse il faro;  il raggio illumin le acque della laguna. Per
    un attimo, Corliss fu abbagliato dal riflesso. E poi...
    E poi si ritrasse istintivamente.  Mai pi,  in tutta la sua vita,  si
    sarebbe  dimenticato  le  forme  spaventose  che mulinavano nell'acqua
    sotto di lui.
    Nella livida macchia di luce del faro, l'acqua era piena di pescecani.
    Corpi massicci che si contorcevano,  scintillanti  pinne  triangolari.
    Centinaia di lunghe, micidiali forme affusolate. "Migliaia!"
    E mentre guardava a occhi sgranati,  comprese che l in mezzo c'era il
    corpo massacrato dell'indigeno.  La lancia barcoll come una  creatura
    viva,  nel  colpire  un  muro  di  enormi  pescecani.  Ma il massiccio
    olandese si gett sulla barra,  e anche questa volta l'imbarcazione si
    raddrizz.
    - Indietro! - grid Corliss. - Torniamo alla spiaggia! Portiamo a riva
    la lancia! Cercano di rovesciarci!
    L'acqua  tumultuava e ribolliva;  il motore ringhiava,  l'imbarcazione
    scricchiolava da cima  a  fondo  e,  in  alto,  le  nubi  di  tempesta
    coprivano  il  cielo.  Il primo forte vento,  come un colpo di maglio,
    schizz acqua contro il gruppo che cercava freneticamente di issare  a
    riva  l'imbarcazione.  Corliss  grid:  -  Dobbiamo  fare  in  fretta!
    Prendete tutto quel pu essere portato via dal vento e correte  subito
    alla  baracca.  Ci  sono  dentro Denton e Tareyton,  e con loro c' il
    diavolo in persona. Non hanno possibilit di scampo,  perch non sanno
    cos'hanno contro!
    Uno  scroscio  di  pioggia gli colp la faccia e il corpo,  facendogli
    quasi perdere l'equilibrio prima che riuscisse a piegarsi su se stesso
    per  opporre  resistenza.   Pioggia  e  vento   presero   a   sferzare
    violentemente  la  fila di uomini che cercavano di sfuggire alla furia
    della tempesta.

    Anche la creatura,  seduta rigidamente nella baracca,  sent l'ululato
    del  vento.  Ai suoi sensi infuriati,  tesi solo alla fuga,  l'interno
    della baracca,  con le sue cuccette di  legno  illuminate  dalla  luce
    giallastra delle lampade, appariva come un luogo irreale e fantastico.
    Le assi di legno cigolarono sotto la pressione del vento; poi il tetto
    fu  colpito  dalla  pioggia torrenziale,  che minacci di spezzarne le
    assi.  Ma quel tetto era robusto e ben costruito: non  lasci  passare
    l'acqua.   Freneticamente,  la  creatura  andava  dal  pensiero  della
    tempesta a quello degli uomini che erano usciti con la  lancia:  ormai
    dovevano  essere  di  ritorno...  se si erano salvati.  Ma faceva poco
    affidamento  sulla  speranza  che  non  fossero  sfuggiti  ai   mostri
    dell'oceano.
    Accanton  anche  quell'idea e concentr tutta la sua inumana capacit
    di pensiero sui due uomini che le precludevano la salvezza. Due uomini
    che dovevano morire entro un paio di minuti,  se  voleva  allontanarsi
    prima del ritorno di Corliss e degli altri...
    Due  minuti!  La  creatura  torn  a  valutare  la situazione,  per la
    centesima volta in meno di mezz'ora.
    L'uomo chiamato Denton  sedeva  sul  bordo  della  sua  cuccetta;  era
    nervoso  e  muoveva spesso i piedi e le mani,  e continuava a passarsi
    l'arma  da  una  mano  all'altra.  Nell'incrociare  lo  sguardo  della
    creatura,  s'irrigid  e disse qualcosa che non lasci dubbi sulla sua
    capacit di fare fronte a un attacco: - Certo  -  disse.  -  Ti  leggo
    negli occhi che vuoi tentare la fuga. Be', togliti dalla testa l'idea.
    Sono in questi mari da vent'anni e,  di tipacci come te, ne ho messi a
    posto diversi, ai miei tempi. So benissimo che saresti capace di farmi
    a pezzi, ho visto come hai preso Progue, questa mattina,  ma ricordati
    che quest'arma ci mette alla stessa altezza.
    Mostr il revolver alla creatura,  che pens: "Se ora assumessi la mia
    vera forma,  potrei ucciderlo lo stesso,  pistola o non  pistola.  Ma,
    dopo, non potrei pi riprendere la forma umana e rimarrei intrappolato
    in questa baracca!".
    Si  accorse  che ora parlava l'americano.  - Quel che ha detto Denton,
    vale anche per me.  Anch'io ho fatto tante  cose,  ai  miei  tempi,  e
    Perratin  era un amico e non mi piace com' morto.  Fa' una sola mossa
    fuori posto,  e ci divertiremo a ficcarti nel cervello una buona  dose
    di  piombo.  Anzi,  Denton...  -  Inclin la testa verso il compagno e
    aggiunse, con gli occhi che gli brillavano: - Perch non gli spariamo,
    e basta?  Poi,  possiamo sempre raccontare a Corliss che ha cercato di
    fuggire.
    -  No.  -  Denton scosse la testa.  - Da un minuto all'altro,  Corliss
    arriver. E poi, non mi piace uccidere a sangue freddo.
    - Bah! - fece Tareyton. - Uccidere gli assassini  un dovere.
    La creatura guardava  con  inquietudine  Denton.  L'inglese  aveva  il
    revolver,  e  questa  era  l'unica  cosa che contasse.  Sforzandosi di
    mantenere calma la voce,  disse: -  Voi  due  siete  pazzi.  Siamo  su
    un'isola,  e non possiamo lasciarla.  Se uscissi da questa capanna, mi
    troverei  in  mezzo  alla  tempesta.  Passerei  una  notte  infame,  e
    domattina  mi  trovereste  in  qualsiasi  caso.  Cosa  intendete fare:
    montare la guardia per tutta la notte?
    - Per Dio!  - esclam  Tareyton.  -  E'  un'idea.  Sbattiamolo  fuori,
    chiudiamo la porta dall'interno, e mettiamoci tutti a dormire.
    Nella  mente  della creatura si accese la speranza,  per poi spegnersi
    bruscamente quando Denton scosse la testa. - No.  Non lo farei neppure
    a  un  cane.  Ma  le sue parole mi danno un'idea.  - In tono beffardo,
    continu: - Tareyton,  mostra al signore cosa intendiamo fare.  Prendi
    quella  corda  e  legalo.  Io  lo  terr d'occhio con la pistola,  per
    togliergli la voglia di fare scherzi. Fa' attenzione, tu, Jones,  o ti
    becchi un colpo.
    La creatura protest: - Cosa credi,  che voglia attaccare Tareyton per
    prendermi un proiettile nella schiena...?
    Ma,  con un'orribile ansia,  pens:  "Per  una  frazione  di  secondo,
    l'americano passer davanti alla pistola dell'altro.  E,  anche se non
    passasse, la cosa non avrebbe importanza.  Si deve avvicinare a me,  e
    questa   la sola cosa che occorre...".  Nessuno dei due aveva un'idea
    esatta della sua forza.
    "Adesso!"
    Veloce come una tigre,  la creatura balz su Tareyton.  Per un  attimo
    scorse i suoi occhi sbarrati,  la sua bocca aperta per gridare,  e poi
    lo strapp da terra e lo scagli contro Denton.
    Il grido di sorpresa di Denton  si  mescol  con  quello  di  sgomento
    dell'americano;  entrambi  finirono  contro  la  parete  pi  vicina e
    caddero a terra intontiti.
    La creatura avrebbe voluto saltargli addosso e farli a pezzi,  ma  non
    aveva neanche il tempo di controllare se erano morti.  I due minuti di
    cui disponeva erano ormai passati.  Era troppo tardi: le rimaneva solo
    la fuga.
    Spalanc  la  porta  e  fin contro Corliss che stava sopraggiungendo.
    L'urto le fece perdere  l'equilibrio,  e  in  quell'istante  vide  che
    dietro di lui c'erano Progue e tutti gli altri.

    L'istante  parve loro un'eternit,  in quella notte di folle tempesta.
    Alla luce di un lampo,  scorsero la faccia affilata,  da  lupo,  della
    creatura che cercava di rialzarsi.
    La  sorpresa  della creatura fu pari a quella degli uomini,  ma i suoi
    muscoli infinitamente  pi  robusti  si  ripresero  per  primi.  Colp
    Corliss,  scagliandolo  contro  Progue,  e  poi corse via nella notte,
    verso la tempesta.
    Dapprima si mosse controvento,  piegando la schiena per resistere alla
    forte  pressione;  poi cap che,  cos impacciata,  avrebbe offerto un
    facile bersaglio agli uomini  che  sparavano  da  dentro  la  baracca.
    Perci si lasci accompagnare dal vento e corse a est,  verso il punto
    dove ribollivano le acque agitate dalle onde.
    E,  mentre correva,  si tolse i vestiti: la  camicia,  i  calzoni,  le
    scarpe.  Gli uomini la videro ancora per qualche istante, alla luce di
    un lampo, con la pelle nuda che scintillava sullo sfondo del cielo.
    Poi la scorsero mentre si tuffava da uno scoglio: una  macchia  bianca
    che guizz e si perse subito nell'acqua scura.
    Corliss  ritrov  la voce: - E' nostro!  - grid.  - Adesso non ci pu
    sfuggire!
    Fece appena in tempo a dirlo, perch la massa dei compagni lo trascin
    con s all'interno della baracca.  Fu poi Progue a  chiedere:  -  Cosa
    diavolo  dici?  Non pu sfuggire?  Quel pazzo si  ammazzato.  Dopo un
    tuffo di quel genere, non si  potuto salvare.
    Corliss fece per protestare,  ma le parole gli  uscirono  dalla  bocca
    senza  lasciargli  il  tempo  di riflettere su quanto diceva.  - E' la
    prova che cercavamo.  Stapley aveva ragione.  Quel maledetto  il dio-
    pescecane  in  forma  umana,  e non pu pi sfuggirci,  se facciamo in
    fretta.
    "Non capite?  - prosegu.  - Nel punto dove  si    lanciato,  l'unica
    uscita  dalla laguna  il canale da cui passiamo noi con le barche.  A
    un certo punto,  il canale passa vicino  alla  riva,  e  noi  dobbiamo
    impedirgli di arrivare in mare aperto. Stapley!"
    - Si? - chiese l'inglese, facendosi avanti.
    -  Prendi  cinque  uomini,  preleva  la  dinamite  dalla capanna delle
    munizioni,  e disponetevi a  fianco  del  canale.  Fate  scoppiare  la
    dinamite "sott'acqua"...  non c' creatura vivente che possa resistere
    a una simile onda d'urto. Usate i fari per vedere sott'acqua.  Laggi,
    il canale  stretto. Non potete sbagliarvi!
    Quando  gli  uomini  si  furono  allontanati,   Progue  disse:  -  Hai
    dimenticato una cosa, capo.  Dal punto dove si  buttato nella laguna,
    c' un altro sbocco nel mare.  Ricordi la strozzatura fra i due scogli
    verticali? Un pescecane riuscirebbe a uscire.
    Corliss scosse la testa.  - No,  non me ne  sono  dimenticato,  e  hai
    ragione...  un "pescecane" riuscirebbe a uscire. Ma quel mostro, nella
    sua forma naturale,  ha due grandi pinne che  non  gli  permettono  di
    uscire  da  un'apertura  cos stretta;  gli si spezzerebbero contro le
    rocce. Perci, se vuole passare,  deve mantenere la forma umana;  e in
    forma  umana  deve  essere  estremamente  vulnerabile,  altrimenti non
    sarebbe stato cos  cauto  con  noi.  Il  mostro...  Un'esplosione  lo
    interruppe.
    Corliss  sorrise di soddisfazione e disse: - Ecco la prima esplosione.
    Ha cercato di passare per il canale.  Be',  adesso sa che la strada  
    sbarrata.  O  si  ammazza  cercando  di  passare in forma umana per la
    strettoia, o lo uccideremo domattina,  qualunque sar la sua forma.  E
    adesso,  prendete i fucili e le torce e allineatevi lungo la riva. Non
    deve assolutamente lasciare la laguna!

    Il mare era troppo forte, le onde troppo alte,  la notte troppo scura.
    La  creatura  cerc di tenere il suo corpo di uomo dove la sua piccola
    testa umana riusciva a respirare aria,  ma  pian  piano  un  senso  di
    disfatta cominci a diffondersi nei suoi gelidi nervi da pesce.  Lott
    con forza, ma il mare continu a tuonare e ad avventarsi su di lei.
    Il mare era una parete buia e opprimente in tutte le direzioni, tranne
    una,  dove l'acqua era coperta di spuma.  E in  mezzo  alla  spuma  si
    scorgeva  un'unica  striscia  nera: uno stretto passaggio,  contorto e
    profondo,  che portava all'oceano e che era percorso da  una  corrente
    incredibilmente veloce.
    In  quel  momento,  nel  passaggio  agitato  dalla  tempesta  c'era un
    pescecane, che lasciava la laguna ed entrava nell'oceano, per mostrare
    alla creatura il percorso da seguire.
    La creatura cerc di  sollevarsi  sull'acqua:  batt  furiosamente  le
    gambe  e  agit  le  braccia;  aguzz la vista per seguire il riflesso
    della luce sulla  pinna  triangolare  dello  squalo  che,  per  prova,
    attraversava per primo il diabolico canale.
    Il  pescecane  si  agit  freneticamente  per vincere la ferocia della
    corrente  che,  seguendo  il  gioco  delle  violentissime  ondate,  si
    avventava  attraverso  la  strozzatura  per  poi defluire.  Per alcuni
    istanti,  la pinna scomparve sotto l'acqua,  poi torn visibile  sullo
    sfondo della spuma.
    Infine,  superato  il passaggio e raggiunta la sicurezza,  la pinna si
    confuse con l'oceano,  al di l degli scogli.  Ma  la  creatura  esit
    ancora  a  buttarsi.  Era  il  suo turno,  ma lei era ancora nella sua
    fragile forma umana,  e non aveva alcun desiderio di  avventurarsi  in
    quelle acque agitate.
    Ringhi  per  la  rabbia  e  la frustrazione - un grido carico di odio
    inumano,  inesprimibile - e si volt di nuovo in direzione della riva,
    spinta  dalla bramosia di farsi largo con la forza in mezzo al cordone
    degli uomini, senza badare al pericolo.
    Poi torn  a  ringhiare  ferocemente  nel  vedere  la  fila  di  torce
    schierata  sulla  riva.  Ogni torcia riusciva a illuminare una piccola
    zona,  nonostante la tempesta,  e dentro ogni alone di luce  c'era  un
    uomo che imbracciava il fucile.
    Laggi,  la via era bloccata. La creatura sent ancor pi avvampare il
    folle desiderio di gettarsi contro gli uomini, e cap fino in fondo la
    natura della trappola in cui era caduta.  Quella  piccola  zona  della
    laguna  era  completamente chiusa,  come se la natura avesse aspettato
    per milioni di anni quel momento,  in attesa di intrappolare il mostro
    degli abissi.
    La creatura torn a volgere i suoi freddi, scintillanti occhi da pesce
    verso  il passaggio mortale.  Stringendo orribilmente i denti in segno
    di sfida,  con le labbra tirate fino a rassomigliare alla bocca di uno
    squalo... si lanci contro le acque spumeggianti.
    Si sent trascinare a un'incredibile velocit; istintivamente cerc di
    guizzare di lato, come aveva visto fare al pescecane pilota durante il
    passaggio di prova.  L'acqua gli entr nella bocca e nei polmoni;  tra
    uno spasmo di tosse e l'altro,  la creatura intravide la  sua  fine...
    una  parete  di  roccia  a  strapiombo,  alta  diversi  metri,  nera e
    spietata.  Freneticamente,  cerc di ripararsi con le braccia,  ma non
    c'erano muscoli capaci di lottare contro quelle ondate irresistibili.
    Un ultimo grido di rabbia e di stupore, di bestiale ferocia, ma non di
    paura,  e poi una fitta di dolore indicibile quando la sua testa umana
    si  spacc  contro  gli  scogli  duri  come  l'acciaio.   Le  ossa  si
    spezzarono, i muscoli si strapparono, la carne venne fatta a brani.
    Quel  che  fu scagliato nell'oceano avvolto dalla notte fu solo pi un
    cadavere lacerato.
    Il pescecane pilota sent l'odore del sangue e torn indietro,  con un
    largo  giro.  Dopo  qualche  istante  venne raggiunto da una decina di
    altre forme scure che presero ad agitarsi freneticamente.

    La tempesta infuri per tutta la notte. Quello che Corliss pot vedere
    sulla spiaggia, all'alba del giorno seguente,  era un gruppo di uomini
    stanchi  e  bagnati fino all'osso.  Spinse la prima barca sulla laguna
    ormai immobile,  e la diresse verso il passaggio mortale.  Il capo dei
    cacciatori  di  squali  era  stanco,   ma  era  altrettanto  deciso  a
    concludere l'intera vicenda.
    - Se quel mostro si  lanciato  lungo  il  passaggio  -  disse  -  non
    troveremo  niente.  C'  una corrente fortissima: solo un grosso pesce
    sarebbe in grado di farcela. Chiunque altro sarebbe sbattuto contro le
    rocce.
    - Ehi - fece Denton,  ancora dolorante per  l'urto  contro  la  parete
    della baracca - sta' lontano. Io e Tareyton siamo gi stati sbattuti a
    sufficienza, per oggi.
    Giunse il mezzogiorno, prima che Corliss si convincesse finalmente che
    nella  laguna non era rimasto nessun mostro pericoloso.  Quando,  poco
    dopo,  tornarono a riva,  esausti ma sollevati,  il sole  dei  Tropici
    splendeva  su  un'isola che scintillava come uno smeraldo nell'immenso
    oceano color zaffiro in cui era incastonata.


    7. Genere: Mostro ricostruito.
    RESURREZIONE.

    Giunta a  una  quota  di  mezzo  chilometro  sulla  citt,  la  grande
    astronave si ferm e rimase sospesa nell'aria. Al di sotto dell'enorme
    scafo,  l'intera  scena  era  una desolazione cosmica.  Enash,  mentre
    fluttuava verso terra, avvolto nella sua bolla individuale di energia,
    vide che gli edifici andavano a pezzi,  consumati  dalla  loro  stessa
    antichit.
    Nessuna  traccia  di  distruzioni belliche!.  La voce incorporea gli
    sfior  le  orecchie  per  un  attimo.   Enash   cambi   canale   del
    comunicatore.
    Giunto  a terra,  lasci che la bolla si sgonfiasse.  Si trovava in un
    terreno chiuso da un muro di cinta e infestato  di  erbacce.  Numerosi
    scheletri  giacevano  nell'erba  alta,  accanto  all'edificio cadente.
    Appartenevano a creature di alta statura,  bipedi,  con due braccia  e
    con  il  cranio  collocato  all'estremit  di  una  sottile colonna di
    vertebre. Gli scheletri,  tutti di adulti,  sembravano in ottimo stato
    di conservazione,  ma, quando Enash si chin a toccarne uno, un intero
    pezzo and in polvere.
    Mentre si raddrizzava,  il meteorologo vide che Yoal stava scendendo a
    terra  nei  pressi.  Enash  aspett  che  lo storico uscisse dalla sua
    bolla,  poi domand: - Pensi che sia il caso di usare il nostro metodo
    per ridare vita ai morti?
    Yoal  riflett.  -  Ho  parlato  con quelli che sono scesi a terra,  e
    qualcosa non va,  sul pianeta.  Non c' traccia di  vita,  neppure  di
    insetti.  Dovremo accertare che cos' successo,  prima di azzardarci a
    colonizzarlo.
    Enash rimase in silenzio.  Soffiava un vento leggero,  che agitava  le
    foglie  di  un  gruppo  di alberi non lontano;  Enash li indic con un
    gesto. Yoal fece un cenno di assenso e rispose: - S, la vita vegetale
     rimasta intatta,  ma le piante,  dopotutto,  non sono  colpite  allo
    stesso modo delle forme viventi pi attive.
    Furono interrotti da una voce che esclam, dal ricevitore di Yoal: E'
    stato  individuato un museo,  all'incirca verso il centro della citt.
    Sul tetto  stata fissata una luce rossa.
    Enash disse: - Vengo con te,  Yoal.  Potrebbero esserci  scheletri  di
    animali,  e  della  specie  intelligente  in  corrispondenza  di stadi
    diversi della sua evoluzione.  Ma non hai risposto alla  mia  domanda.
    Intendi ridare vita a quegli esseri?
    Yoal rispose con lentezza: - Intendo portare in consiglio il problema,
    ma  ritengo  che  non ci siano dubbi.  Dobbiamo conoscere il motivo di
    questa  catastrofe.   -  Agit  una  ventosa  con   un   gesto   vago,
    semicircolare.  Poi aggiunse,  come per un ripensamento: - Procederemo
    con  cautela,  naturalmente,   cominciando  da  uno  stadio  evolutivo
    relativamente  basso.  L'assenza di scheletri di bambini indica che la
    razza aveva raggiunto l'immortalit individuale.

    Il consiglio si radun per esaminare i reperti.  Enash sapeva  che  si
    trattava  soltanto di una formalit: la decisione era gi stata presa.
    Si sarebbe proceduto a qualche resurrezione. Ma la cosa era pi vasta.
    I Ganae erano curiosi.  Lo spazio era immenso;  i viaggi interstellari
    lunghi e solitari; gli atterraggi rappresentavano sempre un'esperienza
    stimolante  per  la  prospettiva di nuove forme di vita da osservare e
    studiare.
    Il museo non sembrava diverso da qualsiasi  altro.  Soffitti  alti,  a
    volta,  con grandi sale.  Modelli in plastica di animali strani, molti
    oggetti... troppi, per osservarli con attenzione e comprenderli, in un
    tempo  tanto  breve.  L'evoluzione  della  razza  scomparsa  era  come
    imprigionata  l,  in  una successione di resti.  Enash guard con gli
    altri e si rallegr quando giunsero alla sala degli  scheletri  e  dei
    corpi  imbalsamati.  Si accomod dietro lo schermo a energia e osserv
    gli esperti biologi togliere un cadavere mummificato da  un  sarcofago
    di pietra. Era avvolto in numerosi strati di bende. Gli esperti non si
    presero la briga di districare il materiale disfatto dal tempo. I loro
    forcipi  vi penetrarono e afferrarono un frammento del cranio.  Era la
    procedura  normale.   Si  poteva  usare  una  qualsiasi  parte   dello
    scheletro,  ma le resurrezioni pi perfette, le ricostruzioni complete
    si ottenevano sfruttando una determinata parte del cranio.
    Hamar, biologo capo,  spieg i motivi della scelta di quel corpo.  - I
    prodotti  chimici  impiegati  per  conservare  la  mummia indicano una
    conoscenza alquanto approssimativa  della  chimica.  Le  sculture  sul
    sarcofago  rivelano  una  civilt  rozza,  priva  di macchine.  In una
    societ simile,  le potenzialit  del  sistema  nervoso  non  potevano
    essere molto sviluppate: I nostri esperti linguisti hanno esaminato il
    meccanismo registratore del suono che accompagna ogni pezzo in mostra,
    e pur trovandosi di fronte a pi di una lingua...  prova che era stato
    riprodotto l'antico linguaggio parlato quando il corpo era vivo... non
    hanno incontrato difficolt a tradurne il senso. Ora hanno adattato il
    nostro traduttore universale;  chiunque lo desideri,  non  dovr  fare
    altro  che  parlare  nel  proprio  microfono  e  le sue parole saranno
    tradotte nella lingua del risuscitato. Ci vale,  naturalmente,  anche
    in senso inverso. Ah, vedo che siamo pronti per il primo esperimento.
    Enash guard con attenzione,  come gli altri, il coperchio di plastica
    che scendeva con uno scatto a  chiudere  il  ricostruttore,  per  dare
    inizio ai processi di crescita.  Si accorse di essere un po' teso.  In
    quel che stava accadendo, niente veniva lasciato al caso.  Entro pochi
    minuti,  un antico abitante del pianeta,  sviluppato in modo perfetto,
    si sarebbe rizzato a sedere all'interno del ricostruttore e li avrebbe
    guardati  sgranando  gli  occhi.   I  principi  scientifici  sfruttati
    dall'apparecchio erano semplici, e funzionavano sempre.
    ...Dalle  ombre  dell'infinitamente piccolo,  nasce la vita.  Il punto
    d'equilibrio tra l'inizio e la fine,  tra la vita  e  l'inanimato:  in
    questa  vaga  regione,  la materia oscilla con facilit tra le vecchie
    abitudini e quelle nuove.  L'abitudine alla vita organica,  o a quella
    inorganica.  Gli  elettroni  non sanno niente di vita e non-vita.  Gli
    atomi non sanno niente della morte.  Ma quando gli atomi si uniscono a
    formare  molecole,  si  ha  un  primo passo,  un passo minuscolo,  nel
    cammino della vita... se alla vita si pu assegnare un punto d'inizio.
    Un passo, e poi il buio. Oppure la vita.
    Una pietra,  o una cellula vivente.  Un granellino d'oro o una  foglia
    d'erba,  le  sabbie del mare o gli altrettanto innumerevoli animaletti
    che abitano le acque infinitamente pescose: la differenza  l,  nella
    zona  crepuscolare della materia.  Il granchio ricostruisce una zampa,
    quando quella vecchia gli viene strappata.  I nematelminti crescono in
    tutt'e  due  le direzioni,  e presto esistono due vermi identici,  due
    sistemi digestivi avidi di cibo come  l'originale;  e  ciascuno    un
    tutto perfetto, illeso. Ogni singola cellula pu essere il tutto. Ogni
    cellula  ricorda i particolari,  in modo estremamente sottile: non c'
    parola che possa descrivere la completezza raggiunta.
    Ma,  paradossalmente,  la memoria non  una caratteristica  del  mondo
    animato. Un qualsiasi disco di cera ricorda i suoni. Un registratore a
    filo  fornisce senza difficolt un duplicato della voce che vi  stata
    registrata anni prima.  La memoria  un'impressione (nel senso in  cui
    si  parla  di un'impressione a stampa) fisiologica,  e serve a fare in
    modo che,  quando occorre una reazione all'ambiente,  sia  la  "forma"
    stessa a dare lo stesso ritmo di risposta.
    Dal  cranio  della mummia erano venuti i miliardi di miliardi di forme
    mnemoniche da cui ora si evocava la risposta. E,  come sempre,  queste
    forme erano rimaste fedeli.
    Un uomo batt le palpebre, poi spalanc gli occhi.
    - E' vero,  dunque - disse a voce alta, e le sue parole erano tradotte
    dall'egiziano nel linguaggio dei Ganae  a  mano  a  mano  che  lui  le
    pronunciava.  -  La morte  soltanto la porta per un'altra vita...  ma
    dove sono i miei schiavi? - Nel pronunciare le ultime parole,  assunse
    un tono irritato.
    Si  rizz  a  sedere  e  usc  dal  ricostruttore,  che  si era aperto
    automaticamente al termine del processo di resurrezione.  Solo  allora
    vide  coloro  che lo avevano catturato.  S'irrigid,  ma per un attimo
    appena.  Non era privo di orgoglio,  e  di  uno  strano  coraggio  che
    nasceva  dall'arroganza:  in quel momento,  entrambi gli furono utili.
    Bench riluttante,  si inginocchi e fece atto di sottomissione,  ma i
    dubbi dovevano essere forti, in lui.
    - Sono davanti agli di dell'Egitto? - chiese. Poi si alz in piedi. -
    Che  pazzia    questa?  Io  non mi inginocchio davanti a demoni senza
    nome.
    Il capitano Gorsid ordin: - Eliminatelo!
    Il mostro bipede si dissolse, contorcendosi, nel fascio di una pistola
    a raggi.
    Il secondo resuscitato si alz; era pallido e tremava di paura.
    - Dio mio - disse - giuro che non toccher pi quella  roba.  Dicevano
    sempre che si vedono degli elefanti rosa, ma...
    Yoal era incuriosito. - A quale roba ti riferisci, risorto?
    - Il goccio del sabato sera...  il veleno nella bottiglietta da tasca,
    l'intruglio che mi hanno dato al bar clandestino... Dio mio!
    Il capitano Gorsid guard Yoal e gli chiese: - Dobbiamo continuare?
    Yoal esit. - Mi incuriosisce.  - Si rivolse all'uomo: - Se ti dicessi
    che  proveniamo  da  un  altro  sistema  solare,  quale sarebbe la tua
    reazione?
    L'uomo lo fiss.  La sua perplessit era  evidente,  ma  la  paura  la
    superava.  -  Sentite  -  rispose.  - Io me n'andavo in macchina per i
    fatti miei.  Ammetto che ne avevo bevuto un bicchiere di troppo,  ma 
    colpa della roba che si trova in giro oggi.  Giuro che non avevo visto
    l'altra auto, e se questa  la nuova punizione di chi guida dopo avere
    bevuto, vi assicuro che ci siete riusciti.  Non toccher pi un goccio
    per tutta la vita, perci piantiamola.
    Yoal  disse:  -  Guida un'"auto" e gli sembra la cosa pi naturale del
    mondo. Eppure, noi non ne abbiamo viste.  Non si sono neppure presi la
    briga di conservarle, nel museo.
    Enash  si  rese  conto  che  ciascuno aspettava che parlasse uno degli
    altri. Con preoccupazione,  cap che il silenzio sarebbe stato totale,
    se non avesse parlato lui.  Disse: - Chiedigli di descrivere l'"auto".
    Come funziona.
    - Oh,  finalmente vi siete decisi a dire qualcosa di sensato - rispose
    l'uomo.  - Avanti,  prendete il gesso e tirate una riga per terra, che
    ci camminer sopra,  e fatemi tutte le domande che volete.  Pu  darsi
    che  sia  tanto sbronzo da non vederci pi,  ma a guidare sono capace.
    Come funziona?  Metti la benzina,  giri la manovella  della  messa  in
    moto...
    - Benzina - ripet Veed,  ufficiale tecnologo.  - Il motore a scoppio.
    Questo ci rivela la sua epoca d'origine.
    Il capitano Gorsid fece un cenno alla  guardia  armata  di  pistola  a
    raggi.

    Il terzo uomo si mise seduto e li guard a lungo,  pensieroso. - Dalle
    stelle,  eh?  - disse infine.  - Avete un  sistema,  o    stata  solo
    fortuna?
    I  consiglieri  Ganae  presenti  nella  sala  dal  soffitto a volta si
    mossero a disagio sulle poltrone ricurve.  Enash incroci  lo  sguardo
    con quello di Yoal.  Lo stupore che lesse negli occhi dello storico lo
    allarm.  Pens: "L'adattamento del bipede alla situazione  nuova,  la
    sua  intuizione  della  realt,  sono  stati  rapidi in modo anormale.
    Nessun Ganae potrebbe uguagliare una simile prontezza di reazione".
    Hamar,  capo biologo,  dichiar: -  La  rapidit  di  pensiero  non  
    necessariamente  indice di superiorit.  Anche il pensatore lento,  ma
    approfondito, ha il suo posto nella gerarchia delle intelligenze.
    Ma Enash si  disse  che  non  si  trattava  solo  della  rapidit:  la
    precisione  della  risposta  era  altrettanto  importante.  Si prov a
    immaginare se stesso,  appena risorto  dalla  morte,  e  in  grado  di
    comprendere  all'istante  il  significato  della presenza di esseri di
    un'altra razza,  provenienti dalle stelle.  No,  lui  non  ci  sarebbe
    riuscito.
    Smise  di  riflettere  perch adesso l'uomo era uscito dalla cassa del
    ricostruttore.  Mentre Enash e gli altri lo fissavano,  si avvicin in
    fretta alla finestra e guard fuori.  Dopo un attimo, torn a voltarsi
    verso di loro.
    - E' tutto cos? - domand.
    Ancora una volta, la sua velocit di comprensione lasci i Ganae senza
    parole. Fu infine Yoal a rispondere: - S. Desolazione, morte. rovine.
    Hai idea di che cosa sia successo?
    L'uomo torn accanto a loro,  e  si  ferm  davanti  allo  schermo  di
    energia che proteggeva i Ganae.
    - Posso dare un'occhiata al museo? - chiese. - Debbo valutare in quale
    epoca  mi  trovo.  Avevamo  diverse possibilit di distruzione,  negli
    ultimi anni della mia vita,  ma quella  che    stata  messa  in  atto
    dipende dal tempo trascorso.
    I consiglieri fissarono il capitano Gorsid,  che dapprima esit, e poi
    disse alla guardia con la pistola a raggi: - Tienilo  d'occhio.  -  Si
    volt  verso  l'uomo:  -  Comprendiamo  in  pieno  le  tue intenzioni.
    Vorresti riprendere il controllo della situazione,  e  assicurarti  la
    salvezza.  Sta' tranquillo.  Non fare mosse false,  e non ti succeder
    niente.
    Sia che l'uomo credesse, o no, a quella menzogna, non lo dimostr. Non
    lasci capire, neppure con uno sguardo o con un gesto,  di avere visto
    il solco nel pavimento,  dove il raggio mortale aveva annientato i due
    risorti che  l'avevano  preceduto.  Si  avvicin  con  curiosit  alla
    soglia,  osserv  con  attenzione  un'altra  guardia  che  era  l  ad
    aspettarlo, poi,  con cautela,  entr nella sala successiva.  La prima
    guardia  lo  segu;  poi venne lo schermo mobile a energia,  e infine,
    l'uno dietro l'altro, i consiglieri.
    Enash fu il terzo  a  oltrepassare  la  soglia.  Il  locale  conteneva
    scheletri  e modelli in plastica di animali.  La sala seguente era ci
    che il meteorologo, in mancanza di un termine migliore,  defin tra s
    "spaccato di una civilt". Conteneva manufatti che appartenevano tutti
    al medesimo periodo.  Sembravano risalire a un'epoca molto progredita.
    Enash aveva esaminato alcune di quelle macchine quando vi era  entrato
    la prima volta e aveva pensato: "Energia atomica".  E non era stato il
    solo a rendersene conto.  Dietro di  lui,  il  capitano  Gorsid  disse
    all'uomo:  -  Non  devi  toccare  niente.  Una sola mossa falsa,  e le
    guardie spareranno.
    L'uomo si ferm, con calma,  in mezzo alla sala.  Nonostante la strana
    ansia  che  provava  da quando l'aveva visto risorgere,  Enash dovette
    ammirarlo.  Il risorto intuiva senz'altro quale fosse il suo  destino,
    ma si ferm,  riflett per un istante e disse con l'aria di chi non ha
    altro da aggiungere: - Per me, questo  sufficiente. Forse voi potrete
    calcolare meglio di me il tempo trascorso dalla mia nascita,  allorch
    queste macchine sono state costruite.  Vedo l uno strumento che, come
    dice il cartello,  conta gli atomi che  esplodono.  Non  appena  ne  
    esploso il numero prefissato,  ferma in modo automatico il processo, e
    per esattamente il tempo necessario a evitare una reazione  a  catena.
    Ai   miei  tempi  avevamo  mille  semplici  sistemi  per  limitare  la
    dimensione di una reazione nucleare,  ma erano dovuti passare  duemila
    anni,  dagli inizi dello studio dell'energia atomica,  per inventarli.
    Riuscite a fare un confronto?
    I consiglieri guardarono Veed. L'ufficiale tecnologo esitava.  Infine,
    con riluttanza, dichiar: - Novemila anni fa, noi avevamo mille metodi
    per  limitare  le  esplosioni  atomiche.  -  Fece  una  pausa,  quindi
    prosegu,  con lentezza ancora maggiore: - Non ho mai sentito  parlare
    di uno strumento che, per farlo, debba contare gli atomi esplosi.
    - Eppure - mormor Shuru,  l'astronomo, con un filo di voce - la razza
     stata distrutta.
    Vi fu qualche attimo di silenzio, che termin quando Gorsid disse alla
    guardia pi vicina: - Uccidi il mostro!
    Ma fu la guardia,  a cadere,  in una vampata di  energia.  E  non  una
    guardia soltanto,  ma tutte!  Caddero nello stesso momento, avvolte da
    una fiamma azzurra. La fiamma lamb lo schermo, indietreggi, lo lamb
    ancora, pi vivida.  Confusamente,  in mezzo al fuoco,  Enash vide che
    l'uomo  era  indietreggiato  fino  alla  porta  della  sala  e  che il
    contatore atomico brillava intensamente d'azzurro.
    Il capitano Gorsid  grid  nel  comunicatore:  -  Sorvegliate  con  le
    pistole a raggi tutte le uscite!  Astronave pronta con le armi pesanti
    a eliminare il mostro!
    Qualcuno esclam: - Controllo mentale.  Una specie di controllo con il
    pensiero... In che cosa siamo incappati?
    Furono costretti a ritirarsi.  La vampa azzurra arrivava al soffitto e
    lottava per oltrepassare lo  schermo.  Enash  intravide  di  sfuggita,
    ancora  per un attimo,  la macchina.  Era ancora intenta a contare gli
    atomi, probabilmente, perch ardeva di un'infernale luce azzurra.
    Il meteorologo corse con gli altri nella sala dove  l'uomo  era  stato
    riportato in vita. L, un altro schermo a energia li avvolse. Ormai al
    sicuro,  i  Ganae  si  ritirarono nelle bolle individuali,  guizzarono
    attraverso le porte d'uscita e raggiunsero l'astronave.  Nel  prendere
    quota,  il  grande  scafo sganci una bomba atomica.  Il fungo ardente
    cancell dalla faccia del pianeta il museo e la citt.
    - Ma non sappiamo ancora perch la razza  scomparsa!  - Yoal  mormor
    all'orecchio di Enash, quando il rombo di tuono si fu perso nel cielo,
    alle loro spalle.

    Il  pallido  sole giallastro spunt all'orizzonte il terzo giorno dopo
    il lancio della  bomba,  l'ottavo  dall'atterraggio.  Enash,  con  gli
    altri,   scese  fluttuando  su  una  nuova  citt.   Era  giunto  alla
    conclusione che ulteriori resurrezioni non fossero consigliabili.
    - Come meteorologo - disse - dichiaro che questo  pianeta  pu  essere
    aperto  alla colonizzazione da parte dei Ganae.  Non vedo il motivo di
    correre altri rischi.  Questa razza aveva scoperto  ogni  segreto  del
    proprio sistema nervoso, e non possiamo permetterci...
    Fu interrotto da Hamar, il biologo, che esclam seccamente: - Se erano
    tanto progrediti, perch non si sono rifugiati su altri sistemi solari
    e non si sono salvati?
    -  Sono  pronto  ad  ammettere-rispose  Enash  - che probabilmente non
    avevano scoperto il nostro sistema per individuare le stelle dotate di
    sistemi planetari. - Rivolse uno sguardo ansioso agli ufficiali che lo
    circondavano. - Del resto,  siamo tutti d'accordo che si  trattato di
    una scoperta accidentale. Siamo stati fortunati, non abili.
    Dall'espressione  delle  loro  facce,  vide che non accettavano la sua
    opinione.  Prov un senso di impotenza,  come se fosse  imminente  una
    catastrofe  e  lui  non  fosse  in  grado  di  arrestarla.  Riusciva a
    immaginare la scena che si era svolta sul pianeta:  una  grande  razza
    era  andata  incontro  alla morte.  La catastrofe doveva essere giunta
    rapidamente,  ma non a tal punto che le vittime non se  ne  rendessero
    conto...  C'erano  troppi scheletri all'aperto,  stesi nei giardini di
    splendide case, come se ogni uomo,  e la sua donna,  fossero usciti ad
    aspettare   la   fine.   Si   sforz   di   far  capire  al  consiglio
    quell'immagine, la visione di quell'ultimo giorno - tanto, tanto tempo
    prima - quando un'intera specie aveva affrontato con calma il  proprio
    destino.  Ma,  in  qualche  modo,  la  sua  comunicativa doveva essere
    insufficiente,  perch i suoi compagni  si  agitarono  con  impazienza
    nelle  poltrone  situate dietro la batteria di schermi energetici e il
    capitano Gorsid domand: - Con esattezza,  che cosa ha suscitato in te
    una reazione emotiva cos intensa, Enash?
    La domanda indusse il meteorologo a riflettere.  Non aveva pensato che
    potesse trattarsi di qualcosa di emotivo.  Non si era reso conto della
    natura  di quell'ossessione,  perch si era impadronita di lui in modo
    estremamente sottile. Ma adesso, all'improvviso, cap.
    - E' stato il terzo di quegli uomini  -  spieg,  lentamente.  -  L'ho
    visto,  in  mezzo  alle fiamme,  ed era fermo,  lontano da noi,  sulla
    porta,  e ci guardava con curiosit,  un momento prima che scappassimo
    via di corsa.  Il suo coraggio,  la calma,  l'abilit con cui ci aveva
    ingannati... tutto questo ha contribuito.
    - S, contribuito a farlo morire! - concluse Hamar. E tutti risero.
    - Via,  Enash - disse il vicecomandante Mayad,  in tono bonario -  non
    vorrai  sostenere che questa razza sia pi coraggiosa della nostra,  o
    che,  con tutte le precauzioni che abbiamo  adottato,  dobbiamo  avere
    paura di un singolo uomo...?
    Enash  rimase  in  silenzio  e  si sent sciocco.  Scoprire che si era
    trattato soltanto di un'ossessione emotiva  lo  umiliava.  Non  voleva
    passare  per  una  persona irragionevole.  Tent un'ultima protesta: -
    Voglio solo far notare - disse,  caparbiamente - che il  desiderio  di
    scoprire  che  cos'  accaduto  a  una  razza  estinta  non  poi cos
    essenziale.
    Il capitano Gorsid rivolse un cenno  al  biologo.  -  Procedi  con  la
    resurrezione - ordin.
    E,  rivolto  a  Enash,  aggiunse:  -  Oseremmo  ritornare  su Gana per
    raccomandare la migrazione di massa...  solo per poi  dover  ammettere
    che in realt non avevamo completato le ricerche, qui? E' impossibile,
    amico mio.
    Era  la  consueta  giustificazione,  ma adesso Enash,  con riluttanza,
    ammise che il suo comandante non aveva  tutti  i  torti.  Poi  la  sua
    attenzione fu richiamata dai movimenti del quarto uomo risorto.
    L'uomo si rizz a sedere. "E scomparve".
    Ci  fu un attimo di silenzio e di immobilit.  Tutti erano sbalorditi,
    pieni di orrore.  Poi il capitano Gorsid esclam con voce rauca: - Non
    pu uscire di qui. Lo sappiamo. E' qui dentro, da qualche parte.
    Tutt'attorno  a  Enash,  i  Ganae  erano  scesi  dalle  poltroncine  e
    guardavano  attraverso  lo  schermo  di  energia.   Le  guardie  erano
    immobili,  con  le  pistole  a  raggi che pendevano dalle ventose.  Di
    sfuggita,  Enash vide un tecnico dello schermo protettivo rivolgere un
    cenno a Veed; l'ufficiale tecnologo gli si avvicin.
    Quando  fece  ritorno,  Veed  era tetro.  Spieg: - Mi ha detto che le
    lancette degli strumenti sono salite di scatto di dieci punti,  quando
    l'uomo    scomparso.  Questo significa che il fenomeno si  svolto al
    livello subatomico.
    - Per gli antichi Ganae!  - mormor Shuri.  - E'  quello  che  abbiamo
    sempre temuto.
    Gorsid  gridava  nel comunicatore: - Distruggete tutti i localizzatori
    dell'astronave. Distruggeteli, capito?
    Si volt, con occhi lampeggianti. - Shuri!  - grid.  - Sembra che non
    capiscano.  Di' ai tuoi subordinati di muoversi. Tutti i localizzatori
    e i ricostruttori devono essere distrutti!
    - Presto, fate in fretta! - ordin Shuri, debolmente.
    Eseguito l'ordine, tutti i Ganae ripresero a respirare.  Vi fu qualche
    sorriso un po' torvo, un'aria di soddisfazione e di tensione. - Almeno
    - disse il vice-comandante Mayad - adesso non potr pi scoprire Gana.
    Il  nostro  metodo per individuare le stelle dotate di pianeti rimarr
    segreto.  Non potranno esserci rappresaglie per...  -  S'interruppe  e
    prosegu,  lentamente:  -  Ma  che  cosa  dico?  Noi non abbiamo fatto
    niente.  Non siamo  responsabili  del  disastro  che  ha  colpito  gli
    abitanti di questo pianeta.
    Ma  Enash comprese che cosa avesse voluto dire.  I sentimenti di colpa
    affioravano sempre in momenti come quello:  i  fantasmi  di  tutte  le
    razze  annientate dai Ganae,  la volont spietata che li aveva animati
    al momento dell'atterraggio e che li avrebbe portati a cancellare ogni
    altra forma di vita intelligente.  L'abisso scuro di odio senza voce e
    di terrore che i Ganae si lasciavano alle spalle; i giorni e giorni in
    cui, senza piet, avevano riversato radiazioni velenose sugli abitanti
    ignari  di  pianeti  pacifici...  ecco  il  sottinteso delle parole di
    Mayad.
    - Mi rifiuto ancora di credere che sia riuscito a fuggire.  -  Era  il
    capitano  Gorsid.  - E' qui dentro.  Aspetta che spegniamo gli schermi
    per fuggire. Ebbene, noi non lo faremo.
    Scese di nuovo il silenzio,  e  tutti  continuarono  a  osservare,  in
    attesa che succedesse qualcosa, la cavit vuota del guscio di energia.
    Si  vedeva  il  ricostruttore,   fermo  sugli  appoggi  metallici:  un
    meccanismo scintillante.  Ma nient'altro.  Neppure un palpito anormale
    di luce,  o di ombra. I raggi gialli del sole che inondavano gli spazi
    aperti erano talmente luminosi da  non  lasciare  spazio  a  eventuali
    nascondigli.
    - Guardie - ordin Gorsid - distruggete il ricostruttore.  - E spieg:
    - Avevo pensato che il mostro ritornasse a esaminarlo, ma non possiamo
    correre rischi.
    Lo strumento avvamp di fiamme bianche, furibonde. Ed Enash, che aveva
    pensato che la mortale scarica di energia  costringesse  il  bipede  a
    mostrarsi, sent crollare tutte le sue speranze.
    - Ma dove pu essere andato? - mormor Yoal.
    Enash  si  volt verso di lui,  per parlare della cosa.  Cos facendo,
    vide che il mostro stava immobile sotto una pianta,  a  cinque  o  sei
    metri di distanza,  e che li guardava.  Doveva essere giunto laggi in
    quell'istante,  perch tutti i consiglieri soffocarono un'esclamazione
    di  sorpresa  e indietreggiarono.  Uno dei tecnici dello schermo,  con
    grande presenza di spirito,  eresse rapidamente una parete di  energia
    tra  i  Ganae  e  il  mostro.  Il  bipede avanz adagio.  Era magro di
    corporatura,  e teneva la testa molto sollevata.  Gli  occhi  ardevano
    come per un fuoco interiore. Si ferm quando giunse allo schermo, tese
    la  mano e lo sfior con le dita.  Lo schermo avvamp,  fu percorso da
    colori cangianti. I colori diventarono pi vividi e si estesero fino a
    costituire un disegno complesso, per tutta l'altezza dell'uomo,  dalla
    sua  testa a terra.  Poi le chiazze scomparvero,  il disegno complesso
    spar. L'uomo entr nello schermo e lo oltrepass.
    Rise: un suono basso e strano.  Poi ridivenne serio.  - Appena mi sono
    svegliato  -  disse  - la situazione mi incuriosiva.  Il problema era:
    cosa fare di voi?
    Quelle parole ebbero un tono fatale, ineluttabile,  per le orecchie di
    Enash,  nell'aria limpida,  immobile,  del pianeta morto. Poi una voce
    ruppe il silenzio: una  voce  tanto  tesa  e  innaturale  che  dovette
    passare  un  istante  perch  il  meteorologo  riconoscesse quella del
    capitano Gorsid.
    - "Uccidetelo!"
    Quando le pistole disintegratrici tacquero,  il mostro invincibile era
    ancora in piedi,  immobile. Avanz a passo lento, fino a portarsi a un
    paio di metri dal  Ganae  pi  vicino.  Enash  si  trovava  molto  pi
    indietro.  L'uomo disse,  adagio: - Le soluzioni erano due; una basata
    sulla gratitudine per avermi ridato  la  vita,  l'altra  basata  sulla
    realt.  So chi siete...  s,  vi conosco, sfortunatamente per voi. E'
    difficile  sentirsi  clementi.   Tanto  per  iniziare  -  continu   -
    supponiamo  che  mi diate il segreto del localizzatore.  Naturalmente,
    ora  che  un  metodo  esiste,  non  ci  lasceremo  pi  cogliere  alla
    sprovvista.
    Enash  lo  ascoltava  con  attenzione,  con  la  mente  soggiogata dal
    disastro che era piombato all'improvviso su di lui e sulla sua  razza;
    pareva impossibile che riuscisse a pensare ad altro.  Eppure, domand:
    - Che cosa vi  successo? - chiese.
    L'uomo impallid.  Le emozioni di quel giorno lontano gli resero  roca
    la voce.  - Una tempesta di particelle subatomiche.  E' arrivata dallo
    spazio.  Ha sfiorato questo margine della nostra  Galassia.  Aveva  un
    diametro  di  novanta  anni-luce:  pi  del  limite estremo del nostro
    potere  Non  abbiamo  avuto  scampo.   Ormai  facevamo  a  meno  delle
    astronavi,  e non abbiamo avuto il tempo di costruirne. Anche Castore,
    l'unica stella con sistema planetario che avevamo scoperto, si trovava
    sulla rotta della tempesta. - S'interruppe. - Allora, il segreto?
    Accanto a Enash, i consiglieri avevano ripreso a respirare.  Il timore
    della  distruzione  della  razza,  che  avevano  provato alla comparsa
    dell'uomo, era svanito.  Enash vide con orgoglio che l'attimo di shock
    era stato superato,  e che i suoi compagni, ormai, avevano vinto anche
    la paura della morte individuale.
    - Ah - disse Yoal,  piano - non conoscete il  segreto.  Nonostante  le
    vostre grandi conquiste,  solo noi possiamo dominare la Galassia. - Si
    gir verso i compagni e sorrise,  fiducioso.  -  Signori  ufficiali  -
    disse  -  il  nostro orgoglio per una grande realizzazione dei Ganae 
    giustificato ancora una volta.  Propongo di  ritornare  all'astronave.
    Non abbiamo pi niente da fare, su questo pianeta.
    Ci furono alcuni attimi di confusione, mentre le bolle si formavano, e
    in  quegli  attimi  Enash  si  domand se il bipede avrebbe tentato di
    impedire la loro  partenza.  Ma  quando  si  volt,  vide  che  l'uomo
    camminava senza fretta, lungo una strada.
    Quella  era  l'immagine  a cui pensava Enash quando la nave cominci a
    muoversi.  Quella e il fatto che le tre  bombe  atomiche  che  avevano
    sganciato, l'una dopo l'altra, non erano esplose.

    -  Non rinunceremo a un pianeta con tanta facilit - disse il capitano
    Gorsid. - Propongo un secondo colloquio con il mostro.
    Scesero di nuovo verso la citt, fluttuando nelle bolle. Erano Enash e
    Yoal e Veed e il  comandante.  Dal  comunicatore  giunse  la  voce  di
    Gorsid:  - A mio parere...  - nella nebbia,  Enash vedeva il luccichio
    trasparente delle altre bolle che lo circondavano - ...abbiamo  tratto
    conclusioni  affrettate,  a proposito del mostro,  non giustificate da
    alcun dato di fatto.  Per esempio,  non appena ha ripreso  i  sensi  
    scomparso.  Perch?  Perch aveva paura, naturalmente. Voleva rendersi
    conto  della  situazione.   Non  era  affatto   convinto   della   sua
    onnipotenza.
    La  logica  di  quella  conclusione  era ineccepibile.  Enash si sent
    rincuorare. Tutt'a un tratto, si stup di essersi spaventato con tanta
    facilit. Cominci a vedere il pericolo sotto un'altra luce. Si era su
    un nuovo  pianeta,  e  c'era  un  solo  nemico  vivo.  Se  si  fossero
    dimostrati  abbastanza  decisi,   i  coloni  vi  si  sarebbero  potuti
    trasferire in massa,  come se  l'uomo  non  fosse  mai  esistito.  Non
    sarebbe  stata  la  prima volta.  Su numerosi pianeti,  piccoli gruppi
    delle  popolazioni  originarie  erano  sopravvissuti  alle  radiazioni
    mortali e si erano rifugiati in zone nascoste.  In quasi tutti i casi,
    i coloni, poco alla volta, li avevano eliminati. In due casi, per, si
    ricord Enash,  le razze indigene mantenevano il  dominio  di  piccole
    parti  del  pianeta.  Tutt'e  due le volte,  non erano state eliminate
    perch  l'operazione  avrebbe  danneggiato  i  Ganae  del  pianeta.  I
    sopravvissuti erano tollerati. Un uomo solo non avrebbe occupato molto
    spazio.
    Quando  lo trovarono,  l'uomo era intento a scopare il pavimento di un
    piccolo bungalow.  Lasci la scopa e usc all'esterno.  Aveva ai piedi
    un  paio  di  sandali  e indossava un abito largo,  di materiale molto
    lucido. Guard i Ganae con indifferenza, ma tacque.
    Il capitano Gorsid fece la proposta.  Enash non pot fare  a  meno  di
    ammirare  la  storia  da  lui  raccontata  al microfono della macchina
    traduttrice.  Il comandante fu  molto  esplicito.  Avevano  preso  una
    decisione.  Fece  notare  che  non  si  poteva  pretendere che i Ganae
    risuscitassero tutti i morti del pianeta.  Un altruismo simile sarebbe
    stato innaturale,  considerato che le orde Ganae, in continuo aumento,
    avevano  un  incalzante  bisogno   di   nuovi   mondi.   ll   problema
    dell'incremento  demografico  si poteva risolvere in un modo soltanto.
    In quel caso particolare,  i coloni avrebbero rispettato di buon grado
    i diritti dell'unico sopravvissuto del pianeta.
    Fu  allora  che  l'uomo  lo interruppe: - Ma qual  lo scopo di questa
    espansione interminabile?  - Sembrava sinceramente interessato.  - Che
    cosa  accadr,  quando  infine  avrete occupato ogni pianeta di questa
    Galassia?
    Il capitano Gorsid guard con perplessit i colleghi: prima Yoal,  poi
    Veed, quindi Enash. Questi scosse il torso in segno di diniego e prov
    una leggera piet per il bipede.  L'uomo non poteva comprendere; forse
    non avrebbe capito mai.  Era la vecchia storia dei due punti di  vista
    diversi: quello costruttivo e quello decadente,  la razza che aspirava
    alle stelle e quella che si rifiutava di  rispondere  all'appello  del
    destino.
    - Perch non limitare l'accesso alle camere di riproduzione?  - chiese
    l'uomo.
    - E provocare una rivolta! - rispose Yoal.
    Lo disse in tono tollerante,  ed  Enash  vide  che  tutti  sorridevano
    dell'ingenuit dell'uomo. Sent che l'abisso che li separava diventava
    sempre pi vasto.  La creatura non comprendeva affatto le forze vitali
    naturali che erano in gioco.
    L'uomo parl di nuovo: - Ebbene,  se voi non lo limiterete,  lo faremo
    noi al posto vostro.
    Scese il silenzio.
    Tutti  s'irrigidirono.  Enash  lo  sent  in  s,  ne vide i segni nei
    compagni.  Il suo sguardo si spost dall'uno all'altro,  poi di  nuovo
    sul  bipede immobile sulla soglia.  Per un attimo,  e non per la prima
    volta,  pens che il loro nemico sembrava del tutto inerme.  "Diamine"
    si disse. "Potrei afferrarlo tra le mie ventose e farlo a pezzi."
    Chiss  se  il controllo mentale delle energie a livello particellare,
    nucleare e gravitazionale includeva la capacit di  difendersi  da  un
    attacco fisico?  Aveva l'impressione di s.  I poteri di cui,  due ore
    prima,  aveva dato prova il mostro,  potevano avere  dei  limiti.  ma,
    anche se li avevano,  non s'erano visti.  Comunque,  forza e debolezza
    non contavano:  la  minaccia  era  stata  formulata,  ed  era  la  pi
    terribile: Se non lo limitate voi... lo faremo noi.
    Quelle parole echeggiarono nella mente di Enash.  A mano a mano che il
    loro significato penetrava a fondo,  il  riserbo  e  il  distacco  del
    meteorologo scomparvero.  Enash si era sempre considerato una sorta di
    spettatore. Anche quando, poco prima, si era dichiarato contrario alla
    resurrezione,  aveva sentito che una parte staccata di lui si limitava
    a osservare la scena, invece di parteciparvi. Ora cap che proprio per
    quel  motivo  aveva  ceduto  alle convinzioni degli altri.  E tornando
    indietro a giorni pi lontani,  comprese che non s'era mai considerato
    uno di coloro che toglievano alle altre razze i loro pianeti.  Lui era
    un osservatore, un individuo che rifletteva sulla realt e su una vita
    che gli sembrava priva di senso.  Ma adesso  un  senso  lo  aveva!  Fu
    invaso da un'ondata di emozione irresistibile, che lo trascin con s.
    Si sent avvolgere dall'unit del popolo Ganae, si fuse in essa. Tutta
    la forza e la volont della razza gli pulsarono nelle vene.
    Ringhi:  - Mostro...  se avevi qualche speranza di risuscitare la tua
    razza, abbandonala!
    L'uomo lo guard, ma tacque. Enash prosegu: - Se tu fossi in grado di
    distruggerci, l'avresti gi fatto.  Ma la verit  che hai limitazioni
    ben  precise.  La nostra astronave  costruita in modo da evitare ogni
    reazione a  catena.  Per  ogni  piastra  di  materiale  potenzialmente
    instabile  ce  n'  un'altra  che  impedisce la formazione di una pila
    critica.  Riusciresti a  creare  qualche  esplosione  all'interno  dei
    nostri  motori,  ma  anche queste sarebbero limitate,  e riuscirebbero
    unicamente a innescare il processo per cui sono stati  costruiti:  una
    reazione atomica chiusa entro il suo giusto spazio.
    Sent che Yoal lo tirava per il braccio.
    - Attento - lo ammon lo storico.  - Nella tua collera,  non fornirgli
    informazioni vitali.
    Con uno scrollone, Enash allontan la ventosa dell'altro.  - Cerchiamo
    di  essere  realisti  -  disse  con ira.  - Questa specie di mostro ha
    intuito la maggior parte dei segreti della nostra razza, a quanto pare
    gli    bastato  dare  uno  sguardo  ai  nostri  corpi.   Sarebbe   un
    comportamento  infantile,  illuderci  che  non  abbia  gi valutato le
    possibilit della situazione.
    - "Enash!" - Il tono del capitano Gorsid non ammetteva repliche.
    La collera del meteorologo si dilegu con la stessa rapidit  con  cui
    era venuta. Fece un passo indietro. - S, comandante.
    -  Credo di capire cosa intendi dirgli - spieg il capitano Gorsid.  -
    Ti assicuro di essere pienamente d'accordo, ma ritengo anche che, come
    ufficiale Ganae pi alto in grado,  spetti a me il dovere di  intimare
    l'ultimatum.
    Si  volt.  Il  suo  corpo  corazzato  di piastre cornee giganteggiava
    sull'uomo. - Hai pronunciato la minaccia imperdonabile.  Ci hai detto,
    in  effetti,  che  tenterai  di  limitare  le  aspirazioni del sovrano
    spirito dei Ganae.
    - No, non dello spirito - rise l'uomo. - Oh, non certo dello spirito.
    Il comandante finse di non accorgersi dell'interruzione.
    - Quindi,  non abbiamo  alternativa.  Partiamo  dal  presupposto  che,
    avendo  a  disposizione  il  tempo  per trovare le materie prime e per
    procurarti  le  attrezzature   necessarie,   tu   possa   montare   un
    ricostruttore.  A nostro parere, occorrerebbero almeno due anni, prima
    che tu ci riuscissi,  anche se sapessi  costruirlo.  E'  una  macchina
    estremamente  complessa,  non  facile a costruirsi da parte dell'unico
    superstite di una razza che ha abbandonato le macchine alcuni millenni
    prima di essere colpita dal disastro.
    "In quella occasione - prosegu Gorsid - non siete riusciti neppure  a
    fabbricare un'astronave. E noi non ti daremo il tempo di costruire una
    macchina per la resurrezione.
    "Tra  pochi  minuti,  la nostra astronave comincer a sganciare bombe.
    Pu darsi che tu riesca  a  impedirne  l'esplosione  nelle  vicinanze.
    Quindi  cominceremo  dall'altro  emisfero del pianeta.  Se ci fermerai
    anche laggi,  capiremo di avere bisogno di  aiuto.  In  sei  mesi  di
    viaggio  alla massima accelerazione,  possiamo raggiungere un punto da
    cui trasmettere messaggi al pianeta Ganae pi vicino.  Manderanno  una
    flotta  talmente  vasta  da  schiacciare  tutte  le tue possibilit di
    resistenza. Sganciando cento,  mille bombe al minuto,  distruggeremo a
    tal  punto  le citt,  che non rester nemmeno un granello di polvere,
    degli scheletri della tua gente.
    "Questo  il nostro piano - concluse.  - E lo  eseguiremo.  E  adesso,
    sfogati pure su di noi presenti, che non possiamo opporci."
    L'uomo  scosse  la  testa.  - Non far niente...  per ora!  - ribatt.
    S'interruppe,   poi  aggiunge,   in  tono  pensieroso:  -  Il   vostro
    ragionamento  abbastanza giusto.  Ma solo abbastanza. E' ovvio che io
    non sono onnipotente,  ma mi sembra che abbiate dimenticato un piccolo
    particolare.  Non  vi  dir di che cosa si tratta.  E ora - concluse -
    addio.  Tornate alla vostra astronave e andatevene.  Ho molte cose  da
    fare.
    Enash  non  aveva  pi  parlato,  perch  di  nuovo  sentiva salire la
    collera, dentro di lui. Ora, con un sibilo di rabbia,  balz contro il
    mostro,  con le ventose protese ad afferrarlo. Stava quasi per toccare
    la carne molle del bipede... quando si sent afferrare.
    Si ritrov sull'astronave.
    Non aveva provato alcuna sensazione di essersi mosso, non era stordito
    e non aveva sentito dolore.  Scorse Veed e Yoal e il capitano  Gorsid,
    immobili accanto a lui,  e altrettanto sbalorditi. Enash non si mosse,
    e pens alle parole dell'uomo: ...  mi sembra che abbiate dimenticato
    un  piccolo  particolare.  Dimenticato...?  Questo significava che in
    qualche momento l'avevano conosciuto.  Che cosa poteva  essere?  Stava
    ancora  chiedendoselo,  quando  Yoal  comment:  - Possiamo star quasi
    certi che le nostre sole bombe non basteranno.
    Infatti, non esplosero.

    L'astronave era giunta a quaranta anni-luce dalla Terra,  quando Enash
    venne convocato in camera di consiglio. Yoal lo salut e disse in tono
    stanco: - Il mostro  a bordo.
    La dichiarazione scosse il meteorologo come un rombo di tuono.  Tutt'a
    un tratto, comprese. - E' quello che intendeva dire, sostenendo che ci
    eravamo dimenticati di un particolare - esclam  infine,  in  tono  di
    grande meraviglia.  - Che pu viaggiare nello spazio a volont,  entro
    un certo limite. Che distanza ci aveva dato? Novanta anni-luce?
    Sospir.  Niente di strano nel fatto che  i  Ganae,  i  quali  usavano
    ancora  le  astronavi,  non  avessero pensato subito a una possibilit
    come quella. Adagio,  cominci a estraniarsi dalla realt.  Ora che la
    crisi era giunta, si sentiva vecchio e stanco, e aveva il desiderio di
    ritirarsi dal mondo,  di affondare nuovamente nel suo antico distacco.
    Occorsero  alcuni  minuti  perch   lo   informassero   dell'accaduto.
    L'assistente di un laboratorio di fisica, mentre scendeva nella stiva,
    aveva   intravisto   un  uomo  in  uno  dei  corridoi  inferiori.   In
    un'astronave con un equipaggio tanto  numeroso,  era  impossibile  che
    l'intruso fosse riuscito a sfuggire fino a quel momento alla scoperta.
    A  Enash  venne in mente una cosa.  Disse: - Ma,  dopo tutto,  noi non
    intendiamo arrivare fino a uno  dei  nostri  pianeti.  Come  pensa  di
    servirsi di noi per trovarlo,  dato che useremo soltanto il video... -
    S'interruppe. Era quella la risposta,  naturalmente.  Avrebbero dovuto
    usare  raggi  video  direzionali,   e  l'uomo  avrebbe  conosciuto  la
    direzione esatta non appena fosse stato stabilito il contatto.
    Enash lesse negli occhi dei compagni la decisione:  l'unica  possibile
    in quelle circostanze.  Eppure,  gli pareva che trascurassero un punto
    di importanza vitale.  Si avvicin  lentamente  a  un  grande  schermo
    visivo,   all'estremit   della   sala.   Vi   dominava   un'immagine,
    nitidissima,  cos maestosa  che  una  mente  non  abituata  a  quello
    spettacolo  sarebbe indietreggiata come per un colpo terribile.  Anche
    lui, che gi conosceva quell'immagine, si sent quasi soffocare, prov
    il senso di una vastit inconcepibile.  Era l'immagine  di  una  parte
    della Via Lattea.  Quattrocento milioni di stelle,  viste da telescopi
    in grado di cogliere l'immagine di una nana rossa a  trentamila  anni-
    luce di distanza.
    Lo   schermo  video  aveva  un  diametro  di  venticinque  metri:  uno
    spettacolo che non aveva  uguali  nell'universo.  Le  altre  galassie,
    semplicemente, non avevano tante stelle.
    E  soltanto  uno,  ogni  duecentomila soli che ardevano nell'universo,
    possedeva un sistema di pianeti.
    Ecco la schiacciante realt che li costringeva, adesso,  a compiere un
    gesto irrevocabile. Stancamente, Enash si guard attorno.
    -  Il  mostro    stato  molto  astuto  -  disse  con calma.  - Se noi
    proseguiamo il viaggio,  lui ci segue,  si procura un ricostruttore  e
    con  il  suo  metodo  ritorna  al  suo  pianeta.  Se  usiamo il raggio
    direzionale,  lui  si  lancia  in  quella  direzione,  si  procura  un
    ricostruttore, e ancora una volta arriva sul suo pianeta prima di noi.
    In  ogni  caso,  all'arrivo  della  nostra  flotta,  sar  riuscito  a
    resuscitare un numero di  suoi  simili  sufficiente  a  bloccare  ogni
    nostro attacco.
    Scosse il busto.  Il ragionamento era corretto, ne era certo, ma aveva
    ancora  la  sensazione  di   avere   trascurato   qualcosa.   Aggiunse
    lentamente:  - C' per un punto a nostro favore.  Qualsiasi decisione
    prendiamo,  non c' una  macchina  traduttrice  che  gli  permetta  di
    conoscerla. Possiamo agire senza essere scoperti da lui. Sa che n noi
    n  lui possiamo far esplodere l'astronave.  Questo ci lascia solo una
    possibilit.
    Scese il silenzio, che venne infine interrotto dal capitano Gorsid.  -
    Be',  signori  ufficiali,  vedo  che  siamo  d'accordo.  Bloccheremo i
    motori, faremo saltare i comandi e il mostro finir con noi.
    I Ganae si fissarono l'un l'altro, con uno sguardo d'orgoglio razziale
    negli occhi. Enash, uno alla volta, tocc le ventose dei compagni.

    Un'ora pi tardi, quando il calore era gi notevole,  a Enash venne in
    mente  il  particolare  che  lo  fece  avvicinare,   barcollando,   al
    comunicatore, per mettersi in contatto con Shuri, l'astronomo. - Shuri
    - grid - quando il mostro si  svegliato...  ricordi che il  capitano
    Gorsid  non    riuscito  a passare immediatamente ai tuoi subordinati
    l'ordine di distruggere i localizzatori?  Non ci  mai venuto in mente
    di farci dare la spiegazione del ritardo.  Chiedi loro il motivo,  per
    favore... chiediglielo...
    Una pausa, poi si ud la voce di Shuri, debole, in mezzo al soffio dei
    disturbi di trasmissione: - Non... riuscivano...  a entrare....  nella
    sala. La porta era chiusa dall'interno.
    Enash  si afflosci a terra.  Avevano trascurato pi di un particolare
    importante, comprese ora. L'uomo era risorto e si era reso conto della
    situazione; poi, quando era scomparso, si era recato sulla nave,  e l
    aveva  scoperto  il  segreto  del  localizzatore e probabilmente anche
    quello del ricostruttore...  sempre che non lo conoscesse gi.  Quando
    si era fatto rivedere,  aveva ormai avuto dai Ganae tutto quel che gli
    serviva. Il resto era solo servito a spingerli a quell'ultimo gesto di
    disperazione.
    Tra pochi istanti,  lui avrebbe lasciato la  nave,  ormai  sicuro  che
    nessun essere di altri mondi conosceva l'esistenza del suo pianeta.  E
    sicuro,  inoltre,  che la sua razza sarebbe tornata a  vivere,  e  che
    questa volta non si sarebbe pi estinta.
    Enash si alz a fatica.  Barcollante,  si afferr al comunicatore,  da
    cui giungeva un ronzio ininterrotto e  grid  al  microfono  quel  che
    aveva  capito.  Non ebbe risposta.  Dall'altoparlante giungeva solo il
    ronzio dei disturbi di trasmissione prodotti da un'energia  smisurata,
    incontrollabile.  Anche se il calore era gi salito al punto di fargli
    ribollire  gli  strati  esterni  della  corazza,   Enash   lott   per
    raggiungere il trasmettitore di materia.  Ma l'apparecchio era avvolto
    da una fiamma rossastra.  Gemendo e gridando,  il Ganae corse di nuovo
    al comunicatore.
    Piangeva  ancora,  mormorando al microfono la sua scoperta,  quando la
    possente astronave,  qualche minuto pi tardi,  si tuff nel cuore  di
    una stella bianco-azzurra.


    8. Genere: Mostro proteiforme.
    LA TORRE DI KALORN.

    La creatura strisciava sul pavimento. Gemeva di paura e di dolore. Era
    un  mostro informe,  indefinito,  che a ogni sussulto cambiava forma e
    struttura,  e che avanzava strisciando nel  corridoio  del  mercantile
    spaziale,  ma  che  doveva  costantemente  lottare contro un terribile
    impulso che gli veniva da tutti i suoi elementi: quello di assumere la
    forma dell'ambiente circostante.
    Era una massa grigia di materia  in  disfacimento,  che  strisciava  e
    ruscellava,  rotolava,  scorreva su se stessa e si dissolveva,  e ogni
    suo movimento era una lotta tormentosa contro l'anormale desiderio  di
    assumere una forma stabile.
    Una  forma  qualsiasi!  La dura parete di metallo gelido e azzurro del
    mercantile diretto verso la  Terra,  lo  spesso  pavimento  di  gomma.
    L'attrazione  del  pavimento  era  facile a vincersi.  Non era come il
    metallo, che l'attirava quasi irresistibilmente.  Sarebbe stato facile
    divenire metallo tutta l'eternit.
    Ma  qualcosa glielo impediva.  Uno scopo inserito in lui e che pulsava
    da  una  molecola  all'altra,   vibrava  di  cellula  in  cellula  con
    un'intensit  costante  che  era  come  un nuovo dolore: "Trova il pi
    grande matematico del sistema solare e portalo nel sepolcro di metallo
    supremo  marziano.  Il  Grande  deve  essere  liberato.  La  serratura
    temporale a numeri primi deve essere aperta".
    Questo  lo scopo che spingeva i suoi elementi.  Questo il pensiero che
    era stato marchiato a fuoco in fondo alla sua  coscienza  dalle  menti
    grandi e malvagie che lo avevano creato.
    Poi, qualcosa si mosse alla fine del corridoio. Una porta si spalanc.
    Echeggi un rumore di passi.  Un uomo che camminava e che fischiettava
    tra s. Con un sibilo metallico che era quasi un sospiro,  la creatura
    si  dissolse,  e  per  un  attimo  fu  simile  a una polla di mercurio
    liquido.  Poi divenne di colore  marrone  scuro,  come  il  pavimento.
    "Divenne"  il pavimento: un tratto di alcuni metri,  dove la gomma era
    leggermente pi spessa.
    Prov una vera estasi a giacere a terra, ad avere una forma,  a essere
    quasi morto e a non provare pi dolore.
    La  morte  era  cos  dolce e desiderabile.  E la vita era un tormento
    insopportabile.
    La creatura poteva solo augurarsi che la vita entrata nel corridoio si
    allontanasse in fretta.  Se  si  fosse  fermata  laggi,  con  la  sua
    attrazione  l'avrebbe costretta ad assumere una forma.  La vita poteva
    farlo.  La vita era pi forte del metallo.  La vita che si  avvicinava
    significava tormento, lotta, dolore.
    Il mostro tese il suo corpo,  piatto e grottesco - un corpo che poteva
    procurarsi muscoli d'acciaio - e attese il conflitto mortale.
    Il  marinaio  Parelli  continu  a  fischiettare  allegramente  mentre
    percorreva  il  corridoio  di metallo luccicante che portava alla sala
    motori. Aveva appena ricevuto un radiogramma dall'ospedale. Sua moglie
    stava bene e aveva avuto un maschio.  Tre chili e  sette  etti,  aveva
    detto il radiogramma.
    Il marinaio avrebbe voluto mettersi a ballare e a fare le capriole. Un
    maschio. La vita era bella.
    La  creatura  sent  un  forte  dolore.  Un  dolore primordiale che le
    percorreva gli  elementi  come  acido  corrosivo.  Ogni  molecola  del
    pavimento scuro si sent fremere, quando Parelli le cammin sopra.
    La  creatura  prov lo spaventoso desiderio di spingersi verso di lui,
    di assumere la sua forma.  Lott contro il  proprio  desiderio,  lott
    contro  il  terrore,  e  ora  pot  farlo con una consapevolezza assai
    superiore, dato che poteva pensare con il cervello di Parelli.  Dietro
    l'uomo, il pavimento si incresp e si sollev per sommergerlo.
    Era inutile lottare contro quel desiderio.  L'increspatura divenne una
    bolla che per qualche attimo prese le sembianze di  una  testa  umana.
    Una forma d'incubo,  un demonio grigio. Poi, spaventata da quel che le
    era successo,  la creatura emise un sibilo metallico e cadde a  terra,
    palpitante di terrore,  di dolore e di odio,  mentre Parelli procedeva
    lungo il corridoio,  troppo rapidamente per il  movimento  strisciante
    del mostro.
    Il  sottile  gemito  si  spense.  La  creatura si dissolse nuovamente,
    confondendosi con il pavimento scuro,  e giacque silenziosa e tremante
    per  il  suo  incontrollabile bisogno di vivere - anche se la vita era
    dolore e paura - e di portare a termine il volere dei suoi creatori.
    A dieci metri di distanza,  nel corridoio,  Parelli si ferm.  Ora non
    pensava  pi  alla  moglie  e  al figlio.  Gir sui tacchi e fiss con
    perplessit il corridoio che portava in sala motori.
    - Ma che diavolo era? - si chiese a voce alta.
    Uno strano suono, debole ma decisamente orrendo, gli echeggiava ancora
    nella coscienza.  Un brivido gli corse  lungo  la  schiena.  Un  suono
    infernale.
    Si  ferm  e tese l'orecchio: era un uomo alto e muscoloso,  nudo fino
    alla cintola e sudato a causa del calore dei razzi che deceleravano la
    nave dopo il viaggio balistico da Marte. Rabbrivid ancora,  strinse i
    pugni e torn lentamente sui suoi passi.
    La  creatura torn a palpitare sotto l'attrazione creata dall'uomo: un
    tormento che ne trafisse ogni cellula ansiosa e  agitata.  Lentamente,
    il  mostro si rese conto dell'inevitabile,  dell'irresistibile bisogno
    di assumere la forma della vita.
    Parelli si ferm, pensoso. Il pavimento si mosse sotto di lui: un'onda
    ben visibile, che si sollev,  bruna e orrenda,  davanti ai suoi occhi
    increduli,  e  che  crebbe  fino  a  dare una massa tondeggiante,  che
    sibilava e sbavava.  Una testa  venefica,  demoniaca,  si  sollev  su
    spalle  semiumane,  contorte.  Mani  nodose  su  braccia  scimmiesche,
    malformate,   gli  afferrarono  il  viso  con   rabbia   insensata   e
    continuarono a cambiare forma anche mentre cercavano di dilaniarlo.
    - Buon Dio! - grid Parelli.
    Le  mani,  le  braccia  che lo stringevano divennero pi normali,  pi
    umane, abbronzate e muscolose.  La faccia assunse connotati familiari:
    comparvero un naso,  due occhi, una spaccatura rossa che era la bocca.
    Tutt'a un tratto,  il corpo divenne quello  di  Parelli,  con  i  suoi
    calzoni, il suo sudore e tutto il resto.
    - ...Dio!  - gli fece eco la sua immagine; e lo strinse con dita avide
    e con una forza impossibile.
    Rantolando,  Parelli si liber,  poi vibr  un  colpo,  con  disperata
    energia,  contro  quel  volto  distorto.  Un urlo di agonia usc dalla
    creatura, che si volt e si mise a correre. Mentre correva, cominci a
    dissolversi,  cerc inutilmente di opporsi alla  dissoluzione,  lanci
    strane grida semiumane.
    Parelli  la rincorse.  Per la paura e l'incredulit,  gli tremavano le
    ginocchia.  Allung un braccio e afferr i calzoni del mostro,  che si
    stavano dissolvendo.  Gliene rest in mano un pezzo: un grumo freddo e
    scivoloso. simile a creta bagnata, che continuava ad agitarsi.
    La sensazione provata nel tenerlo fra le dita fu  insopportabile.  Con
    un conato di vomito,  il marinaio si ferm e perse l'equilibrio. Sent
    che il pilota, davanti a lui, chiedeva: - Che cosa succede?
    Parelli vide che la porta del magazzino era aperta. Con un rantolo, vi
    si tuff dentro e ne usc  un  momento  pi  tardi,  con  una  pistola
    atomica stretta fra le dita. Scorse il pilota, fermo dinanzi a uno dei
    grandi  obl:  era pallido.  rigido per l'orrore,  e fissava con occhi
    sbarrati il vetro.
    - Eccolo! - grid l'uomo.
    Una bolla  grigia  stava  fluendo  sul  vetro,  -  e  diventava  vetro
    anch'essa.  Parelli corse in quella direzione, con la pistola puntata.
    Una sorta di increspatura percorse  la  superficie  trasparente  e  la
    offusc;  poi,  per un attimo, si vide la bolla uscire dall'altro lato
    dell'obl, nel freddo dello spazio.
    Il pilota si accost a Parelli.  Entrambi videro  la  massa  grigia  e
    informe sparire lungo la fiancata del mercantile.
    Poi  il  marinaio si scosse all'improvviso: - Ne ho preso un pezzo!  -
    disse con voce roca. - E' caduto sul pavimento del magazzino.
    Fu il tenente Morton a trovarlo.  Una minuscola porzione di  pavimento
    si  gonfi  e poi divenne straordinariamente grande,  nel tentativo di
    prendere forma umana. Parelli, con lo sguardo folle, febbricitante, lo
    raccolse, servendosi di una paletta. Il grumo emise un sibilo: divenne
    quasi una parte della paletta metallica,  ma non riusc a trasformarsi
    completamente perch Parelli era troppo vicino. Il marinaio era ancora
    malfermo sulle gambe. Con la paletta in mano, segu il suo superiore e
    prese a ridere istericamente.  - L'ho toccato - continu a ripetere. -
    L'ho toccato.

    Una larga bolla di  metallo,  sullo  scafo  del  mercantile  spaziale,
    riprese lentamente vita quando la nave entr nell'atmosfera terrestre.
    Le   pareti   metalliche  della  nave  divennero  prima  rosse  e  poi
    incandescenti,  ma  la  creatura,  insensibile  al  calore,   continu
    lentamente  a  trasformarsi in una massa grigia.  Vagamente si rendeva
    conto che si avvicinava il momento dell'azione.
    All'improvviso si stacc dalla nave e prese  a  cadere  con  lentezza,
    come se la gravitazione terrestre non riuscisse a fare del tutto presa
    su  di essa.  Poi,  grazie a una minuscola distorsione all'interno dei
    suoi atomi, cominci a cadere pi in fretta, come se in qualche strano
    modo fosse diventata pi sensibile alla gravit.
    La terra, al di sotto, era verde,  e in lontananza i raggi del sole al
    tramonto  si  riflettevano  sugli  edifici  di una citt.  La creatura
    rallent e scivol,  come  una  foglia  spinta  dal  vento,  verso  la
    superficie,   ancora   lontana.   Tocc   terra   sulla   riva  di  un
    fiumiciattolo, nei pressi di un ponte, ai margini dell'abitato.
    Un uomo stava giungendo in quel momento:  attraversava  il  ponte  con
    passo rapido,  nervoso.  Sarebbe rimasto stupito, se si fosse guardato
    alle spalle, nel vedere una replica di se stesso uscire dal ruscello e
    portarsi sulla strada, per poi mettersi a seguirlo.

    "Trova il pi grande matematico del sistema solare!".
    Era trascorsa un'ora,  e il tormento  del  comando  era  diventato  un
    dolore  sordo  e  continuo  nel  cervello  della creatura,  che adesso
    camminava lungo la strada  affollata.  Non  era  il  solo  dolore  che
    provasse:  c'era  anche  quello  di  dover resistere all'attrazione di
    quella massa di umanit, frettolosa e sgarbata, che sciamava accanto a
    lei senza guardare. Ma era pi facile pensare, pi facile mantenere la
    propria forma, ora che aveva il corpo e il cervello di un uomo.
    "Trova il pi grande matematico!".
    "Perch?" chiese il cervello umano della creatura. E l'intero corpo fu
    scosso da un tremito,  davanti a una domanda cos eretica.  Gli  occhi
    grigi   saettarono  impauriti  da  un  lato  all'altro,   come  se  si
    aspettassero una morte immediata  e  terribile.  La  faccia  quasi  si
    dissolse  in  quel  breve  istante  di caos mentale,  divenne in breve
    successione quella dell'uomo dal naso adunco che le  passava  accanto,
    poi quella della donna alta che guardava la vetrina.
    Il  processo  sarebbe  continuato ancora,  ma la creatura si sforz di
    dominare il timore e di adattare la faccia a quella  del  giovane  ben
    rasato  che  usciva  bighellonando da una via laterale.  Il giovane le
    diede un'occhiata,  distolse lo  sguardo  e  poi  torn  a  guardarla,
    sorpreso.  Nel cervello della creatura echeggi il pensiero dell'uomo:
    "Chi diavolo era? Dove ho gi visto quella faccia?".
    Intanto, arrivavano sei donne,  in gruppo.  Per lasciarle passare,  la
    creatura si spost di lato.  Per un istante,  perse il controllo delle
    cellule esterne,  e il suo vestito grigio prese una tonalit  azzurra,
    il  colore del vestito pi vicino.  Nella sua mente echeggi un brusio
    di  chiacchiere  sulla  moda  e  di:  "Ma,  cara,   aveva  un  aspetto
    spaventoso, con quel cappellino!".
    Davanti  a  lui s'innalzava un gruppo compatto di edifici giganteschi.
    La  creatura  scosse  volutamente  la  testa  umana.   Tanti   edifici
    significavano  metallo;  e  le  forze  che tenevano insieme il metallo
    attiravano irresistibilmente  la  sua  forma  umana.  La  creatura  ne
    comprese la ragione grazie all'intelligenza dell'uomo minuto,  vestito
    di grigio,  che passava  accanto  a  lui  con  passo  stanco.  Era  un
    impiegato,  e  la  creatura colse i suoi pensieri: in quel momento era
    invidioso del suo datore di lavoro  Jim  Brender,  proprietario  della
    finanziaria J. P. Brender & Co.
    Alcuni  sottofondi  di  quei  pensieri spinsero la creatura a voltarsi
    improvvisamente e seguire Lawrence Pearsons, di professione contabile.
    Se mai qualche passante avesse prestato attenzione a lui, dopo qualche
    istante avrebbero notato con stupore un secondo Lawrence Pearsons  che
    lo  seguiva  a  quindici metri di distanza.  Il secondo Pearsons aveva
    letto nella mente del primo che Jim Brender si era laureato a  Harvard
    in matematica,  finanza ed economia politica e che era l'ultimo di una
    lunga genealogia di geni della finanza, aveva trent'anni ed era a capo
    della potentissima finanziaria di famiglia.
    "Anch'io ho trent'anni" pensava  Pearsons  "ma  non  possiedo  niente.
    Brender ha tutto,  mentre io continuer a vivere in quella pensioncina
    fino alla consumazione dei secoli."
    Quando i due attraversarono  il  fiume,  era  gi  buio.  La  creatura
    acceler  il  passo,  pronta  ad  aggredire.  Qualche  barlume del suo
    sanguinario proposito dovette raggiungere,  all'ultimo istante,  anche
    la  vittima,  perch  Pearsons  si volt ed emise un rantolo soffocato
    quando le dita d'acciaio gli si serrarono alla gola.
    Un unico colpo secco,  e anche il cervello della creatura piomb in un
    doloroso   stordimento   quando  mor  quello  di  Lawrence  Pearsons.
    Ansimando,  lottando contro la dissoluzione,  la  creatura  riacquist
    finalmente  il controllo di s.  Con un singolo movimento,  afferr il
    corpo e lo scagli al di l del parapetto. Si ud un tonfo, seguito da
    un gorgoglio.
    La creatura che era adesso Lawrence Pearsons prosegu in  fretta,  poi
    rallent il passo quando giunse a un grande edificio di mattoni. Cerc
    ansiosamente il numero, colta dal sospetto di non ricordarlo bene. Con
    esitazione,  apr la porta.  Ne sgorg un fiotto di luce giallastra, e
    uno scroscio di risa raggiunse le orecchie sensibili  della  creatura.
    Anche  all'interno  dell'edificio  c'era lo stesso brusio di pensieri,
    proveniente da molti cervelli,  che aveva gi  notato  in  strada.  La
    creatura  lott  contro  il flusso di tanti pensieri che minacciava di
    spingere fuori dal suo cervello la  mente  di  Lawrence  Pearsons.  Si
    trov in un ampio corridoio illuminato; in fondo, attraverso una porta
    aperta,  si scorgeva un'altra sala dove una decina di persone sedeva a
    cena, intorno a un tavolo.
    - Oh,   lei,  signor Pearsons - disse la padrona di  casa,  seduta  a
    capotavola.  Era una donna dal naso aguzzo e dalla bocca sottile;  per
    qualche istante, la creatura la fiss con attenzione,  perch le aveva
    letto  un  pensiero  nella  mente: il figlio di quella donna insegnava
    matematica in una scuola media  superiore.  Ma,  dopo  un  attimo,  la
    creatura  alz le spalle.  Le era bastato un solo sguardo per cogliere
    la verit.  Il figlio  della  donna  era  una  nullit  intellettuale,
    esattamente  come  la madre.  - E' arrivato appena in tempo - disse la
    donna, con indifferenza. - Sarah, servi il signor Pearsons.
    - Grazie, ma non ho fame - rispose la creatura; nel suo cervello umano
    echeggi la prima risata silenziosa e ironica che avesse conosciuto. -
    Penso che andr subito a letto.

    La creatura giacque per tutta la notte nel letto di Lawrence Pearsons.
    Aveva gli occhi aperti, luccicanti, e diveniva sempre pi cosciente di
    s. Pensava:
    "Io sono una macchina, senza un mio cervello. Uso il cervello di altre
    persone.  Ma in qualche modo i miei  creatori  mi  hanno  permesso  di
    essere qualcosa di pi che un'eco.  Io uso il cervello degli altri per
    compiere una mia missione".
    Pens anche ai suoi creatori, e la sua struttura aliena venne percorsa
    da un senso di panico. Nelle sue cellule era inciso il vago ricordo di
    un dolore e di sostanze chimiche laceranti: un ricordo spaventoso.
    La creatura si alz all'alba e continu a passeggiare  per  la  strada
    fino  alle  nove  e mezzo.  A quell'ora si rec all'imponente ingresso
    marmoreo della J. P. Brender.
    Giunta all'interno,  si accomod nella  comoda  sedia  che  recava  le
    iniziali  L.  P.  e cominci a lavorare coscienziosamente sui registri
    che Lawrence Pearsons aveva messo via la sera prima.
    Alle dieci arriv un giovane alto con un  vestito  scuro;  dopo  avere
    attraversato l'atrio dal soffitto a volta,  super con passo spigliato
    varie file di uffici,  distribuendo affabili  sorrisi  a  destra  e  a
    manca,  con  grande  sicurezza di s.  La creatura non ebbe bisogno di
    ascoltare il coretto di buon giorno,  signor Brender per sapere  che
    la vittima era arrivata.
    Si  alz  con  un  movimento  sciolto,  elegante,  che  sarebbe  stato
    impossibile al vero Lawrence Pearsons,  e si diresse rapidamente verso
    la  stanza  da bagno.  Un momento pi tardi,  la copia conforme di Jim
    Brender usc dalla toilette e si avvi con  passo  sicuro  e  misurato
    alla porta dell'ufficio privato dove lo stesso Jim Brender era entrato
    poco prima.
    La  creatura  buss,  entr  nella stanza...  e immediatamente si rese
    conto di tre cose.  Per prima cosa,  aveva trovato  la  mente  da  lui
    cercata.  Secondo,  la  sua  mente-specchio era incapace di imitare le
    sottigliezze del cervello,  affilato come un rasoio,  del giovane  che
    stava davanti a lei e che ora lo guardava con stupore. E la terza cosa
    era il grande bassorilievo di metallo appeso a una delle pareti.
    Con  uno  shock  che  minacci di precipitarla nella dissoluzione,  la
    creatura sent la fortissima attrazione di quel metallo.  In un  lampo
    comprese che era metallo supremo,  prodotto dalla grande abilit degli
    antichi marziani,  le cui citt di metallo,  cariche di tesori d'arte,
    di  suppellettili,  di  macchine,  venivano  lentamente riportate alla
    luce,  a opera di intraprendenti esseri umani,  dalle sabbie sotto cui
    erano  rimaste  sepolte  per  decine  di  milioni  di anni: chi diceva
    trenta, chi cinquanta.
    Il metallo supremo! Il metallo che la fiamma non riscaldava, che n il
    diamante n un'altra sostanza riuscivano a scalfire, e che i terrestri
    non erano riusciti a riprodurre:  un  metallo  altrettanto  misterioso
    quanto  l'energia  "ieis"  che i marziani facevano sgorgare,  a quanto
    pareva, dal nulla.
    Tutti questi pensieri si affollarono in un istante nel cervello  della
    creatura,  non  appena essa cominci a esplorare le cellule mnemoniche
    di Jim Brender. Poi, con uno sforzo, la creatura distolse la mente dal
    metallo e fiss Jim Brender, che si alz in piedi, meravigliato.
    - Buon Dio - mormor Brender - e lei chi ?
    - Mi chiamo Jim Brender - rispose la creatura, in tono beffardo.  Cap
    che per lei era un progresso, riuscire a cogliere una simile emozione.
    Intanto,  il  vero Brender si era ripreso dallo stupore.  - Si sieda -
    disse cordialmente. - Questa  la pi straordinaria coincidenza che mi
    sia mai capitata.
    Si rec allo specchio che costituiva un intero pannello  della  parete
    alla  sua  sinistra.  Osserv  prima  se  stesso,  poi la creatura.  -
    Stupefacente - disse. - Proprio stupefacente.
    - Signor Brender - disse la creatura  -  ho  visto  la  sua  foto  sui
    giornali  e  ho  pensato  che  la  nostra  sorprendente rassomiglianza
    l'avrebbe spinta ad ascoltarmi,  mentre in casi normali non mi avrebbe
    prestato  attenzione.  Sono  arrivato  recentemente  da Marte,  e sono
    venuto a chiederle di venire su Marte con me.
    - Questo - dichiar Jim Brender -  impossibile.
    - Aspetti di sapere il motivo - disse la creatura.  - Ha  mai  sentito
    parlare della Torre della Bestia?
    - La Torre della Bestia! - ripet lentamente Jim Brender. Fece il giro
    della  scrivania  e  schiacci  un  pulsante.  Una voce scatur da una
    scatoletta riccamente decorata: S, signor Brender?.
    - Dave,  cercami tutti i dati disponibili sulla Torre della  Bestia  e
    sulla leggendaria citt di Li dove si presume sia collocata.
    Non  c'  bisogno  di  andare  a  cercare giunse subito la risposta.
    Nelle leggende marziane se ne parla  come  della  bestia  caduta  dal
    cielo quando Marte era giovane.  Legato a essa,  c' qualche terribile
    ammonimento. La bestia era priva di sensi, quando la trovarono; pare a
    causa dell'urto ricevuto quando usc  dal  subspazio.  I  marziani  le
    lessero la mente,  e rimasero talmente inorriditi dalle sue intenzioni
    inconsce che cercarono di ucciderla, ma non riuscirono a farlo. Perci
    costruirono un'immensa cripta, di cinquecento metri di diametro e alta
    tre volte tanto,  e la  bestia...  che  a  quanto  pare  aveva  queste
    dimensioni...  fu  chiusa  al suo interno.  Sono stati effettuati vari
    tentativi di trovare la citt di Li, ma senza risultato. Oggi si tende
    a considerarla una pura leggenda. Non c' altro, Jim!
    - Grazie.  - Jim Brender chiuse la comunicazione  e  torn  a  girarsi
    verso il suo visitatore. - Dunque?
    -  Non   una leggenda.  So dove si trova la Torre della Bestia;  e so
    anche che la bestia  ancora viva.
    - Oh,  senta - disse Brender,  amichevolmente  -  mi  incuriosisce  la
    rassomiglianza  che c' tra noi,  ma non si aspetti che io creda a una
    storia del genere.  La bestia,  sempre che sia esistita,   caduta dal
    cielo quando Marte era giovane.  Alcuni studiosi dicono che i marziani
    si sono estinti cento milioni di anni fa, anche se venticinque milioni
     una valutazione pi prudente.  Gli unici manufatti  che  ci  restano
    della  loro  civilt  sono  quelli  costruiti in metallo supremo.  Per
    fortuna, verso la fine della loro civilt, costruivano quasi tutto con
    quel metallo indistruttibile.
    - Lasci che le parli della Torre della Bestia  -  disse  la  creatura,
    tranquillamente. - E' una torre di dimensioni gigantesche, ma solo una
    trentina  di  metri fuoriuscivano dalla sabbia,  quando l'ho vista io.
    L'intera sommit della torre  una porta,  e quella porta  chiusa  da
    una serratura a tempo,  che a sua volta  integrata lungo una linea di
    forza "ieis" fino all'ultimo numero primo.
    Jim Brender lo fiss a occhi sgranati,  la creatura  gli  lesse  nella
    mente la sorpresa e il primo dubbio. Brender cominciava a convincersi.
    - L'ultimo numero primo... - mormor Brender.
    Si  accost  alla  sua  biblioteca  privata,  sulla  parete  dietro la
    scrivania, e prese un libro. Ne sfogli le pagine.
    - Il pi grande numero primo conosciuto ... ecco:
    230.584.300.921.393.951. Altri numeri, secondo questo autore, sono
    778.438.397, 182.521.213.001 e 78.875.943.472.201.
    Aggrott la fronte.  - La cosa  ridicola.  L'ultimo  numero  primo  
    indefinito.  -  Rivolse un sorriso alla creatura.  - Se esiste davvero
    una bestia, ed  chiusa in una cripta di metallo supremo, la cui porta
     collegata a una serratura a tempo,  integrata  lungo  una  linea  di
    forza  "ieis"  fino  all'ultimo  numero  primo...  allora  la bestia 
    bloccata. Non c' forza al mondo che possa liberarla.
    - Niente affatto - disse la creatura. - La bestia mi ha assicurato che
    la matematica umana  in  grado  di  risolvere  il  problema,  ma  che
    occorre  un genio matematico che conosca tutta la matematica posseduta
    dalla scienza terrestre.
    - E lei si aspetta che io liberi quella creatura  malefica...  ammesso
    che riesca a compiere il miracolo matematico di cui mi ha parlato?
    - Non  affatto malefica!  - ribatt la creatura.  - La ridicola paura
    dell'ignoto che ha spinto i marziani a imprigionarla ha dato origine a
    una grave  ingiustizia.  La  bestia    uno  scienziato  di  un  altro
    universo,  che  accidentalmente  rimasto intrappolato in uno dei suoi
    esperimenti.
    - Lei ha parlato con la bestia?
    - Ha comunicato con me tramite telepatia mentale.
    - Le onde della telepatia non possono passare  attraverso  il  metallo
    marziano,  stato dimostrato - osserv Brender.
    -  Che  ne  sanno,  gli uomini,  della telepatia?  Non possono neppure
    comunicare tra  loro,  salvo  che  in  condizioni  particolari.  -  La
    creatura lo disse in tono sprezzante.
    - Esatto.  Ma, se la sua storia  vera,  una faccenda che riguarda il
    Consiglio.
    - E' una  faccenda  che  riguarda  solo  due  uomini:  io  e  lei.  Ha
    dimenticato  che  la  cripta  della  bestia   la torre centrale della
    grande citt di Li: un valore di miliardi di dollari in suppellettili,
    oggetti d'arte,  macchine?  La bestia chiede di essere liberata  dalla
    sua  prigione,  prima  di  consentire a chiunque di mettere le mani su
    quel tesoro. Lei pu liberarla. Noi due possiamo dividercelo.
    - Risponda a una domanda - chiese Jim Brender.  - Mi dica il suo  vero
    nome.
    - P...  Pierce Lawrence - balbett la creatura. Colta alla sprovvista,
    riusc solo a prendere il nome della sua prima  vittima,  a  invertire
    tra  loro  nome  e  cognome  e a cambiare "Pearsons" in "Pierce".  Era
    ancora disorientata,  quando Brender prosegu: - Con quale astronave 
    arrivato da Marte?
    -  Con.  .  .  l'F  4961  -  balbett  la creatura,  mentre una rabbia
    crescente peggiorava ancor di pi le sue condizioni mentali. Lott per
    riprendere  il  controllo,  ebbe  l'impressione  di  scivolar  via,  e
    all'improvviso  sent  di  nuovo  l'attrazione del metallo supremo che
    costituiva il bassorilievo appeso  alla  parete;  da  quell'attrazione
    cap di essere pericolosamente vicina a dissolversi.
    -  Deve  essere  una nave da carico - disse Jim Brender.  Schiacci un
    pulsante.  - Carltons,  controlla se sull'F 4961 c'era un passeggero o
    un   membro  dell'equipaggio  chiamato  Pierce  Lawrence.   Quanto  ti
    occorrer per saperlo?
    - Pochi istanti, signore.
    Jim Brender si appoggi  allo  schienale  della  poltrona.  -  E'  una
    semplice  formalit.  Se  veramente  lei  si trovava a bordo di quella
    nave,  allora sar costretto a prendere in seria considerazione le sue
    affermazioni. Lei capisce, naturalmente, che non posso imbarcarmi alla
    cieca in una cosa del genere.
    Squill il telefono. - S? - fece Jim Brender.
    -  Ieri  mattina,  all'arrivo,  sull'F  4961 c'erano solo i due membri
    dell'equipaggio.  A bordo non c'era nessuno che rispondesse al nome di
    Pierce Lawrence.
    -  Grazie.  -  Jim  Brender si alz in piedi e disse in tono gelido: -
    Addio,  signor Lawrence.  Non riesco a immaginare che cosa sperasse di
    ricavare  dalla  sua  ridicola  storia.  A  ogni  modo,   stata molto
    interessante.  E il problema che lei mi  ha  proposto    davvero  ben
    congegnato.
    Il telefono squill di nuovo. - Che c'?
    - E' arrivato il signor Gorson, signore.
    - Bene. Lo faccia salire subito.
    La  creatura  aveva  ripreso il controllo del proprio cervello.  Lesse
    nella mente di Brender che Gorson era un  grande  finanziere,  con  un
    giro  d'affari  che  rivaleggiava,  come  importanza,  con  quello  di
    Brender. Lesse anche altre cose che la indussero a uscire dall'ufficio
    privato  di  Brender,   a  uscire   dall'edificio   e   ad   attendere
    pazientemente  che il signor Gorson uscisse dall'imponente portone del
    palazzo. Pochi istanti pi tardi,  i John Gorson che camminavano lungo
    la strada erano due.

    Gorson  era  un  uomo  vigoroso,   sulla  cinquantina.  Aveva  vissuto
    un'esistenza chiara e attiva,  e il suo cervello ricordava molti climi
    e  molti  pianeti  diversi.  La  creatura  colse  con  i suoi elementi
    sensitivi  la  prontezza  di  riflessi  di  quell'uomo,   e  lo  segu
    cautamente, rispettosamente, ancora indecisa se agire.
    Riflett:  "Sono molto migliorata da quando ero una vita primitiva che
    non era in grado di mantenere la propria forma.  I miei creatori,  nel
    concepirmi,  mi hanno dato la capacit di apprendere,  di svilupparmi.
    Ora mi  pi facile lottare contro la  dissoluzione  e  conservare  la
    forma umana.  Nel trattare con quest'uomo,  devo ricordarmi che la mia
    forza  invincibile, se impiegata nel modo giusto" .
    Con cura minuziosa,  ispezion la mente della sua  vittima  designata,
    per  scoprire  l'esatto  percorso fino al suo ufficio.  Nella mente di
    Gorson spiccava l'ingresso di una grande  costruzione,  poi  un  lungo
    corridoio  di  marmo,  un  ascensore  automatico che saliva all'ottavo
    piano, un breve corridoio con due porte.
    Una di esse conduceva all'ingresso  privato  dell'ufficio  di  Gorson.
    L'altra  a un ripostiglio usato dall'uomo delle pulizie.  Gorson aveva
    dato un'occhiata a quel ripostiglio in diverse  occasioni;  nella  sua
    mente, tra le altre cose, c'era il ricordo di un grosso baule.
    La  creatura  attese  all'interno  del ripostiglio finch non vide che
    Gorson, ignaro, passava davanti al ripostiglio.  La porta scricchiol.
    Gorson si volt,  sgran gli occhi, ma non ebbe la minima possibilit.
    Un pugno di acciaio compatto  gli  spappol  la  faccia,  cacciandogli
    frammenti d'osso fin dentro il cervello.
    Questa  volta,  la  creatura non commise l'errore di tenere la propria
    mente in sintonia con quella della vittima.  L'afferr mentre  cadeva,
    costringendo  il  suo pugno d'acciaio a riacquistare la parvenza della
    carne umana. Freneticamente,  infil quella forma voluminosa e pesante
    nel baule, chiudendo poi saldamente il coperchio.
    Con molta attenzione, usc dal ripostiglio, entr nell'ufficio privato
    di  Gorson  e si sedette davanti alla sua lucida scrivania di quercia.
    L'uomo che rispose quando la creatura schiacci il pulsante, vide John
    Gorson seduto al suo posto e sent John Gorson dire: - Crispins,  devi
    cominciare  subito  a vendere questi titoli attraverso i nostri canali
    segreti. Vendi finch non ti dir di fermarti,  anche se ti sembra una
    pazzia. Ho avuto informazioni su un grosso movimento in borsa.
    Crispins  diede un'occhiata al lungo elenco di titoli,  e i suoi occhi
    si spalancarono sempre pi.
    - Buon Dio,  John!  - disse infine,  con la familiarit  a  cui  aveva
    diritto un consigliere di fiducia.  - Sono titoli solidi. Per un gioco
    al ribasso di questo genere, non basterebbe il tuo intero patrimonio.
    - Ti dico che non sono il solo.
    - E' contro la legge far crollare il mercato - protest l'uomo.
    -  Crispins,  hai  sentito  quel  che  ti  ho  detto.  Adesso  lascer
    l'ufficio.  Non cercare di metterti in contatto con me.  Ti telefoner
    io.
    La creatura che era adesso John Gorson si alz in piedi,  senza badare
    al  flusso  caotico  di pensieri che giungeva da Crispins.  Usc dalla
    stessa porta da cui era entrata.  Nel  lasciare  l'edificio,  pensava:
    "Tutto  ci  che  devo  fare    uccidere  cinque  o sei giganti della
    finanza, dare il via alle vendite, e poi...".

    Per l'una, era tutto finito.  La borsa non chiudeva fino alle tre,  ma
    all'una   la   notizia  dominava  gi  in  tutti  i  bollettini  delle
    telescriventi.  A Londra,  dove era gi sera,  i giornali uscirono  in
    edizione straordinaria. A Hong Kong e a Shanghai stava appena sorgendo
    un  nuovo,  luminoso  giorno,  quando  gli strilloni presero a correre
    lungo le strade,  all'ombra dei grattacieli,  gridando che  la  J.  P.
    Brender  era  stata  messa  in  amministrazione  controllata  e che ci
    sarebbe stata un'inchiesta.
    - Ci troviamo di fronte - disse l'indomani, all'apertura dell'udienza,
    il giudice del tribunale distrettuale - a una delle pi  straordinarie
    coincidenze   della  storia.   Un  ditta  antica  e  rispettata,   con
    associazioni e filiali in tutto il mondo,  con investimenti in pi  di
    mille  compagnie  di  ogni settore,  ha fatto bancarotta a causa di un
    imprevisto crollo di ogni titolo su cui aveva investito.  Occorreranno
    mesi   per   raccogliere   le   prove  e  per  risalire  alle  precise
    responsabilit delle  vendite  allo  scoperto  che  hanno  causato  il
    crollo.  Nel  frattempo non vedo ragione...  per quanto l'azione possa
    addolorare i vecchi amici del defunto J. P. Brender e di suo figlio...
    perch le richieste dei creditori non debbano essere soddisfatte e  le
    propriet liquidate mediante le vendite all'asta e gli altri opportuni
    metodi previsti dalla legge...

    Il  comandante  Hughes  delle  Linee  Interplanetarie  entr  con aria
    minacciosa nell'ufficio del suo superiore.
    Era un uomo di bassa statura, ma estremamente robusto; la creatura che
    era Louis Dyer lo fiss con una vaga inquietudine,  preoccupata  dalla
    forza e dalla tenacia di quell'uomo.
    Hughes cominci: - Ha avuto il mio rapporto su questo Brender?
    La creatura si attorcigli fra le dita, nervosamente, i baffi di Louis
    Dyer, poi prese un sottile dossier e cominci a leggere a voce alta: -
    Pericoloso  per  motivi di ordine psicologico...  impiegare Brender...
    Troppi  colpi  uno  dopo  l'altro.  Perdita  del  patrimonio  e  dalla
    posizione  sociale...  Nessun  uomo  normale potrebbe rimanere tale in
    simili...  circostanze.  Dargli un lavoro d'ufficio,  accoglierlo  con
    amicizia,   affidargli  una  sinecura,   o  un  compito  dove  le  sue
    indiscutibili capacit... ma non su una nave spaziale, dove occorre la
    massima resistenza mentale, morale, spirituale e fisica...
    Hughes lo interruppe.  - Sono esattamente i punti a cui  mi  riferivo.
    Sapevo che mi avrebbe capito, Louis.
    -  Ho  capito  benissimo - rispose la creatura.  Sorrise ironicamente,
    perch ormai si sentiva molto superiore.  - I tuoi pensieri e  le  tue
    idee,  i  tuoi  principi  e  i  tuoi modi d'agire sono scritti sul tuo
    cervello in modo indelebile e...  - si affrett ad aggiungere - ...sei
    sempre stato chiarissimo,  nel dare voce alle tue idee.  Tuttavia,  in
    questo caso devo insistere.  Jim Brender non accetterebbe  un  impiego
    qualsiasi,  offertogli da uno dei suoi amici. Ed  ridicolo chiedergli
    di stare alle dipendenze di uomini inferiori a lui sotto ogni punto di
    vista.  Pilotava personalmente il suo yacht  spaziale  e,  per  quanto
    riguarda  la  parte  matematica del lavoro,  ne sa pi lui di tutto il
    nostro personale messo insieme.  E questa non vuole certo  essere  una
    critica nei riguardi del nostro personale. Conosce i disagi dei viaggi
    nello spazio ed  convinto che sia proprio il genere di lavoro che gli
    occorre.  Perci ti ordino, Peter, di assegnarlo al trasporto spaziale
    F 4961, in sostituzione del marinaio Parelli,  che  ancora in congedo
    per  esaurimento  nervoso  dopo quello strano incidente con il "mostro
    venuto dallo spazio",  come  l'ha  chiamato  il  tenente  Morton...  A
    proposito,  avete  poi  ritrovato  il...  ehm...  campione  di  quella
    creatura?
    - Nossignore.  E' scomparso il giorno che  lei    venuto  a  vederlo.
    Abbiamo  cercato dappertutto;  era la sostanza pi strana che avessimo
    mai visto.  Attraversava il vetro con la stessa facilit di un  raggio
    di luce;  anzi,  si poteva perfino pensare che fosse una forma di luce
    condensata...  mi  ha  spaventato,   devo  ammetterlo.   Una  creatura
    puramente imitativa, pi adattabile all'ambiente di qualunque forma di
    vita conosciuta.  Io dico che deve essere...  Ma, un momento, signore.
    Non creda di poter liquidare cos facilmente il caso Brender.
    - Peter,  davvero non capisco la tua presa di posizione.  Questa   la
    prima volta che mi intrometto nel tuo lavoro, e...
    - Do le dimissioni - disse Hughes, amareggiato.
    -  Peter,  sei  stato  tu  a scegliere tutto il personale della nostra
    compagnia di  trasporti.  Questa  ditta  l'hai  creata  tu;  non  puoi
    andartene, lo sai...
    Il  tono della creatura si era fatto sempre pi allarmato,  perch nel
    cervello di Hughes era davvero balenata  l'intenzione  di  dimettersi:
    nel  sentir  parlare  del  lavoro  da lui svolto in precedenza,  erano
    affiorati  i  ricordi  di  un'intera  vita  dedicata  alla  ditta,   e
    l'ingerenza di Dyer gli era parsa ancor pi offensiva.
    La  creatura  lesse  subito  nella  mente  di Hughes le conseguenze di
    quelle  dimissioni:  il  personale  avrebbe  protestato,  Jim  Brender
    sarebbe stato messo sul chi vive e avrebbe rinunciato al lavoro. C'era
    una  sola  via  d'uscita:  far  salire  Brender  sulla  nave prima che
    scoprisse l'accaduto. Una volta a bordo, avrebbe dovuto terminare quel
    primo  viaggio  per  Marte,   e  un  viaggio  sarebbe  stato  pi  che
    sufficiente.
    La  creatura riflett sulla possibilit di imitare il corpo di Hughes;
    poi, con una fitta d'angoscia, si rese conto che non era possibile. Le
    occorreva fino all'ultimo minuto la presenza di tutt'e due:  tanto  di
    Louis Dyer quanto di Peter Hughes.
    - Via,  Peter,  dammi retta... - cominci la creatura. Poi aggiunse: -
    Maledizione! - perch la sua mente era ormai diventata molto umana,  e
    si era infuriata nel vedere che Hughes interpretava le sue parole come
    un segno di debolezza. Come una nube nera, la paura scese a offuscarle
    il cervello.
    - Dir a Brender cosa ne penso,  tra cinque minuti, quando arriver! -
    esclam Hughes; e la creatura cap che si era arrivati al peggio. - Se
    lei m'impedir di dirglielo,  rassegner immediatamente le dimissioni.
    Io... santo Cielo, Louis, la sua faccia!
    La   creatura  inorrid  e  cadde  contemporaneamente  in  preda  alla
    confusione.  Cap subito che  cos'era  successo:  non  appena  si  era
    accorta che i suoi piani minacciavano di andare in rovina, il suo viso
    si  era dissolto.  Lott per riprendere il controllo e balz in piedi,
    pensando all'enorme pericolo che correva.  Il grande ufficio al di  l
    della porta di vetro smerigliato... al primo grido di Hughes, qualcuno
    sarebbe accorso...
    Con  un mezzo singhiozzo,  cerc di costringere la mano a trasformarsi
    in un pugno di metallo,  ma nella stanza  non  c'era  alcun  pezzo  di
    metallo  che  la aiutasse ad assumere quella forma.  C'era soltanto la
    massiccia scrivania di acero. Lanciando un forte grido, la creatura la
    scavalc con un balzo e cerc di piantare  nella  gola  di  Hughes  un
    bastone dalla punta acuminata.
    Hughes  imprec  per  lo stupore e afferr il bastone con tutta la sua
    forza,  inferocito.  Ci  fu  un  improvviso  trambusto,   nell'ufficio
    adiacente: voci concitate, gente che accorreva...

    Brender  parcheggi l'auto a poca distanza dall'astronave.  Poi rimase
    fermo  per  qualche  istante,  accanto  alla  portiera.  Non  che  gli
    rimanessero  dubbi.  Era  alla  disperazione,  e perci doveva giocare
    d'azzardo per una posta molto alta.  Non  gli  sarebbe  occorso  molto
    tempo  per sapere se l'antica citt marziana di Li era stata scoperta.
    E, in caso affermativo, avrebbe recuperato la sua fortuna. Si avvi di
    buon passo verso la nave.
    Quando  si  ferm  accanto  alla  rampa  che  conduceva  al   portello
    spalancato dell'F 4961 - un immenso globo di metallo lucido,  di cento
    metri di diametro - vide un uomo che correva verso di  lui,  e  subito
    riconobbe Hughes.
    Nell'avvicinarsi  a  Jim  Brender,  la creatura che era Hughes dovette
    lottare per mantenersi calma.  L'intero mondo che la circondava era un
    caleidoscopio  ruggente  di  forze  che  la  attiravano  in  tutte  le
    direzioni.  Si ritrasse dai pensieri della  gente  che  continuava  ad
    agitarsi disordinatamente nell'ufficio da lei lasciato.
    Tutto era andato storto,  riflett.  Non aveva mai avuto intenzione di
    sostituirsi a Hughes, ma adesso era stata costretta a farlo. Nelle sue
    intenzioni,  doveva compiere il viaggio verso Marte sotto forma di una
    bolla  metallica,  sullo  scudo esterno dell'astronave.  Poi,  con uno
    sforzo, cerc di vincere i timori.
    - Partiamo immediatamente-annunci.
    Brender sgran gli occhi.  - Ma questo significa che  dovr  calcolare
    una nuova orbita nelle peggiori condizioni di...
    - Esattamente - lo interruppe la creatura. - Mi hanno detto meraviglie
    della  sua capacit matematica.  E' ora che le parole siano confermate
    dai fatti.
    Jim Brender alz le spalle. - Non ho obiezioni,  ma perch viene anche
    lei?
    - Accompagno sempre i nuovi.
    La spiegazione sembrava valida.  Jim Brender sal la rampa,  seguito a
    breve distanza da Hughes.  La potente attrazione  del  metallo  fu  la
    prima  vera sofferenza provata dalla creatura dopo molti giorni.  Ora,
    per un lungo mese, avrebbe dovuto difendersi dal metallo,  lottare per
    conservare  la  forma  di  Hughes ed eseguire contemporaneamente altri
    mille lavori.
    Il primo lacerante dolore colp la creatura e infranse la sicurezza di
    s che le era venuta dal vivere per tanti giorni  come  essere  umano.
    Poi,  nell'oltrepassare il portello,  la creatura sent un grido, alle
    sue spalle.  Si gir in fretta e vide gente uscire da  molte  porte  e
    avviarsi di corsa verso la nave.
    Brender  era  gi andato avanti lungo il corridoio.  Con un sibilo che
    era quasi un singhiozzo,  la creatura balz all'interno della  nave  e
    fece  scattare  l'interruttore  che  chiudeva  ermeticamente il grande
    portello.
    C'era  una  leva  di  emergenza  per  mettere  in  azione  le  piastre
    antigravit.  Con  uno  strattone,  la creatura la tir fino in fondo.
    Immediatamente prov una sensazione di grande leggerezza,  le parve di
    cadere.
    Attraverso  il grande obl posto nei pressi del portello,  la creatura
    vide ancora per qualche istante il campo sotto di  lei:  brulicava  di
    gente.   Facce  sbiancate,   rivolte  verso  l'alto,  persone  che  si
    sbracciavano.  Poi l'intera scena si allontan e il ruggito dei  razzi
    fece tremare la nave.
    - Spero di avere fatto bene - disse Brender, quando Hughes entr nella
    cabina di comando ad accendere subito i razzi.
    - S - rispose la creatura,  a fatica. - Lascio completamente a lei la
    parte matematica.
    Non osava rimanere cos vicina ai massicci motori di metallo, anche se
    la presenza di Brender la aiutava  a  mantenere  la  forma  umana.  In
    fretta,  si  allontan  lungo  il corridoio.  Il posto migliore doveva
    essere la sua cabina personale, che era isolata...
    Poi, all'improvviso, si ferm e per poco non perse l'equilibrio. Dalla
    cabina di comando che aveva lasciato pochi istanti prima le era giunto
    un pensiero di Brender.  La creatura quasi si dissolse per il terrore,
    quando  si  rese  conto  che  Brender  era  alla  radio e rispondeva a
    un'insistente chiamata dalla Terra.
    La creatura ritorn di corsa nella cabina e l si arrest, spalancando
    gli occhi con un'espressione di sgomento perfettamente umana.  Brender
    si  stacc  dalla  radio  e si gir verso la creatura,  con un singolo
    movimento; stringeva fra le dita un revolver. Leggendogli nella mente,
    la creatura vide che aveva compreso la verit.
    Brender grid: - Sei la...  cosa  che    venuta  nel  mio  ufficio  a
    parlarmi dei numeri primi e dalla Torre della Bestia!
    Fece  un  passo di lato,  per tenere sotto controllo anche una seconda
    porta aperta, che dava su un altro corridoio; il suo movimento permise
    alla creatura di vedere lo schermo televisivo.  Nel video  campeggiava
    l'immagine  del  vero  Hughes.  Nel  medesimo istante,  Hughes vide la
    creatura.
    Brender! grid. Quello  il mostro che Morton e Parelli hanno visto
    durante il loro  viaggio  da  Marte.  Non  reagisce  al  calore  n  a
    qualunque  sostanza  chimica,   ma  non  abbiamo  mai  provato  con  i
    proiettili. Spari, in fretta!

    C'era troppo metallo,  troppa confusione.  Con un gemito,  la creatura
    cominci   a   dissolversi.   L'attrazione   del  metallo  la  deform
    orribilmente, trasformandola in una massa densa, semimetallica.  Nello
    sforzo  di  conservare  una  parvenza  di  forma  umana,  divenne  una
    struttura mostruosa,  con una testa globulare quasi priva di uno degli
    occhi e con braccia simili a serpenti.
    Istintivamente,  si  contorse  per avvicinarsi a Brender,  in modo che
    l'attrazione del suo corpo la  rendesse  pi  umana.  Il  semi-metallo
    riacquist  un aspetto simile alla carne,  nel tentativo di riprendere
    forma di uomo.
    Ascolti, Brender! diceva Hughes, in tono concitato.  I serbatoi del
    carburante,  in  sala  motori,  sono  fatti di metallo supremo.  Uno 
    vuoto. Siamo gi riusciti,  una volta,  a impadronirci di un frammento
    del  mostro,  e  non    mai potuto uscire da un recipiente di metallo
    marziano.  Se riesce a farlo entrare nel serbatoio mentre ha perso  il
    controllo di s... cosa, questa, che gli succede con facilit...
    -  Vedr  l'effetto  del  piombo!  -  esclam  Brender,  con  la  voce
    incrinata.
    "Bang!".  Allo sparo,  un urlo le usc  dalla  fessura  informe  della
    bocca;  la  creatura  fece  un  passo  indietro,  e  le  sue  gambe si
    trasformarono in una massa di colore grigio scuro.
    - Fa male,  vero?  - disse Brender,  a denti stretti.  - Va'  in  sala
    motori, maledetto mostro, entra nel serbatoio!
    Continui cos! incitava Hughes dallo schermo.
    Brender  spar  di  nuovo.  La  creatura  lanci  un  grido  orrendo e
    indietreggi ancora.  Ma adesso si era di nuovo  ingrandita,  era  pi
    umana.  E  in una caricatura di mano le stava spuntando una caricatura
    del revolver di Brender.
    La creatura sollev l'arma incompleta e deforme.  Brender spar,  e la
    creatura  lanci  un  urlo.  Il  revolver cadde a terra,  ridotto a un
    brandello senza forma. Poi, come tocc il pavimento,  la piccola massa
    grigia  sgattaiol  freneticamente  verso  il  corpo  principale  e si
    attacc al piede destro della creatura, come un cancro mostruoso.
    E in quel momento, per la prima volta,  le menti potenti e maligne che
    avevano  dato  vita alla creatura cercarono di dominare il loro robot.
    Infuriato,  ma  consapevole  che  la  partita  richiedeva  la  massima
    cautela,  il  Controllore  impose la propria volont alla sua creatura
    terrorizzata e  sconfitta.  Nell'aria  cominciarono  a  levarsi  gridi
    laceranti,  a  mano  a mano che gli elementi instabili del robot erano
    costretti a trasformarsi.
    Un istante pi tardi,  la creatura prese  la  forma  di  Brender,  ma,
    invece di un revolver,  nella sua mano robusta e abbronzata spunt una
    lunga bacchetta di metallo argenteo,  lucida come  uno  specchio,  che
    scintillava di mille sfaccettature, come una gemma incredibile.
    La bacchetta s'illumin debolmente,  di una luce ultraterrena. E dello
    schermo della  ricetrasmittente,  dove  fino  a  un  attimo  prima  si
    scorgeva la faccia di Hughes, rimase solo un grosso foro cieco.
    Disperatamente, Brender riemp di proiettili il corpo che gli stava di
    fronte,  ma  la creatura - anche se la sua forma tremol leggermente a
    ogni colpo - continu a fissarlo, senza subire danni.
    Poi l'arma luccicante si gir nella sua direzione.
    - Quando avr finito - disse la creatura - forse potremmo parlare.
    Lo disse con una tale tranquillit,  che  Brender,  il  quale  si  era
    irrigidito nell'attesa della morte, abbass il revolver, sorpreso.
    Il falso Brender prosegu: - Non si allarmi. La creatura davanti a lei
      un  robot,  da  noi  costruito per muoversi nel vostro spazio e nel
    vostro mondo numerico.  Molti di  noi  stanno  lavorando,  ora,  nelle
    condizioni pi difficili,  per mantenere il collegamento, perci dovr
    essere breve.
    "Noi viviamo in un universo  temporale  infinitamente  pi  lento  del
    vostro. Grazie a un sistema di sincronizzazione, abbiamo collegato tra
    loro,  in cascata,  vari universi,  e in questo modo siamo in grado di
    comunicare con voi,  anche se uno  dei  nostri  giorni  corrisponde  a
    milioni dei vostri anni.
    "Il  nostro scopo  quello di liberare il nostro compagno Kalorn dalla
    sua prigione marziana.  Kalorn  rimasto intrappolato  accidentalmente
    in  una  distorsione temporale da lui stesso creata,  ed  precipitato
    sul pianeta che  voi  chiamate  Marte.  I  marziani,  impauriti  senza
    ragione dalle sue grandi dimensioni,  gli hanno costruito una prigione
    diabolica,  e per liberarlo ci occorre  la  sua  conoscenza,  Brender,
    della  matematica che caratterizza il suo universo numerico...  e solo
    il suo."
    La voce pacata continu;  parlava in tono serio,  ma senza cercare  di
    esercitare  pressioni,  era  insistente,  ma  si manteneva amichevole.
    Disse del loro rincrescimento per la morte degli esseri  umani  uccisi
    dal  robot.  Poi  spieg  con  molti particolari che ogni universo era
    costruito secondo un diverso sistema di numeri: alcuni tutti negativi,
    altri tutti positivi,  altri con una mescolanza di tutti e due:  c'era
    una  variet  infinita  di  queste  matematiche  e da ciascuna di esse
    dipendeva l'intima struttura dello spazio di cui faceva parte.
    Quanto alla forza "ieis",  essa non aveva niente  di  misterioso.  Era
    semplicemente  un  flusso  da  uno  spazio  all'altro,  dovuto  a  una
    differenza di potenziale.  Questo flusso,  per,  era una delle  forze
    universali,  e  c'era  soltanto  un'altra forza che potesse dominarlo,
    quella appunto usata pochi minuti prima.
    Il metallo supremo  era  veramente  supremo.  Nel  loro  spazio,  essi
    avevano un metallo analogo,  fatto di atomi negativi. A quanto leggeva
    nella mente di Brender,  disse l'entit,  i marziani non  avevano  mai
    conosciuto  i  numeri  negativi,  e  di  conseguenza  dovevano  averlo
    costruito di soli atomi positivi. E in effetti lo si poteva fabbricare
    anche in quel modo,  ma  la  produzione  risultava  pi  difficoltosa.
    L'entit  che  parlava  attraverso il robot concluse: - Il problema si
    riduce a questo: la vostra  matematica  deve  dirci  come,  servendoci
    della  nostra  forza  universale,  si  possa  cortocircuitare l'ultimo
    numero primo... in altre parole, scomporlo nei suoi fattori... in modo
    che  la  porta  possa  aprirsi  in  qualsiasi  momento.  Lei  potrebbe
    chiedersi  come  si  possa  scomporre  un  numero  primo,  dato  che 
    divisibile soltanto per se stesso e  per  uno.  Questo  problema,  nel
    vostro universo, pu essere risolto soltanto con la vostra matematica.
    Accetta?
    Brender infil in tasca la pistola.  Con calma,  rispose: - Tutto quel
    che ha detto mi sembra ragionevole e  onesto.  Se  voleste  assalirci,
    potreste  facilmente  piombare  su  di  noi  con un grande esercito di
    queste...  creature.  Naturalmente,  l'intera  faccenda  dovr  essere
    discussa dal Consiglio...
    -  Allora,  non c' niente da fare.  Il Consiglio non lo permetterebbe
    mai.
    - E voi - protest Brender - vi aspettate che io faccia una cosa  che,
    a vostro parere, la pi alta autorit del sistema non sarebbe disposta
    a compiere?
    -  La  natura  stessa  delle  democrazie  impedisce loro di mettere in
    pericolo la vita dei cittadini - rispose il Controllore.  - Anche  noi
    abbiamo  questa  forma  di  governo,  e  i  suoi  membri  ci hanno gi
    informato che,  in una situazione analoga,  non sarebbero  disposti  a
    mettere in libert,  in mezzo al loro popolo,  una bestia sconosciuta.
    Tuttavia,  un singolo individuo pu correre dei rischi che un  governo
    non  correrebbe  mai.  Lei  ha gi affermato che la nostra richiesta 
    ragionevole.  Che sistema seguono gli  uomini,  se  non  quello  della
    ragione?
    Il Controllore,  attraverso il robot, lesse attentamente i pensieri di
    Brender.  Vi  lesse  il  dubbio  e  l'incertezza,  contrapposti  a  un
    desiderio molto umano di aiutare, basato sulla ragionevole convinzione
    che non ci fosse pericolo. Sondando pi a fondo, vide per che non era
    consigliabile,   quando   si   trattava  con  gli  uomini,   affidarsi
    eccessivamente alla logica.  Perci disse: - A un uomo,  a un  singolo
    individuo,  noi possiamo offrire... tutto. In brevissimo tempo, con il
    suo permesso, trasferiremo questa nave su Marte; non in trenta giorni,
    ma in trenta secondi.  E la  conoscenza  come  abbiamo  fatto  rester
    impressa nella sua mente.  Giunto su Marte, lei sar la sola persona a
    conoscere la posizione dell'antica citt di Li,  al centro della quale
    sorge  la  Torre della Bestia.  In quella citt c' un tesoro che vale
    letteralmente miliardi di dollari,  costituito di manufatti di metallo
    supremo;  e  secondo  le  leggi  della  Terra,  il cinquanta per cento
    spetter a lei. Riavuto il suo patrimonio, lei potr fare ritorno alla
    Terra oggi stesso.
    Brender era impallidito.  Malignamente,  l'entit continu a leggere i
    pensieri che gli passavano per il cervello: il ricordo dell'improvviso
    tracollo  che  aveva colpito la sua famiglia.  Infine,  l'uomo alz la
    testa e disse, aggrottando la fronte: - S. Far tutto quel che potr.

    Una desolata catena di montagne lasciava progressivamente il  posto  a
    una valle grigio-rossastra. L'esile vento di Marte soffiava vortici di
    sabbia contro l'edificio.
    E  che edificio!  In lontananza gli era sembrato semplicemente grande.
    Soltanto una trentina di metri  emergeva  dalla  sabbia  del  deserto:
    trenta  metri  d'altezza  e  "mezzo chilometro di diametro".  Un altro
    chilometro e mezzo doveva essere sepolto sotto l'irrequieto oceano  di
    sabbia per dare il perfetto equilibrio di forma, l'elegante movimento,
    la  bellezza  fiabesca  che  i  marziani pretendevano da tutte le loro
    costruzioni,  per enormi che fossero.  Brender si sent all'improvviso
    piccolo e insignificante,  nel passare a volo radente sulla sabbia,  a
    pochi metri di quota,  spinto dai razzi della sua  tuta  spaziale,  in
    direzione dell'incredibile edificio.
    Visto  da  vicino,  il  senso  di  oppressione dovuto alla mole veniva
    cancellato miracolosamente dalla ricchezza delle decorazioni.  Colonne
    e  pilastri,   riuniti  a  gruppi  e  a  grappoli,  interrompevano  la
    superficie della facciata,  si addensavano per poi rarefarsi di nuovo.
    Parete  e  tetto  si  congiungevano  in  una profusione di decorazioni
    barocche che ricordavano gli stucchi terrestri,  e la  linea  d'unione
    scompariva in un sapiente gioco di chiaroscuri.
    La creatura volava accanto a Brender; il suo Controllore le fece dire:
    -  Vedo  che  ha riflettuto a lungo sul problema,  ma questo robot non
    pare in grado di seguire i pensieri astratti, perci non ho avuto modo
    di seguire i suoi ragionamenti. Noto comunque che  soddisfatto.
    - Credo di avere la soluzione - replic  Brender  -  ma  prima  voglio
    vedere la serratura temporale. Saliamo lass.
    Si sollevarono nel cielo e superarono il bordo dell'edificio.  Brender
    scorse un'ampia distesa piatta, e al centro... Rest senza fiato.
    La pallida luce del sole marziano illuminava una struttura  posta  nel
    centro esatto della grande porta. La struttura era alta quindici metri
    e  sembrava  costituita  da  una  serie  di archi convergenti verso il
    centro, materialmente indicato da una freccia puntata verso l'alto.
    Ma la punta della freccia non era  di  metallo  pieno:  vi  era  stato
    praticata  un'incisione  verticale,  larga  e  profonda,  che  l'aveva
    attraversata da  parte  a  parte,  e  poi  le  due  met  erano  state
    nuovamente accostate tra loro...  ma non del tutto: le due parti della
    punta distavano ancora di una trentina di centimetri,  e tra  l'una  e
    l'altra scorreva una fiamma verdastra,  pallida e sottile,  di energia
    "ieis".
    - La serratura temporale! - esclam Brender, con un cenno d'assenso. -
    Avevo gi l'impressione che fosse qualcosa del genere, ma mi aspettavo
    che fosse pi grande e robusta.
    - Non si  lasci  ingannare  dal  suo  aspetto  fragile  -  rispose  la
    creatura.   -  Teoricamente,  la  resistenza  del  metallo  supremo  
    infinita,  e l'energia "ieis" obbedisce soltanto alla forza universale
    di cui le ho parlato. Ed  impossibile prevedere gli effetti di questa
    forza,   perch   si  ha  un  completo,   anche  se  solo  temporaneo,
    sconvolgimento del sistema numerico su cui si basa questa  particolare
    zona dello spazio. Ma ora ci spieghi come intende fare.
    Brender  si  lasci  cadere  su un banco di sabbia e spense le piastre
    antigravit. Si distese sulla schiena e fiss pensierosamente il cielo
    blu-nero.  Per il momento,  scord timori,  dubbi,  preoccupazioni,  e
    cominci  a  spiegare:  -  La matematica dei marziani,  come quella di
    Euclide e Pitagora, era basata sui numeri naturali.  I numeri negativi
    erano al di l della loro portata.  Sulla Terra,  invece, a partire da
    Cartesio,   sorta una matematica analitica.  Grandezze  e  dimensioni
    direttamente osservabili con gli organi di sensi sono stati sostituiti
    dal concetto di grandezza variabile, capace di assumere tutti i valori
    tra due posizioni dello spazio.
    "Per i marziani c'era un solo numero compreso tra 1 e 3. Invece, per i
    terrestri,  la totalit di questi numeri  un insieme infinito.  E con
    l'introduzione del concetto di radice quadrata di meno  uno,  chiamata
    "i", e dei numeri complessi, la matematica cess di essere il semplice
    studio   di   grandezze   misurabili   direttamente.   Poi   il  passo
    intellettuale da quantit  infinitesima  a  limite  inferiore  di  una
    successione  di  grandezze  sempre  pi  piccole  port al concetto di
    variabile che poteva assumere qualsiasi valore  assegnato  diverso  da
    zero.
    "Il  numero  primo,  che    un concetto che riguarda esclusivamente i
    numeri naturali, non ha alcuna importanza nelle matematiche "vere", ma
    nel nostro caso    rigidamente  collegato  alla  realt  dell'energia
    "ieis".  L'energia  "ieis"  nota ai marziani era un flusso color verde
    pallido,  lungo trenta centimetri e con una  potenza  di  circa  mille
    cavalli  vapore.  In  realt  era  lungo 30,915 centimetri e aveva una
    potenza di 1021,23 H.P., ma questo non ha importanza. L'importante era
    che la potenza prodotta non  variava  mai,  giorno  dopo  giorno,  per
    decine di migliaia di anni.
    "I  marziani  presero  questa  misura  come  unit  di  lunghezza e la
    chiamarono "el";  presero anche la potenza del raggio  come  unit  di
    potenza  e  la  chiamarono "rb".  E a causa dell'assoluta costanza del
    flusso, giunsero a concludere che era eterno.
    "Essi ritenevano inoltre che niente potesse essere eterno senza essere
    primo.  Tutta la loro matematica era basata su numeri che si  potevano
    scomporre  in  fattori...  ossia  disintegrare,  distruggere,  rendere
    inferiori a quello che erano in origine...  e numeri che non  potevano
    essere scomposti, disintegrati, suddivisi in gruppi pi piccoli.
    "E  i  numeri che si potevano scomporre in fattori non potevano essere
    infiniti. Viceversa, il numero infinito doveva essere primo.
    "Perci costruirono una serratura e la integrarono lungo una linea  di
    forza  "ieis",  in modo che si aprisse soltanto quando la forza avesse
    cessato di fluire...  ossia alla fine del  tempo,  se  nessuno  avesse
    interferito.  Per impedire le interferenze,  presero l'apparecchiatura
    che genera il flusso e la chiusero entro il metallo supremo,  che  non
    poteva essere corroso o distrutto in alcun modo. Ci fatto, secondo la
    loro matematica, la faccenda era sistemata per sempre."
    - Ma lei ha la risposta - disse con ansia il Controllore.
    - Semplicemente, si tratta di questo. I marziani stabilirono il valore
    del  flusso  in  un  "rb".  Se  si  varia  quel  flusso,  anche di una
    percentuale minima, non si ha pi un "rb": si ha qualcosa di meno.  Il
    flusso,  che e un universale, diviene automaticamente qualcosa di meno
    che un universale, meno dell'infinito.  Il pi alto numero primo cessa
    di  essere primo.  Supponiamo di interferire con esso in modo da farlo
    diventare l'ultimo primo "meno uno". E questo numero,  come la maggior
    parte  dei  grandi numeri,  si smembrer immediatamente in migliaia di
    pezzi,  cio sar divisibile per migliaia di numeri  pi  piccoli.  Se
    l'istante presente cade vicino a uno dei divisori, la porta si aprir.
    Basta  dunque  modificare  il  flusso  in  modo  che  uno dei divisori
    corrisponda all'istante attuale.
    - Tutto molto chiaro - disse il Controllore,  soddisfatto;  l'immagine
    di  Brender  sorrise  trionfante.  -  Adesso  useremo questo robot per
    costruire l'apparecchiatura; tra poco Kalorn sar libero. - Rise. - Il
    povero robot protesta violentemente al pensiero di  essere  distrutto,
    ma dopotutto  solo una macchina,  e neppure troppo efficiente, a dire
    il vero.  Inoltre,  non mi  permette  una  buona  ricezione  dei  suoi
    pensieri. Lo sentir urlare, mentre lo torcer per cambiargli forma.
    Queste  parole,  dette in tono cos indifferente,  fecero rabbrividire
    Brender, strappandolo ai suoi pensieri astratti.  Solo in quel momento
    gli venne in mente qualcosa che avrebbe gi dovuto notare da tempo.
    -  Un  momento  -  disse.  - Come mai il robot,  introdotto nel nostro
    mondo, vive al mio ritmo temporale, mentre Kalorn continua a vivere al
    vostro?
    - Giusta  osservazione  -  rise  il  Controllore,  con  disprezzo.  La
    creatura continu: - Perch vede,  caro Brender,  non le abbiamo detto
    tutto. E' vero che Kalorn vive al nostro ritmo temporale,  ma questo 
    dovuto  a  un difetto della nostra macchina.  La macchina costruita da
    Kalorn era abbastanza grande per trasportarlo,  ma non abbastanza  per
    contenere  anche  le apparecchiature necessarie per adattarlo al nuovo
    spazio in cui entrava.  Di conseguenza   stato  trasportato,  ma  non
    adattato. Noi, naturalmente, che siamo i suoi aiutanti, abbiamo potuto
    trasportare  un  oggetto piccolo come l'automa,  anche se non sappiamo
    come  stata costruita la macchina.
    "In poche parole, noi possiamo usare la macchina,  ma il suo segreto 
    chiuso  nelle  sue  viscere,  che  sono  costruite  del nostro metallo
    supremo,  e nel cervello di Kalorn.  La sua  invenzione  da  parte  di
    Kalorn  stata uno di quei casi fortuiti che, secondo il calcolo delle
    probabilit capitano una volta ogni tanti milioni di anni.  Adesso che
    lei ci ha insegnato a riportare indietro Kalorn,  noi saremo in  grado
    di  costruire  infinite macchine per passare da un universo all'altro.
    Finiremo per dominare tutti gli universi, tutti i mondi... soprattutto
    quelli abitati.  Vogliamo diventare i dominatori assoluti  dell'intero
    universo."
    La voce ironica tacque,  e Brender si accorse di essere paralizzato da
    un duplice orrore: orrore per il mostruoso piano  che  gli  era  stato
    rivelato,  e orrore per una considerazione che gli era venuta in mente
    proprio in quel momento.  Poi,  con un gemito,  si rese conto  che  il
    robot,  il  quale  continuava  a leggergli la mente,  doveva gi avere
    comunicato il suo pensiero, che diceva: "Aspettate. Questo aggiunge un
    nuovo fattore. Il tempo...".

    La creatura lanci un urlo,  quando venne dissolta a forza.  L'urlo si
    trasform in un singhiozzo soffocato, e poi tacque. Sull'ampia distesa
    grigiastra  di  sabbia  e  di  metallo  supremo  era posata adesso una
    macchina complessa, di metallo luccicante.
    Il metallo si illumin di una strana fosforescenza, poi la macchina si
    sollev nell'aria.  S'innalz fino alla punta della freccia e si  pos
    sulla fiamma verde dell'energia "ieis".
    Brender  si  affrett  ad  accendere lo schermo antigravit e balz in
    piedi.  Quell'azione violenta lo sollev di varie decine di  metri.  I
    suoi   razzi  crepitarono  e  lanciarono  una  sequenza  di  scariche,
    costringendolo  a  stringere  i  denti   per   resistere   al   dolore
    dell'accelerazione.
    Sotto di lui,  la grande porta cominci a ruotare,  a svitarsi, sempre
    pi velocemente, fino a turbinare come una trottola. La sabbia schizz
    in tutte le direzioni, come se fosse scoppiata una tempesta.
    Accelerando al massimo, Brender si gett di lato. Appena in tempo. Per
    prima cosa,  la macchina-robot venne scagliata  lontano,  dalla  forza
    centrifuga  di quella terribile ruota.  Poi la porta stessa si stacc,
    e, ruotando a una velocit incredibile,  si alz nell'aria e scomparve
    nello spazio come un bolide.
    Una  nuvola  sottile  di  polvere  nera  usc fluttuando dalla tenebra
    profonda della prigione.  Cercando di dominare  l'orrore,  ma  con  un
    respiro di sollievo,  Brender us i razzi per dirigersi verso il punto
    dove il robot era caduto sulla sabbia.
    Invece del metallo scintillante della macchina di poco  prima,  scorse
    un  rottame reso opaco dal tempo.  Il metallo opaco prese lentamente a
    scorrere e assunse una forma quasi umana.  Ma la carne  era  grigia  e
    raggrinzita, e pareva sul punto di cadere a pezzi per la vecchiaia. Il
    robot  cerc  di  alzarsi  sulle  gambe  rattrappite,  ma dopo qualche
    istante rimase immobile e si limit a mormorare: -  Ho  letto  il  tuo
    pensiero  di avvertimento,  ma non gliel'ho rivelato.  Adesso Kalorn 
    morto.  Si sono resi conto della verit  nel  momento  stesso  in  cui
    accadeva. E' sopraggiunta la fine del tempo...
    La  sua  voce si spense;  Brender prosegu per lui: - S,  la fine del
    tempo  sopraggiunta quando il flusso, per un momento,  divenuto meno
    che eterno...   sopraggiunta nel momento corrispondente  al  divisore
    che  caduto pochi istanti fa.
    - Io ero... solo in parte... sotto il suo influsso. Kalorn, invece, lo
    era completamente... Anche se dovessero avere fortuna, passeranno anni
    prima  che  inventino  un'altra  macchina...   e  uno  dei  loro  anni
    corrisponde a miliardi dei vostri...  Io non  li  ho  avvertiti...  ho
    letto il tuo pensiero... e gliel'ho tenuto.... nascosto...
    - Ma perch lo hai fatto? - chiese Brender. - Perch?
    - Perch mi facevano male. Volevano distruggermi. Perch... mi piaceva
    essere umano... Ero... qualcuno!
    La  carne  si dissolse lentamente,  fino a formare un laghetto grigio,
    simile a lava. La lava si secc, si suddivise in tante piccole croste.
    Brender ne sfior una, che si dissolse in un pulviscolo sottile.  Poi,
    l'uomo si guard attorno, lungo la valle di sabbia, tetra e deserta, e
    disse ad alta voce, con compassione: - Povero mostro di Frankenstein.
    Si volt e accese i razzi per dirigersi verso la nave spaziale, che lo
    attendeva oltre le montagne.










    L'AUTORE.

    Parlare di Alfred Elton van Vogt corrisponde a parlare di quel periodo
    mitico  della  storia della fantascienza che si suole definire "era di
    Campbell", durante la quale mossero i primi passi quegli scrittori che
    di l a poco sarebbero  assurti  al  ruolo  di  classici  del  genere:
    Heinlein,  Simak,  Asimov,  Williamson:  ognuno  di  essi  con  la sua
    personalit spiccata, le sue doti, le sue idee,  avrebbe contribuito a
    fissare  quelle  regole  su  cui  ancora  oggi ruota buona parte della
    produzione fantascientifica.  In tutto ci il contributo di  van  Vogt
    non si pu certo definire secondario.
    Nato  a  Winnipeg,  in  Canada,  nel  1912,  da  famiglia  di  origini
    chiaramente olandesi,  inizia a scrivere molto giovane racconti "rosa"
    e di vita vissuta, pubblicati sulla rivista "True Story", svolgendo un
    apprendistato preziosissimo, che lo aiuter a raffinare la sua tecnica
    di  scrittore,  oltrech  a  segnare  in  un  certo senso la sua cifra
    stilistica: "Dovevi scrivere un racconto pieno di emozioni - affermer
    molti anni dopo - e ogni frase che mettevi  in  quei  racconti  doveva
    essere  emotiva".  Il  suo  esordio nella fantascienza risale al 1939,
    anno in cui Campbell gli pubblica il racconto "Coeurl", prima parte di
    quello che sar il romanzo "Crociera nell'infinito".  Il racconto ebbe
    un  successo  strepitoso  e  ottenne  il  maggiore  numero di voti dai
    lettori,   decretando  fin  dall'inizio   l'immensa   popolarit   che
    caratterizzer sempre l'intera produzione vanvogtiana, perlomeno nella
    prima fase, fino agli anni Cinquanta.
    In effetti il modo stesso di concepire le storie ("La Storia  tutto",
    dir  lo  stesso  van Vogt),  intrise di un dinamismo incalzante,  una
    specie di "moto  perpetuo"  nel  quale  le  scene  si  susseguono  con
    montaggio  rapidissimo  (e  che  risale  ai  tempi dei racconti "rosa"
    quando l'imperativo categorico  era  quello  di  tenere  sempre  desta
    l'attenzione  del  lettore),  vissute  da  personaggi spesso dotati di
    poteri eccezionali,   il menu  ideale  per  palati  alla  ricerca  di
    sensazioni  forti,  che  vogliono far galoppare la loro immaginazione.
    Van Vogt tende sempre  a  sfondare  gli  schemi,  ma  non  lo  fa  per
    megalomania  fine  a  se  stesa,  quanto  per  arricchire il "sense of
    wonder",  che ritiene come un bisogno insopprimibile dell'animo umano.
    Lasciamo ancora a lui la parola: "Ora come ora non mi pento di nessuna
    delle libert che mi sono preso con la scienza nella mia fantascienza.
    Il  libro migliore,  in questo campo,   quello che nello stesso tempo
    stimola la  riflessione  e  provoca  delle  emozioni".  Questa  chiara
    concezione  programmatica  si  va  riflettendo  nella  sua  tecnica di
    elaborazione delle storie (cui ha dedicato,  nel 1947,  il saggio  "La
    complicatezza  nella  fantascienza"),   nelle  quali  "non  si  devono
    scrivere tre pagine intere  senza  alcun  concetto  nuovo.  Una  volta
    iniziata  la  scena,  bisogna pensare a delle idee che in qualche modo
    l'animino, sino alla fine". Ecco perch leggere un'opera di van Vogt 
    come inoltrarsi in un intricato labirinto!
    Popolarissimo presso i lettori, van Vogt lo  stato un po' meno presso
    i critici specializzati, che non lo hanno certo trattato con i guanti:
    celebre fu a questo riguardo la stroncatura  cui  lo  sottopose  Damon
    Knight nel suo saggio critico "In search of wonder" (1956),  in cui si
    sforzava di dimostrare l'inconsistenza dello stile vanvogtiano:  "Come
    scrittore,  in realt, van Vogt non  affatto un gigante come si dice:
     soltanto un pigmeo che usa una gigantesca macchina per scrivere".  E
    Alexei  Panshin,  nel  saggio "Mondi interiori (1976) rincara la dose:
    "Il suo stile  rozzo: privo di sensibilit,  privo di grazia e spesso
    vago.  I suoi intrecci son complicati... I suoi personaggi sono figure
    di cartone".
    Certamente,  a voler ragionare a filo di logica,  queste  osservazioni
    dimostrano di aver centrato i caratteri della narrativa del Nostro, ma
    tutto  sta  a  vedere  se  proprio con la logica che va esaminato van
    Vogt, o non, piuttosto, con altri criteri.
    Lui stesso ha ricordato un episodio significativo della sua  infanzia,
    quando  un  suo  maestro,  scopertolo a leggere un libro di fiabe a 12
    anni,  glielo sottrasse,  dicendogli che era troppo cresciuto per quel
    tipo di storie. Ebbene, se ci riflettiamo un momento, ci vien fatto di
    pensare che le sue storie non sono altro, in ultima analisi, che delle
    "fiabe  scientifiche",  nelle  quali i poteri sovrumani,  gli intrecci
    poco plausibili, il "background" di superscienza,  si configurano come
    adattamenti   di   motivi   propriamente  fiabeschi.   La  presupposta
    "megalomania" della sua narrativa ci apparir, allora,  sotto una luce
    diversa,  e  chi  vorr  un  giorno studiare le sue vicende con questa
    ottica (nessuno ci ha provato, fino a oggi) vi scoprir la presenza di
    moltissimi elementi archetipici,  primo  fra  tutti  il  motivo  della
    conoscenza  (di  s  e  del  mondo) che avviene attraverso un percorso
    iniziatico.  Molto spesso i protagonisti di van Vogt  agiscono  in  un
    contesto che non comprendono, che resta loro misterioso, e che cercano
    di  svelare  anche  attraverso la rivelazione del proprio essere e dei
    propri poteri latenti,  come per esempio avviene nel superuomo Gilbert
    Gosseyn nel ciclo del "Non-A".
    Come l'eroe delle fiabe si inoltra in un mondo tutto da scoprire, cos
    il  lettore  di  van  Vogt  viene  condotto  a  esplorare  "una  terra
    leggendaria di meraviglie senza fine.  Sulla vostra destra un  grande,
    profondo  oceano  di  inventiva,  sulla  vostra  sinistra  una giungla
    aggrovigliata di trame  e  di  pericolosi  congegni".  La  stessa  sua
    tendenza a ideare tante "mitologie scientifiche", che facciano da base
    alle sue storie, risponde sempre alla sua ansia di scrostare quanto di
    impuro  e  di  insano  offusca  le capacit umane,  onde rivelare quei
    poteri che, latenti,  aspettano solo di essere scoperti e valorizzati.
    Paradossalmente,  quello  che  pu  apparire  in  superficie  come uno
    sgradevole esibizionismo,  si trascolora,  in  realt,  nella  ricerca
    delle  profonde  attitudini  dell'uomo  e,  quindi,  in un percorso di
    autocoscienza e di consapevolezza.  Cos si pu anche spiegare il  suo
    grande interesse per la Dianetica di Hubbard che, come  noto, propone
    un metodo di autoanalisi per giungere alla completa sanit mentale,  e
    che lo indurr ad abbandonare l'attivit di  scrittore,  evidentemente
    non pi sufficiente a rispondere alle sue esigenze interiori.
    Lasciamoci,  quindi,  guidare  dentro  il  funambolico universo di van
    Vogt, tra i suoi personaggi cos "super" ma anche cos fragili, tra le
    affascinanti contraddizioni  delle  sue  trame,  i  meandri  fiabeschi
    creati  da  una immaginazione fervida,  lussureggiante e in definitiva
    religiosamente attenta verso il destino dell'uomo.  Per dirla con  Sam
    Moskowitz,  "ecco una persona profondamente buona di natura,  la quale
    crede sinceramente che l'uomo contenga in s dei poteri divini, purch
    sia disposto a lottare per scoprirli e per porli in atto. Per tutta la
    vita egli ha condotto una lotta estenuante per migliorare se stesso".
    (Giuseppe Caimmi).



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